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VISITA PASTORALE IN SVIZZERA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Stadio cittadino «Cornadero» (Lugano)
Martedì,  12 giugno 1984

 

1. “I fratelli erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere” (At 2, 42).

Il testo del secondo capitolo degli Atti degli apostoli, poc’anzi proclamato, ci pone davanti agli occhi gli inizi stessi della Chiesa, appena uscita dal cenacolo nel giorno della Pentecoste. Essa è stata condotta fuori dal luogo dell’attesa e della preghiera con la potenza dello Spirito Santo, per annunziare in mezzo agli uomini provenienti da diverse nazioni “le grandi opere di Dio” (At 2, 11).

La scorsa domenica, solennità della Pentecoste, abbiamo avuto la gioia di rivivere proprio quel “giorno fatto dal Signore”: il giorno della nascita della Chiesa.

Oggi, attraverso il racconto del libro degli Atti, siamo testimoni - si potrebbe dire - di un giorno ordinario di questa Chiesa, che è appena nata. Ecco la comunità che permane assidua “nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli . . . nella frazione del pane e nella preghiera”. Questa comunità mantiene ancora un quotidiano collegamento col tempio di Gerusalemme (quindi partecipa ancora al culto dell’antica alleanza) e al tempo stesso, spezzando il pane a casa (cf. At 2, 46), celebra già l’Eucaristia, il sacramento della nuova ed eterna alleanza. Il sacramento mediante il quale si è plasmata e continua a plasmarsi quotidianamente la Chiesa da quasi duemila anni.

2. Questo testo degli Atti è importante. In esso emergono alcuni elementi costitutivi della Chiesa di Cristo: la Parola di Dio, accolta da una comunità di credenti, che si raccoglie per la celebrazione dell’Eucaristia, intorno agli apostoli, i quali in seguito provvederanno ad assicurarsi dei successori nelle persone dei vescovi. Da allora ad oggi, e fino alla fine dei tempi, la realtà piena della Chiesa non si può avere se non sulla base di questi elementi essenziali. La Chiesa dei primi tempi, che ha il suo inizio nel cenacolo gerosolimitano e nella comunità primitiva riunita intorno agli apostoli, è già strutturata così. Essa è - si potrebbe dire - la Chiesa “locale” e contemporaneamente è pure la Chiesa “universale”. “Locale”, perché legata a un luogo, a Gerusalemme; ma anche “universale”, perché in essa confluiscono, come il giorno della Pentecoste rende manifesto, genti provenienti da diverse nazioni. Col prodigio delle lingue lo Spirito ratifica tale multiforme presenza, consentendo a ciascuno di ascoltare gli apostoli nel proprio idioma natio.

Animati dal medesimo Spirito Santo, desideriamo abbracciare queste due dimensioni della Chiesa nell’odierno incontro e durante tutta la settimana.

La visita del Vescovo di Roma e successore di Pietro vuole dimostrare, con particolare evidenza, come questa vostra diocesi di Lugano e tutte le diocesi della Svizzera - ciascuna delle Chiese che si trovano nella vostra patria - vivendo la propria vita, vivono ad un tempo la vita della Chiesa universale: della Chiesa che è una in tutto il mondo. “Una, sancta, catholica et apostolica ecclesia”.

La Chiesa è il popolo di Dio: “la nazione il cui Dio è il Signore, il popolo che si è scelto come erede” (Sal 33, 12).

Le parole del salmo dell’odierna liturgia parlano di Israele, che era il popolo di Dio dell’antica alleanza. E al tempo stesso parlano del nuovo Israele, della Chiesa che si è estesa oltre i limiti vetero-testamentari di una sola nazione.

“In tutte . . . Le nazioni della terra è ricordato un solo popolo di Dio, poiché di mezzo a tutte le stirpi egli prende i cittadini del suo regno, non terreno ma celeste. E infatti tutti i fedeli sparsi per il mondo comunicano con gli altri nello Spirito Santo e così chi sta in Roma sa che gli Indi sono sue membra” (Lumen Gentium, 13).

Il popolo: la comunità degli uomini viventi che Dio abbraccia contemporaneamente tutti insieme e ciascuno in particolare. Li abbraccia come Creatore e come Padre, come Redentore e Spirito che compenetra tutto.

“Il Signore guarda dal cielo, / egli vede tutti gli uomini. / Dal luogo della sua dimora scruta tutti gli abitanti della terra, / lui che, solo, ha plasmato il loro cuore / e che comprende tutte le loro opere” (Sal 33, 13-15).

Tutti e ciascuno sono penetrati dall’eterno disegno dell’amore divino. Tutti e ciascuno “riscattati” dallo stesso infinito prezzo della redenzione di Cristo. Tutti e ciascuno sottomessi al soffio dell’unico Spirito di verità.

