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SANTA MESSA PER I MALATI

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Basilica di San Pietro - Sabato, 11 febbraio 1984

 

Carissimi ammalati ed assistenti!

1. Grande è la mia gioia nel potermi di nuovo incontrare con voi nella Basilica vaticana, nel giorno benedetto in cui celebriamo la santa messa in onore della Vergine di Lourdes! Mi è così possibile esprimervi il mio ringraziamento per il dono prezioso e insostituibile della vostra sofferenza, che prolunga nel tempo l’opera redentrice del Cristo crocifisso, e per essere nuovamente venuti a pregare con me. Posso così anche dirvi la mia ammirazione per la vostra fede, per la vostra pazienza e rassegnazione alla volontà di Dio.

Porgo il mio affettuoso benvenuto a ciascuno di voi, cari malati; come pure ai vostri assistenti, agli organizzatori dell’Opera romana pellegrinaggi, ai dirigenti dell’Unitalsi e delle altre organizzazioni; e, in questo Anno Giubilare della Redenzione, estendo il mio saluto cordiale a tutti i malati del mondo, a tutti coloro che in qualche modo, nel corpo o nello spirito, portano le ferite del dolore, dell’angoscia, della solitudine. Su tutta la terra fremono le onde del dolore; in ogni nazione, in ogni città, in ogni casa si vedono le lacrime della sofferenza; ma in ogni luogo sono pure presenti l’amore di Dio e la salvezza portata da Cristo. E questo è motivo di coraggio, di fiducia, di speranza!

Noi sappiamo, alla luce della Rivelazione e della Redenzione, che la sofferenza ha un significato valido e positivo, poiché entra nel piano universale della Provvidenza, nel disegno amorevole della salvezza. Indubbiamente la ragione da sola rimane sconcertata di fronte a tale mistero; ma, illuminato dalla fede in Cristo crocifisso e risorto, il cristiano lo accetta e lo ama perché sa che l’Amore infinito non tradisce; e perciò egli attende con fiducia la felicità piena oltre i limiti del tempo. Convinto di queste verità san Paolo esclamava: “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! Questa vita che vivo nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2, 20). E soggiungeva: “Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione” (2 Cor 7, 4).

2. Celebrando oggi la memoria della Vergine santissima, apparsa a Lourdes a Bernardetta la prima volta l’11 febbraio 1858, il mio pensiero ritorna con viva commozione e con nostalgia al pellegrinaggio compiuto l’estate scorsa, nel giorno dell’Assunzione, alla grotta di Massabielle. Veramente indimenticabile fu quel breve ma intenso soggiorno presso il celebre santuario mariano; e guardando voi qui presenti, cari ammalati, con le persone che vi accompagnano e vi assistono, rivedo le folle in preghiera sull’“esplanade” e presso la grotta, per i viali e lungo il Gave, nelle basiliche attorno all’altare della messa solenne; rivedo le mille e mille fiaccole accese durante la processione “serale”, e risento i canti soavi e suggestivi della processione con il Santissimo Sacramento; soprattutto ho davanti agli occhi i malati, umanità dolente e sperante, sospinti nelle carrozzelle o adagiati nelle lettighe . . . fu una visita breve, ma preziosa, perché, come dissi nel discorso di arrivo a Tarbes “a Lourdes la coscienza diventa o ridiventa limpida e ritrova il suo primitivo orientamento” (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VI/2 [1983] 193). E questo fu il messaggio che lasciai allora e che oggi desidero rinnovare: l’accorato invito ai cristiani e a tutti gli uomini di ritornare alla “coscienza ben formata per distinguere il bene dal male, innamorata della giustizia, dell’amore e della verità; una coscienza rispettosa del mistero di Dio che, solo, sa dare un senso pieno alle esigenze morali come all’esistenza stessa; una coscienza sensibile al messaggio del Vangelo, trasmesso dalla Chiesa di generazione in generazione” (Ivi).

A Lourdes, nel mio primo discorso tenuto presso la grotta, mi domandavo come mai la Vergine santissima avesse assunto il volto e il nome dell’Immacolata e fosse apparsa in quel luogo così semplice e povero, e rispondevo che tutto metteva in chiara evidenza il pressante invito alla conversione. “Diciamolo francamente - asserivo là e ripeto ora - il nostro mondo ha bisogno di conversione . . . Oggi il senso stesso del peccato è in parte scomparso, perché si perde il senso di Dio. Si è voluto costruire un umanesimo senza Dio e la fede rischia continuamente di apparire come un atteggiamento di originalità di qualcuno, privo di un ruolo necessario per la salvezza di tutti. Le coscienze si sono oscurate come al tempo del primo peccato, non distinguendo più il bene dal male. Molti non sanno più che cos’è il peccato o non osano più saperlo, come se questa conoscenza potesse alienare la loro libertà . . . Rimane difficile convincere il mondo attuale sulla miseria del proprio peccato e sulla salvezza che Dio continuamente gli offre per mezzo della riconciliazione realizzata con la Redenzione” (Ivi, p. 198).

