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SANTA MESSA NELLA FESTA DI SAN SEBASTIANO,
PATRONO DI CASTEL GANDOLFO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Castel Gandolfo - Domenica, 4 settembre 1983

 

1. “Donaci, o Dio, la sapienza del cuore!”.

Con le parole di questa breve e intensa preghiera, mi rivolgo a voi, carissimi fratelli e sorelle di Castel Gandolfo, nella festa del vostro patrono, san Sebastiano. È la preghiera in cui la Liturgia odierna sintetizza il contenuto teologico del Salmo responsoriale, che è una meditazione, semplice e profonda, sul significato autentico della nostra esistenza umana: l’uomo, fatto di polvere, è simile all’erba che germoglia al mattino: al mattino fiorisce e germoglia, alla sera è falciata e dissecca (cf. Sal 90, 5-6). Sorge pertanto, dall’animo dell’Autore ispirato, una trepida preghiera al Signore: “Insegnaci a contare i nostri giorni / e giungeremo alla sapienza del cuore” (Sal 90, 12). Si attende dal Signore la sua grazia e la sua bontà perché siamo resi capaci di avere una visione serena, globale, religiosa della nostra realtà umana.

Molto spesso nella Sacra Scrittura dell’Antico Testamento si domanda insistentemente a Dio il dono della sapienza, che viene considerata non come una conoscenza puramente astratta e teorica, ma come un singolare tipo di conoscenza che ci mette in rapporto vitale con Dio, con la sua volontà, con la sua misericordia, con il suo progetto di salvezza, al fine di essere resi capaci di giudicare, alla luce di tale esperienza, tutti i problemi fondamentali del nostro essere umano e delle cose che ci circondano.

In questa prospettiva, la prima Lettura ci ha presentato un brano del libro della Sapienza, che è una meditazione e una interpretazione dell’episodio, narrato nel Primo libro dei Re (1 Re 3, 4-15): a Dio, che gli appare in sogno dicendogli di chiedere quale dono voglia ricevere, il giovane re Salomone implora solo il dono della saggezza e del discernimento. E Dio glielo offre in maniera munifica, insieme agli altri doni non richiesti.

Riflettendo sull’antico episodio del successore di Davide, il libro della Sapienza ribadisce l’oscurità da cui è avvolta la nostra esistenza e altresì la debolezza della intelligenza umana, quando è abbandonata alle sole sue forze: “A stento ci raffiguriamo le cose terrestri, / scopriamo con fatica quelle a portata di mano; / ma chi può rintracciare le cose del cielo? / Chi ha conosciuto (o Dio) il tuo pensiero, / se tu non gli hai concesso la sapienza / e non gli hai inviato il tuo santo spirito dall’alto?” (Sap 9, 16-17).

Noi sappiamo che Dio s’è degnato di venire incontro a questa debolezza dell’intelligenza umana mediante la sua divina Rivelazione, culminata nell’incarnazione del suo Figlio diletto.

2. Il dono della “sapienza del cuore” è necessario, in modo particolare, al cristiano, a colui cioè che intende porsi generosamente alla sequela di Cristo”, quale ci è presentata nel brano evangelico di san Luca, testé ascoltato: Gesù ci offre una stupenda lezione di saggezza divina, indispensabile per essere veri e autentici suoi discepoli.

Egli è in cammino verso Gerusalemme, dove compirà nella Passione la volontà del Padre celeste; a coloro che vanno con lui - e sono in molti oltre ai discepoli - dice chiaramente che nessun affetto umano e neppure la propria vita possono essergli anteposti; egli si presenta come l’Assoluto, che merita di essere cercato, seguito e amato per se stesso al di sopra di tutto il resto, persone o cose. Non solo; seguirlo significa e comporta il “portare la propria croce”, cioè non soltanto l’accettazione della sofferenza, ma, ancor di più, del disprezzo, della solitudine, dell’emarginazione, che le masse riservavano in quei tempi ai condannati alla morte di croce.

Tutto ciò significa che Gesù esige da noi, oggi come ieri, che aderiamo a lui e viviamo di fede con tutte le conseguenze sul piano personale, familiare, sociale. È uno spirito di “rinuncia” quello che deve animare le varie dimensioni della vita del cristiano, se egli vuole essere sempre unito a Cristo ed evitare il pericolo e la tentazione - sempre attuali - di “rinnegarlo”, cioè di vivere e di comportarsi come se non lo conoscesse o, addirittura, come lo rifiutasse.

E questa fede - oggi talvolta tanto difficile a vivere coerentemente - deve operare mediante la carità (cf. Gal 5, 6), una carità fattiva, operosa, universale, che deve giungere fino al perdono e all’accoglienza gioiosa di chi ci avesse offeso o danneggiato. È l’insegnamento che sgorga dalla seconda Lettura odierna; l’apostolo Paolo rimanda all’amico Filemone lo schiavo Onesimo, che era fuggito; ma gli raccomanda vivamente di trattarlo come “fratello carissimo” nel Signore (cf. Fm 1, 16).

Fede e carità: ecco i due atteggiamenti fondamentali della vita del cristiano, espressioni privilegiate di quella “sapienza del cuore”, che è il dono dello Spirito.

3. Fede e carità furono le caratteristiche del vostro patrono, san Sebastiano martire, che voi venerate con profonda e secolare pietà. Secondo quanto ci è riferito dall’antica “Passio”, redatta probabilmente da un autore romano verso la metà del quinto secolo, Sebastiano, appartenente alla guardia personale degli imperatori Diocleziano e Massimiano, aveva organizzato un’intensa azione a sostegno fisico e spirituale dei cristiani, i quali, a motivo della loro fede, erano in carcere in attesa del martirio. A queste manifestazioni di esemplare carità, Sebastiano aggiungeva una coraggiosa testimonianza di fede, che lo portava a svolgere una capillare diffusione del messaggio cristiano presso i soldati, i magistrati e le famiglie nobili.

Per questo egli subì impavido il martirio, lasciando ai cristiani di tutti i tempi l’esempio luminoso della sua vita, animata da limpida lealtà alle autorità civili, ma altresì dalla chiara affermazione del primato di Dio su tutti i valori terreni.

Sono note le parole, con cui sant’Ambrogio esaltava il nostro martire: “È necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio (At 14, 22). Se molte sono le persecuzioni, molti sono anche i riconoscimenti, e dove ci sono molte corone, è segno che vi sono altrettante lotte . . . Prendiamo l’esempio del martire Sebastiano . . . Egli nacque a Milano, dove il persecutore forse non era ancora venuto o si era allontanato o era piuttosto moderato. Sebastiano si accorse che qui il combattimento non ci sarebbe stato affatto o sarebbe stato fiacco. Partì quindi per Roma, dove infuriavano aspre persecuzioni contro la nostra fede. Ivi subì il martirio, cioè ebbe la sua corona. Così meritò il domicilio dell’eterna immortalità là dove era giunto come ospite” (S. Ambrogio, In psalmum CXVIII expositio, 20, 43-44: PL 15, 1947).

San Sebastiano, soldato e martire, ci insegna che per la nostra fedeltà a Cristo occorre essere disposti a tutto, a rinunciare a tutto.

Alla orante intercessione del vostro celeste patrono affido oggi tutti voi, fratelli e sorelle di Castel Gandolfo, con l’augurio che sappiate non soltanto onorare la sua gloriosa memoria, ma altresì imitare la sua coerenza cristiana nelle scelte che ogni giorno siete chiamati a fare.

Così sia!  

 

© Copyright 1983 - Libreria Editrice Vaticana

 

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