3. L’odierna liturgia ci parla di quest’unità mediante l’analogia evangelica della vite e dei tralci.

“Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo” (Gv 15, 1). Così dice Gesù ai suoi discepoli durante il discorso d’addio nel cenacolo.

Sul vasto suolo dell’umanità il Padre celeste ha innestato questa vite: il Figlio di Dio nato nel tempo dalla Vergine Maria. E tutti gli uomini, come tralci, sono stati pervasi dalla linfa della vita nuova che è in questa vite.

Ogni tralcio che in me non porta frutto - dice Gesù - il Padre lo toglie e ogni tralcio che porta frutto lo pota perché porti più frutto” (Gv 15, 2).

Che cosa è la Chiesa in ogni sua dimensione, “universale” e “locale”? È l’ambiente della nuova esistenza dell’uomo. Mediante questo ambiente l’uomo, figlio della terra, ha una nuova esistenza in Gesù Cristo, Figlio di Dio. Come un tralcio nella vite. Questa è quindi anche l’esistenza dei figli di Dio. Perciò la Chiesa è il luogo della divina coltura. Noi tutti che costituiamo la Chiesa - tutti e ciascuno - dobbiamo portare frutto in Cristo.

“Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me . . .

Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla . . . In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore” (Gv 15, 4-5. 8-9).

4. Nella nostra meditazione sulla Chiesa in ogni sua dimensione dobbiamo rifarci costantemente a questa stupenda analogia. In essa è contenuta la ragione più profonda dell’unità e insieme della pluralità della Chiesa. Questa analogia ha anche la sua particolare importanza, perché mostra come le due dimensioni della Chiesa, che si esprimono nelle determinazioni “universale” e “locale”, possano aderire correttamente l’una all’altra, custodendo al tempo stesso tutta la ricchezza contenuta in ciascuna.

L’unità scaturisce da Cristo-vite mediante l’azione dello Spirito Santo, mandato sugli apostoli il giorno della Pentecoste.

È quindi l’unità del corpo e dello Spirito, come proclama l’autore della lettera agli Efesini (Ef 4, 4-6): “Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti”.

Così, dunque, l’unità della Chiesa proviene in definitiva dal Padre. Proviene dal Padre mediante Cristo, la vite, nello Spirito Santo. Cercate “di conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace”, scrive l’apostolo Paolo (Ef 4, 3).

È una raccomandazione che ha valore perenne. Anche i cristiani di oggi debbono confrontarsi con essa. Ogni comunità locale, raccolta intorno al suo vescovo, è veramente e pienamente Chiesa. Questa coscienza è diventata così forte dopo il Concilio Vaticano II, che oggi possiamo dire, con una formulazione gravida di conseguenze, che è nelle Chiese particolari e dalle Chiese particolari, cioè nelle e dalle diocesi, che sussiste la sola e unica Chiesa cattolica (cf. Codex Iuris Canonici, can. 368). Ciò significa che dove una comunità è riunita col suo vescovo, nella fede e nella fedeltà al Signore risorto, è veramente realizzata la Chiesa. Ma la realtà del corpo mistico di Cristo non si esaurisce in essa. La Chiesa particolare non può quindi rimanere sola, non può vivere una fraternità soltanto a livello locale, ma deve realizzare la comunione anche con le altre Chiese. Nel Nuovo Testamento noi leggiamo come già fra le varie Chiese di allora c’era unità, testimoniata mediante scambi di aiuti e di informazioni, viaggi e accoglienza di persone, e soprattutto mediante la ferma adesione alla medesima fede, agli stessi sacramenti, alla prassi disciplinare introdotta dagli apostoli, concordemente accolta e costantemente aggiornata dai loro successori. In particolare il libro degli Atti ci informa che, quando da Gerusalemme iniziò l’espansione del messaggio evangelico col conseguente formarsi di nuove comunità nei vari luoghi ove esso giungeva, queste comunità continuavano a far riferimento a un centro, a una Chiesa madre, che era, allora, Gerusalemme, il luogo dove, in un primo tempo, viveva Pietro con gli altri apostoli.

Anche i cristiani di oggi sono impegnati a vivere la stessa esperienza di unità: non può esistere una Chiesa locale che non sia in comunione con le altre, che non sia aperta alle sofferenze e alle gioie delle altre Chiese locali, che non cerchi di sintonizzarsi con esse nel modo concreto di testimoniare davanti al mondo di oggi gli eterni valori del Vangelo. Non può esistere una Chiesa locale che non alimenti una sincera e profonda comunione con la Sede di Pietro.

