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CANONIZZAZIONE DI PADRE LEOPOLDO DA
CASTELNOVO
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO
II
Domenica, 16
ottobre 1983
1. “Dio è amore . . . Noi abbiamo creduto all’amore” (1 Gv 4, 8.16).
Venerabili miei fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio. Ecco, noi ci
accostiamo oggi all’altare, per esprimere la nostra unità nel sacerdozio di Gesù
Cristo. Ci accostiamo per confessare e proclamare, insieme con tutti i
partecipanti all’Eucaristia, riuniti in Piazza San Pietro, quello che
l’evangelista Giovanni ha scritto nella sua prima Lettera: “Dio è amore . . . In
questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi
. . .” (Gv 4, 8. 10).
Dio è amore, e l’amore è da Dio. Non dal mondo. E non dall’uomo. È da Dio
stesso. Il mondo non può esistere senza quest’amore. L’uomo non può esistere
senza di esso. L’uomo che è sempre più consapevole di ciò che lo minaccia da
parte delle potenze di questo mondo, che egli stesso ha sprigionate, e da parte
della civiltà, che egli stesso ha costruito, se questa civiltà non diventerà
simultaneamente “la civiltà dell’amore”.
Dio è amore. E l’amore è da Dio. Una profonda coscienza di questa verità ci
ha indotti a incontrarci al Sinodo dei Vescovi intorno al tema: “La
riconciliazione e la penitenza nella missione della Chiesa”. La riconciliazione
e la penitenza sono il frutto di quest’amore che è da Dio. Mediante il tema del
Sinodo tocchiamo le radici stesse dei problemi che si trovano nel cuore
dell’uomo, e insieme dei problemi dai quali dipende la vita dell’intera famiglia
umana.
2. L’Amore, che è Dio, si è rivelato una volta per sempre: “. . . si è
manifestato l’amore di Dio per noi . . . è lui che ha amato noi e ha mandato il
suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1 Gv 4,
9-10).
Questa missione del Figlio sta alle basi della nostra riconciliazione con
Dio. Il sacrificio di espiazione per i peccati diventa la sorgente della nuova
alleanza, che è l’alleanza dell’amore e della verità. Questa è l’alleanza di Dio
con l’uomo e la riconciliazione dell’uomo con Dio, che si realizza
contemporaneamente nell’uomo come riconciliazione con i fratelli: “se Dio ci ha
amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri . . . se ci amiamo gli uni
gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi” (1 Gv 4,
11-12).
Era necessario, venerabili e cari fratelli, questo Sinodo sul tema della
riconciliazione e della penitenza per toccare le questioni più profonde nella
missione della Chiesa verso l’uomo e verso il mondo dei nostri giorni. Bisognava
preparare in un certo senso il terreno per questo Sinodo mediante il Giubileo
straordinario dell’Anno della Redenzione, che celebriamo contemporaneamente a
Roma e in tutta la Chiesa. Mediante questo il tema del Sinodo si è radicato in
modo particolare in ciascuno di noi.
Siamo qui come coloro che hanno riconosciuto e creduto all’amore, che Dio ha
per noi (cf. 1 Gv 4, 16). Da tale fede nasce tutto ciò che desideriamo
fare mediante i lavori del Sinodo per la riconciliazione e per la penitenza
nella missione contemporanea della Chiesa. Lo facciamo, perché “abbiamo creduto
all’amore”. Lo facciamo fissando gli occhi su Cristo, il Buon Pastore che
conosce le sue pecore e offre la vita per le pecore (cf. Gv 10, 14-15).
3. Oggi tutto questo trova un’espressione ancora più particolare mediante
l’inscrizione nell’albo dei santi del beato Leopoldo Mandić.
Infatti egli fu, nei suoi giorni, un servo eroico della riconciliazione e della
penitenza.
Nato a Castelnovo alle Bocche di Cattaro, a 16 anni lasciò la famiglia e la
sua terra per entrare nel seminario dei Cappuccini di Udine. La sua fu una vita
senza grandi avvenimenti: qualche trasferimento da un convento all’altro, come è
consuetudine dei Cappuccini; ma niente di più. Poi l’assegnazione al Convento di
Padova, ove rimase fino alla morte.
Ebbene, proprio in questa povertà di una vita esteriormente irrilevante,
venne lo Spirito ed accese una nuova grandezza: quella di un’eroica fedeltà a
Cristo, all’ideale francescano, al servizio sacerdotale verso i fratelli.
San Leopoldo non ha lasciato opere teologiche o letterarie, non ha
affascinato con la sua cultura, non ha fondato opere sociali. Per tutti quelli
che lo conobbero, egli altro non fu che un povero frate: piccolo, malaticcio. La
sua grandezza è altrove: nell’immolarsi, nel donarsi, giorno dopo giorno, per
tutto il tempo della sua vita sacerdotale, cioè per 52 anni, nel silenzio, nella
riservatezza, nell’umiltà di una celletta-confessionale: “il buon pastore offre
la vita per le pecore”. Fra Leopoldo era sempre lì, pronto e sorridente,
prudente e modesto, confidente discreto e padre fedele delle anime, maestro
rispettoso e consigliere spirituale comprensivo e paziente.
Se si volesse definirlo con una parola sola, come durante la sua vita
facevano i suoi penitenti e confratelli, allora egli è “il confessore”; egli
sapeva solo “confessare”. Eppure proprio in questo sta la sua grandezza. In
questo suo scomparire per far posto al vero Pastore delle anime. Egli
manifestava così il suo impegno: “Nascondiamo tutto, anche quello che può avere
apparenza di dono di Dio, affinché non se ne faccia mercato. A Dio solo l’onore
e la gloria! Se fosse possibile, noi dovremmo passare sulla terra come un’ombra
che non lascia traccia di sé”. E a chi gli chiedeva come facesse a vivere così,
egli rispondeva: “È la mia vita!”.