Orbene, la Vergine Immacolata venne per richiamare tutti gli uomini a questo bisogno interiore di conversione e di riconciliazione. E noi sappiamo che Gesù crocifisso, il quale proprio con la sua sofferenza ha redento gli uomini dal male, ha illuminato e purificato le coscienze e ha dato il vero significato al nostro dolore.

3. Cari malati! Offrite con amore e con generosità le vostre sofferenze al Signore per la conversione del mondo! Bisogna che l’uomo comprenda la gravità del peccato, offesa di Dio, e si converta a colui che per amore lo ha creato e lo chiama all’eterna felicità!

Proprio con la data di oggi, 11 febbraio, ho voluto pubblicare una mia Lettera sul senso cristiano della sofferenza umana. È un messaggio intimamente legato all’invito che scaturisce dall’Anno Santo della Redenzione. In essa affermo che “Cristo mediante la sua propria sofferenza salvifica si trova quanto mai dentro ad ogni sofferenza umana” (Ioannis Pauli PP. II, Salvifici doloris, 26, die 11 febr. 1984) e parlo della vocazione a soffrire per la continua e perenne realizzazione della Redenzione: “Questa è soprattutto una chiamata. E una vocazione. Cristo non spiega in astratto le ragioni della sofferenza, ma prima di tutto dice: “Seguimi! Vieni!”, prendi parte con la tua sofferenza a quest’opera di salvezza del mondo, che si compie per mezzo della sofferenza! Per mezzo della mia croce. Man mano che l’uomo prende la sua croce, unendosi spiritualmente alla croce di Cristo, si rivela davanti a lui il senso salvifico della sofferenza. L’uomo non scopre questo senso al suo livello umano, ma al livello della sofferenza di Cristo” (Ivi). “Quanto più l’uomo è minacciato dal peccato, quanto più pesanti sono le strutture del peccato che porta in sé il mondo d’oggi, tanto più grande è l’eloquenza che la sofferenza umana in sé possiede. E tanto più la Chiesa sente il bisogno di ricorrere al valore delle sofferenze umane per la salvezza del mondo” (Ivi, 27).

Accettate con coraggio e fiducia le vostre pene anche per tutti coloro che soffrono nel mondo a motivo di persecuzioni religiose, a causa di dolorose situazioni politiche e sociali; o sono vittime della corruzione dei costumi e del clima di materialismo e di edonismo imperante; o si aggirano senza fede e senza certezza nell’indifferenza o nella negazione religiosa. Anche voi, come Gesù in croce, potete ottenere grazia di luce, di pentimento, di conversione, di salvezza per questi fratelli.

Infine, vi esorto a un sempre più intenso e profondo amore alla Chiesa, che sempre, ma specialmente oggi, deve essere tutta unita nella verità, nella carità e nella disciplina. Parlando ai ministri di Dio, nella Basilica del Rosario, circa i doveri sacerdotali e particolarmente quello dell’amministrazione del Sacramento del perdono, dicevo: “Il sacerdote che assiste dolorosamente all’allontanamento dei suoi fedeli dalle sorgenti del perdono, partecipa alla passione di Cristo, alla sua sofferenza davanti all’indurimento dei cuori, alla sua angoscia per la salvezza del mondo” (cf. Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VI/2 [1983] 217). Anche voi malati, che vedete come l’umanità si trova confusa e minacciata, in cerca di certezza e di verità, partecipate in modo particolare a questa misteriosa passione: pregate dunque e soffrite per la Chiesa, per i vescovi, per i sacerdoti, per le vocazioni, per i seminari e per i responsabili della formazione sacerdotale e religiosa. La Chiesa ha bisogno di persone che pregano e amano, nel silenzio e nella sofferenza: e voi, veramente, nella vostra infermità, potete essere questi apostoli!

4. Cari malati! Si legge nella biografia di santa Bernardetta che il giorno successivo alla sua prima Comunione, il 4 giugno 1858, essa incontrò la signorina Estrade, la quale le rivolse una domanda imbarazzante: “Che cosa ti ha reso più felice? L’apparizione della Vergine Santa o la tua prima Comunione?”. La giovane veggente, decisa come sempre, rispose: “Queste cose non vanno assieme e non possono essere raffrontate. Ciò che so è che sono stata felice tutte e due le volte”.

La commovente e saggia risposta vale anche per voi, malati; vale per tutti: nell’amore a Gesù eucaristico e nella devozione alla Vergine santissima possiamo trovare la vera felicità! Questo vi auguro di cuore! Questo invoco per voi in questa messa!

 

© Copyright 1984 - Libreria Editrice Vaticana

 

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