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VIAGGIO APOSTOLICO IN COREA, PAPUA NUOVA GUINEA,
ISOLE SALOMONE E THAILANDIA

 MESSA PER LA PACE NEL MONDO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

 Stadio Nazionale di Bangkok (Thailandia)
Giovedì, 10 maggio 1984

 

Fratelli e sorelle in Cristo.

1. È nostro privilegio, come membri della Chiesa, di raccoglierci intorno alla mensa del nostro Signore Gesù Cristo e condividere il suo corpo e sangue nel sacramento dell’Eucaristia. Questo privilegio è anche un dovere, se teniamo conto del comando rivolto dal Signore agli apostoli nella notte prima di partire e di morire: “Fate questo in memoria di me”. Riuniti in questa assemblea eucaristica troviamo la nostra identità di cattolici, dato che è proprio in questa sede che la nostra unione con Cristo come individui e come comunità trova la sua espressione più sublime: siamo legati a Cristo, nostro redentore, nel suo perfetto atto di lode, nel sacrificio completo di se stesso al Padre.

Non potrebbe esservi incontro più idoneo all’inizio della mia visita nel vostro Paese, cari cattolici di Thailandia, se non quello di riunirci nel nome di Cristo e celebrare insieme questo memoriale della nostra redenzione. È importante per voi riunirvi così, ogni domenica, perché in occasione della messa potete scoprire sempre nuovamente la vostra sorgente di unità come fratelli e sorelle in Cristo, strettamente uniti gli uni agli altri. Sarete una piccola parte della popolazione del vostro Paese e un piccolo gregge di seguaci di Cristo, ma Cristo, il Buon Pastore, si prenderà cura di voi e vi proteggerà con un amore speciale. E quando voi vi unite con i vostri cuori e le vostre menti a Cristo in questo sacrificio, sarete contemporaneamente spiritualmente uniti all’intera Chiesa di Cristo, l’assemblea universale dei credenti, sia vivi che defunti, che forma l’unico corpo di Cristo.

2. Come Chiesa siete costantemente posti di fronte all’occasione unica di riflettere sulla natura misteriosa della divina provvidenza che sceglie voi perché ascoltiate il messaggio di Cristo e portiate la testimonianza dell’amore di Dio, manifestatosi nella persona di Gesù nostro salvatore. Che mondo è quello in cui Dio vi chiama ad essere testimoni di Cristo? Un aspetto di esso ce lo ha indicato il vostro cardinale all’inizio della liturgia. Avete la fortuna di vivere in un regno in cui i cittadini godono della libertà religiosa, dove uomini e donne sono liberi di adorare Dio secondo i dettami di una coscienza retta. Per questa situazione che corrisponde a un diritto universale di tutti i popoli mi unisco a voi nel ringraziare Dio.

Inoltre, voi vivete in un mondo in cui la maggior parte dei vostri compatrioti segue il Buddismo, quel complesso di credenze religiose e idee filosofiche radicato nella storia, nella cultura e nella psicologia tailandese e che influenza profondamente la vostra identità come nazione. In un certo modo si potrebbe quindi dire che, come popolo della Thailandia, siete gli eredi dell’antica e venerabile saggezza ivi contenuta.

3. Come potete dunque, essendo cristiani, membri della Chiesa cattolica, che riconoscono in Cristo il salvatore del mondo, rispondere alla chiamata di Cristo e seguirlo come discepoli, pur vivendo come accade a voi immersi in un ambiente religioso diverso dal vostro?

La risposta a questa domanda la troviamo nella Sacra Scrittura. La seconda lettura, dalla lettera di san Giacomo, parla di una sapienza terrena opposta alla “sapienza che scende dall’alto”, che è pura, pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità né ipocrisia. La vostra eredità come popolo tailandese è intimamente legata alla tradizione buddista indigena, che prepara il terreno fertile perché il seme della parola di Dio, proclamata da Gesù Cristo, possa attecchire e crescere. Nella pratica del buddismo si riconosce la nobile tendenza a separarsi dalla “sapienza terrena” per scoprire e raggiungere una purificazione e liberazione interiore. Questo scopo si raggiunge tramite la preghiera e la meditazione, unitamente alla pratica delle virtù morali. Come è stato chiaramente evidenziato dal Concilio Vaticano II, la Chiesa rispetta profondamente la sapienza religiosa contenuta nelle tradizioni non cristiane e non rifiuta nulla di esse che sia vero e santo (cf. Nostra Aetate, 2). I frutti di una sapienza “pacifica” e “mite” sono manifestamente evidenti nel carattere tailandese e sono stimati e rispettati da coloro che hanno la fortuna di incontrarvi e di venire a conoscenza di questa qualità spirituale che è in voi.

4. Come popolo tailandese, che ha ricevuto il segno della fede di Cristo, avete conosciuto pienamente questa sapienza per mezzo della persona e del messaggio di Gesù Cristo. La sua sapienza è stata spiegata per voi e per tutti i credenti nelle otto beatitudini che Cristo stesso proclama nel Vangelo di oggi. Queste beatitudini parlano del favore di Dio verso coloro che aspirano a vivere sotto le sue leggi.