4. “Il buon pastore offre la vita per le sue pecore”. Ad occhio umano la vita
del nostro Santo sembra un albero, a cui una mano invisibile e crudele abbia
tagliato, uno dopo l’altro, tutti i rami. Padre Leopoldo fu un sacerdote a cui
era impossibile predicare per difetto di pronuncia. Fu un sacerdote che desiderò
ardentemente di dedicarsi alle missioni e fino alla fine attese il giorno della
partenza, ma che non partì mai perché la sua salute era fragilissima. Fu un
sacerdote che aveva uno spirito ecumenico così grande ad offrirsi vittima al
Signore, con donazione quotidiana, perché si ricostituisse la piena unità fra la
Chiesa Latina e quelle Orientali ancora separate, e si rifacesse “un solo gregge
sotto un solo pastore” (cf. Gv 10, 16); ma che visse la sua vocazione
ecumenica in un modo del tutto nascosto. Piangendo confidava: “Sarò missionario
qui, nell’ubbidienza e nell’esercizio del mio ministero”. E ancora: “Ogni anima
che chiede il mio ministero sarà frattanto il mio Oriente”.
A San Leopoldo che cosa restò? A chi e a che cosa servì la sua vita? Gli
restarono i fratelli e le sorelle che avevano perduto Dio, l’amore, la speranza.
Poveri esseri umani che avevano bisogno di Dio lo invocavano implorando il suo
perdono, la sua consolazione, la sua pace, la sua serenità. A questi “poveri”
san Leopoldo donò la vita, per loro offrì i suoi dolori e la sua preghiera; ma
soprattutto con loro celebrò il sacramento della Riconciliazione. Qui egli visse
il suo carisma. Qui si espressero in grado eroico le sue virtù. Egli celebrò il
sacramento della Riconciliazione, svolgendo il suo ministero come all’ombra di
Cristo crocifisso. Il suo sguardo era fisso al Crocifisso, che pendeva
sull’inginocchiatoio del penitente. Il Crocifisso era sempre il protagonista. “È
lui che perdona, è lui che assolve!”. Lui, il Pastore del gregge . . .
San Leopoldo immergeva il suo ministero nella preghiera e nella
contemplazione. Fu un confessore dalla continua preghiera, un confessore che
viveva abitualmente assorto in Dio, in un’atmosfera soprannaturale.
5. La prima lettura dell’odierna Liturgia ci ricorda la preghiera di
intercessione di Mosè nel corso del combattimento, che Israele condusse contro
Amalek. Quando le mani di Mosè erano alzate, la bilancia della vittoria pendeva
dalla parte del suo popolo, quando le mani cadevano per la fatica, prevaleva
Amalek.
La Chiesa, mettendo oggi dinanzi a noi la figura del suo umile servo san
Leopoldo, che fu una guida per tante anime, vuole anche additare queste mani che
si alzano verso l’alto nel corso delle diverse lotte dell’uomo e del Popolo di
Dio. Esse si alzano nella preghiera. E si alzano nell’atto dell’assoluzione dei
peccati, che raggiunge sempre quell’Amore che è Dio: quell’amore che una volta
per sempre si è rivelato a noi nel Cristo crocifisso e risorto. “Vi supplichiamo
in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio” (2 Cor 5, 20).
Che cosa ci dicono, cari fratelli, queste mani di Mosè alzate nella
preghiera? Che cosa ci dicono le mani di san Leopoldo, umile servo del
confessionale? Esse ci dicono che la Chiesa non si può stancare mai nel dare
testimonianza a Dio che è amore! Essa non si può mai scoraggiare e stancare per
le contrarietà, dal momento che il culmine di questa testimonianza si alza
irremovibilmente, nella Croce di Gesù Cristo, sopra l’intera storia dell’uomo e
del mondo. Pure sopra la nostra difficile epoca in cui l’uomo sembra essere
minacciato non soltanto dall’autodistruzione e dalla morte nucleare, ma anche
dalla morte spirituale. Infatti come deve vivere lo spirito dell’uomo se “non
crede all’amore” (cf. 1 Gv 4, 16)? Come si può sviluppare nel mondo
l’opera della molteplice riconciliazione se - oltre la giustizia e il dialogo -
non si sprigiona quella forza massima che è l’amore sociale? E l’amore, è da
Dio!
6. Venerati e amati fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio, miei fratelli
e sorelle nella grazia della chiamata alla fede mediante il Battesimo, voi tutti
che partecipate all’odierna Eucaristia!
Ringrazio il cardinale Decano del Sacro Collegio e il Rappresentante del
Sinodo dei Vescovi per le parole che hanno indirizzato a me all’inizio di questa
Celebrazione. Nel giorno in cui ricorre il quinto anniversario della mia
chiamata a svolgere il servizio di Pietro in Roma, nell’anno in cui si compiono
25 anni dalla mia consacrazione episcopale, mi è particolarmente cara e preziosa
questa vostra comune preghiera; questa comune Eucaristia.
Infatti tutti noi - e il Vescovo di Roma in particolare - dobbiamo
perseverare con le mani alzate verso Dio nonostante tutta la nostra umana
debolezza e indegnità. Non possiamo stancarci e scoraggiarci.
Tra le esperienze del nostro tempo, tra le minacce che incombono sulla grande
famiglia umana, tra le lotte dei popoli e delle Nazioni, tra le sofferenze di
tanti cuori e di tante coscienze umane, non possiamo mancare di dare la
testimonianza: “Dio è amore . . . l’amore è da Dio . . . noi abbiamo creduto
all’amore”. Amen.
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Vaticana
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