5. La Chiesa è “una”. Ogni pluralità è in questa unità. Tale pluralità è - come leggiamo in seguito nel testo dell’apostolo Paolo - pluralità di vocazioni: “per rendere idonei i fratelli a compiere il mistero, al fine di edificare il corpo di Cristo” (Ef 4, 12). Edificare il corpo di Cristo oggi, così come, sin dalla prima generazione, hanno edificato questo corpo gli apostoli, i profeti, gli evangelisti, i pastori e i maestri. La pluralità delle vocazioni è vera in quanto deriva dall’unità e la costruisce. Ciò che si riferisce alle persone, è valido anche per le comunità. Ciascuna comunità nella Chiesa è vera (corrisponde alla tradizione evangelica e apostolica) in quanto si sviluppa dall’unità e a un tempo la costruisce.

Ogni “Chiesa locale” è vera (corrisponde alla sua definizione evangelica e apostolica) in quanto si sviluppa dall’unità della Chiesa “universale” e insieme la edifica.

6. In questa celebrazione eucaristica all’inizio della mia visita pastorale in Svizzera desidero salutare tutte le comunità ecclesiali riunite nelle vostre Chiese locali. La Chiesa di Basilea, quella di Coira, quella di Losanna, Ginevra e Friburgo, quella di San Gallo, quella di Sion e anche del Grigioni italiano. Con particolare intensità di sentimenti saluto la diocesi di Lugano rivolgendo uno speciale pensiero al pastore, monsignor Ernesto Togni, ai sacerdoti, ai religiosi, alle religiose e a tutto il laicato.

Saluto tutte queste Chiese con una venerazione che corrisponde alla loro dignità evangelica e apostolica. Do loro il bacio fraterno della pace.

E al tempo stesso esprimo il fervido augurio che ciascuna di queste Chiese, permanendo stabilmente nell’unità della Chiesa universale, compia la missione di cui parla lo Spirito Santo nel testo della lettera agli Efesini: affinché “arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4, 13).

In altre parole auguro, come servo e custode dell’unità della Chiesa, che si compia in voi, cari fratelli e sorelle, il mistero della vite e dei tralci.

Ciascuno amministri generosamente e con costanza la grazia che gli è stata data “secondo la misura del dono di Cristo” (Ef 4, 7).

Questo dono costruisce sempre la Chiesa, sia nella sua dimensione universale, sia in quella locale.

7. Ad accogliere un tale dono vi dispone, carissimi cattolici svizzeri, la vostra storia. Essa, infatti, è storia di un Paese in cui unità e diversità hanno saputo infondersi in una diuturna esperienza di serena concordia, di reciproco rispetto, di operosa collaborazione. Queste vostre tradizioni possono esservi di grande aiuto nell’aprirvi all’impegno di adesione generosa alla dimensione universale della Chiesa. In ciò poi, voi cattolici del Canton Ticino, siete ulteriormente facilitati in ragione delle vicende ecclesiastiche della vostra comunità, che ha potuto attingere al ricchissimo patrimonio religioso suscitato da uomini della statura di sant’Ambrogio e di san Carlo Borromeo. La vostra condizione di diocesi relativamente giovane, in posizione geografica di confine, costituisce uno stimolo alla ricerca di una comunione sempre più profonda con le altre Chiese, pur nella fedeltà a quella particolare fisionomia ecclesiale che hanno maturato nel corso dei secoli le generazioni dei vostri avi sotto la guida dei loro pastori, tra i quali mi è caro ricordare, con speciale menzione, il servo di Dio monsignor Aurelio Bacciarini.

8. Sappiate essere all’altezza del vostro glorioso passato! Vi auguro l’abbondanza dei doni di Cristo. Vi auguro di essere “aperti allo Spirito di Cristo”, secondo il motto che avete scelto per questa mia visita. È un motto che riassume bene l’esigenza più profonda di ogni Chiesa particolare, che voglia vivere in pienezza la propria missione. Essa deve essere un organismo ben strutturato ed efficiente, per testimoniare attivamente la salvezza di Dio nel mondo. Ma deve essere, prima di tutto e soprattutto, animata e continuamente trasformata dallo Spirito di Cristo.

È lui che “rinnova la faccia della terra”. Non sentiamo forse tutti alla fine del XX secolo dopo Cristo quanto questa faccia della terra, abitata dagli uomini, abbia bisogno di rinnovamento?

Il rinnovamento decisivo non potrà venire che dall’azione vivificante dello Spirito, il quale solo è in grado di “convincere il mondo” (cf. Gv 16, 8) circa la divinità di Cristo, redentore dell’uomo e vera speranza della storia.

Diciamo, perciò, col salmista: “L’anima nostra attende il Signore, / egli è nostro aiuto e nostro scudo. / In lui gioisce il nostro cuore / e confidiamo nel suo santo nome” (Sal 33, 20-21).

Sì, confidiamo! Amen.

 

© Copyright 1984 - Libreria Editrice Vaticana

 

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