L’accettazione di questo insegnamento di Gesù come stile di vita è un frutto dello Spirito Santo, di quello Spirito Santo “diffuso su di noi dall’alto” (Is 32, 15), che trasforma radicalmente il cuore e l’anima dell’uomo. La diffusione dello Spirito Santo implica la trasformazione di tutta la creazione, producendo una condizione per cui tutti possono provare la vera gioia, la gioia di coloro che sono realmente “beati”. In questo senso noi comprendiamo che la sapienza non è una conquista essenzialmente umana, la sapienza viene da Dio e quindi si manifesta in una vita retta.

5. La vita cristiana è vissuta nella fede nella potenza redentrice della croce e della risurrezione di Cristo; è la risposta di coloro che desiderano sinceramente seguire la via del Vangelo indicata dalle beatitudini. Come si manifesta questa sapienza rivelata da Cristo nella vita di coloro che sperimentano la forza redentrice della sua croce e risurrezione! Ancora sono le Scritture che ci illuminano nelle nostre meditazioni. Tra i frutti che vengono dall’alto c’è il dono della pace, tema della liturgia odierna, e per la cui intenzione offriamo questa messa. Nella nostra prima lettura, dal profeta Isaia, abbiamo sentito che la pace sarà l’effetto della giustizia. Ma essa verrà solamente se lo Spirito sarà “diffuso su di noi dall’alto”.

L’intera Chiesa è impegnata nella preghiera per la pace, nella preghiera per questo dono di Dio, e prega nel modo più efficace possibile: partecipando cioè al sacrificio perfetto di Cristo che ha offerto se stesso come nostro intercessore presso il suo celeste Padre. Nell’Eucaristia riconosciamo la nostra responsabilità di cristiani a pregare costantemente, specialmente come comunità di fede, in modo che possiamo ricevere il dono della pace da Cristo, come famiglia di Dio riunita alla presenza del Padre.

La responsabilità di pregare per la pace non ci esime dal dovere di lavorare positivamente e concretamente per la pace. Parlo della pace che viene dalla giustizia e dall’amore per il prossimo, e che è legata alla pace di Cristo che viene da Dio. Il nostro impegno per la pace significa resistere alle tentazioni della violenza; comprende il costante controllo delle passioni, il rispetto della dignità degli altri, la pietà, la mansuetudine e tutte quelle che scaturiscono da un cuore fatto a immagine del cuore di Cristo, principe della pace.

Anche qui, come popolo arricchito dalla tradizione buddista del vostro Paese, siete dotati di una particolare predisposizione a rinunciare alla violenza nella rivendicazione dei diritti personali, e così l’ingiunzione del Signore di essere operatori di pace tocca una corda sensibile nelle vostre menti e nei vostri cuori, aiutandovi a non cedere alle molte tentazioni di violenza che assalgono il mondo.

6. In questa luce possiamo meglio comprendere il significato delle parole di san Giacomo: “Un frutto di giustizia è seminato nella pace per coloro che operano la pace” (Gc 3, 18). Come può avvenire ciò? Ciò avviene nel cristiano quando egli accetta lo stile di vita indicato da Cristo nel discorso della montagna. Questo programma è la nuova sapienza che viene dall’alto e si pone in duro contrasto con la sapienza di questo mondo. È l’opposto del materialismo e dell’edonismo.

In questo contesto, la beatitudine: “Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio” assume un rilievo particolare. Il vero operatore di pace non è solamente colui che rinuncia all’uso della violenza come metodo abituale, ma è quello che ha anche il coraggio di combattere i nemici della pace. L’operatore lotta, non con armi fisiche o contro un individuo o una nazione, ma contro quell’egoismo, in tutte le sue forme, che ci impedisce di vedere gli altri come fratelli e sorelle in un’unica famiglia umana. Egli lotta contro l’indifferenza o l’apatia di fronte alla povertà, al dolore e alla sofferenza, perché nella visione cristiana della vita umana queste condizioni non giustificano mai il fatalismo, né sono segni di maledizione. Piuttosto ci conducono alla nostra redenzione, se associati alla croce e risurrezione di Gesù Cristo, il nostro Signore salvatore, la cui sofferenza innocente rimane per sempre un segno di speranza per tutta l’umanità.

7. Fratelli e sorelle in Cristo: in ogni celebrazione dell’Eucaristia Cristo rinnova il dono che ha fatto di se stesso come mediatore e riconciliatore, riunendo i figli dispersi per portare il dono della pace all’intera famiglia umana. Nella messa, Cristo diventa la nostra pace. Ed è Gesù Cristo la nostra pace, quella che noi desideriamo offrire al mondo.

Signore, facci diventare strumenti della tua pace. Signore, dacci la tua pace!

 

© Copyright 1984 - Libreria Editrice Vaticana

 

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