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CONCELEBRAZIONE A CONCLUSIONE DEL «RITIRO»
MONDIALE DEI SACERDOTI

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Basilica Vaticana - Martedì, 9 ottobre 1984

 

1. “Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione” (Ef 4, 4). Le parole dell’apostolo Paolo, poc’anzi ascoltate, tornano spontaneamente alle labbra nel contemplare, carissimi fratelli in Cristo, questa vostra assemblea che raccoglie tanti vescovi e sacerdoti, provenienti da ogni parte del mondo. A tutti e a ciascuno rivolgo un cordiale saluto: “Gesù è il Signore! Alleluia!”.

Voi siete convenuti a Roma per partecipare al ritiro spirituale organizzato dall’Ufficio internazionale del Rinnovamento carismatico cattolico. Le vostre riunioni, tenutesi in Vaticano, e questa concelebrazione eucaristica presso la tomba del Principe degli apostoli sono indizi eloquenti del vostro profondo attaccamento alla Sede di Pietro e alla Chiesa una, santa cattolica e apostolica. Il Signore voglia confermarvi nella vostra fede e ravvivare la grazia del sacerdozio, che è in voi, durante il vostro soggiorno in quest’alma città di Roma, centro del cattolicesimo.

2. Durante il ritiro avete lungamente meditato sulla vocazione sacerdotale come particolare chiamata alla santità. Questo tema è molto importante e attuale. Il mondo di oggi, infatti, ha bisogno di sacerdoti, di molti sacerdoti, ma soprattutto di sacerdoti santi.

La vocazione sacerdotale è essenzialmente una chiamata alla santità, nella forma che scaturisce dal sacramento dell’Ordine. La santità è intimità con Dio, è imitazione di Cristo, povero, casto e umile; è amore senza riserve alle anime e donazione al loro vero bene; è amore alla Chiesa che è santa e ci vuole santi, perché tale è la missione che Cristo le ha affidato. Ciascuno di voi deve essere santo anche per aiutare i fratelli a seguire la loro vocazione alla santità.

Come non riflettere, nel contesto di questo incontro, sul ruolo essenziale che lo Spirito Santo svolge nella specifica chiamata alla santità, che è propria del ministero sacerdotale? Ricordiamo le parole del rito dell’Ordinazione sacerdotale, che sono ritenute centrali nella formula sacramentale: “Dona, Padre onnipotente, a questi tuoi figli la dignità del presbiterato. Rinnova in loro l’effusione del tuo Spirito di santità; adempiano fedelmente, o Signore, il ministero del secondo grado sacerdotale da te ricevuto e con il loro esempio guidino tutti a un’integra condotta di vita”.

Mediante l’Ordinazione, carissimi, avete ricevuto lo stesso Spirito di Cristo, che vi rende simili a lui, perché possiate agire nel suo nome e vivere in voi i suoi stessi sentimenti. Questa intima comunione con lo Spirito di Cristo, mentre garantisce l’efficacia dell’azione sacramentale che voi ponete “in persona Christi”, chiede anche di esprimersi nel fervore della preghiera, nella coerenza della vita, nella carità pastorale di un ministero instancabilmente proteso alla salvezza dei fratelli. Chiede, in una parola, la vostra personale santificazione. È quanto ha ribadito il Concilio Vaticano II, trattando l’argomento da un’angolatura che è insieme cristologica, pneumatologica ed ecclesiale: “Esercitando il ministero dello Spirito e della giustizia, essi vengono consolidati nella vita dello Spirito, a condizione però che siano docili agli insegnamenti dello Spirito di Cristo che li vivifica e li conduce. I presbiteri, infatti, sono ordinati alla perfezione della vita in forza delle stesse sacre azioni che svolgono quotidianamente, come anche di tutto il loro ministero che esercitano in stretta comunione col vescovo e tra di loro” (Presbyterorum Ordinis, 12).

Ecco, quindi, cari confratelli nel sacerdozio: la specifica vostra vocazione alla santità si traduce in un programma di docilità allo Spirito, il quale, se assecondato, opera in voi la progressiva identificazione con Cristo, col suo esempio, col suo insegnamento, con la sua persona, e vi eleva a cooperatori del piano divino della salvezza. Davanti a una prospettiva tanto sublime, come non sentire il bisogno di ripetervi con san Paolo: “Vi esorto, io, prigioniero del Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace” (Ef 4, 1-3)?

3. È un’esortazione, questa di san Paolo, che si fa anche più insistente e accorata al pensiero del compito fondamentale che a voi spetta nell’edificazione della Chiesa, corpo di Cristo e tempio vivo dello Spirito: voi siete chiamati a raccogliere, in comunione con i vescovi e sotto la loro dipendenza, la famiglia di Dio, come una fraternità animata dallo Spirito di unità (cf. Lumen Gentium, 28).

In mezzo alla comunità cristiana, come anche in mezzo ai diversi gruppi del Rinnovamento nello Spirito, il presbitero è chiamato ad essere pastore e guida spirituale dei fedeli, garante della vera dottrina della Chiesa, responsabile, in comunione col vescovo, dell’autentica celebrazione dell’Eucaristia e dei sacramenti, testimone e promotore della comunione ecclesiale.

Egli deve perciò educare i fedeli a quel “senso della Chiesa”, che si traduce in amore per la dottrina della Chiesa, in venerazione per i pastori, in docilità e obbedienza alle loro direttive, in apertura di mente e di cuore verso tutti i membri della Chiesa, ivi compresi gli altri movimenti o associazioni ecclesiali, in spirito missionario ed ecumenico. Occorre, infatti, evitare il pericolo di radicalizzare la propria esperienza come se fosse l’unica o la più bella, e aprirsi nell’amore, che è dono dello Spirito, alla collaborazione con tutte le componenti ecclesiali, vedendo in esse altrettante manifestazioni dell’unico Spirito, il quale “ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo” (Ef 4, 11-12).

È questo un compito al quale il sacerdote non può abdicare delegandolo ad altri, perché esso scaturisce dalla natura stessa del suo ministero pastorale e trova quotidiano sostegno nella grazia che lo Spirito effonde in lui, quale rappresentante di Cristo in mezzo alla comunità cristiana. Egli può, certo, arricchirsi di ogni dono genuino che lo Spirito distribuisce largamente nel popolo di Dio. Ma non può dimenticare di essere chiamato a esercitare un ruolo di discernimento, di guida e di pedagogia spirituale, in adempimento di quel ministero di insegnamento autorevole, di santificazione sacramentale, di governo ecclesiale, che gli è proprio in quanto investito del triplice “munus” di Cristo sacerdote.

4. È lui, infatti, il modello a cui bisogna guardare; lui, Gesù, che il brano evangelico ascoltato ci presenta nell’atto di percorrere “tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il Vangelo del regno e curando ogni malattia e infermità” (Mt 9, 35). Il sacerdote deve avere costantemente dinanzi agli occhi il Maestro divino per farne propri i sentimenti profondi e giungere a provare, insieme con lui, “compassione”, per le persone “stanche e sfinite”, che spesso vagano sulle strade della vita “come pecore senza pastore” (cf. Mt 9, 36).

Ogni persona deve essere importante per lui. La cura della comunità non lo dispensa dalla premurosa attenzione per i singoli, secondo i loro bisogni spirituali e secondo la specifica vocazione di ciascuno. Oggi più che mai, in particolare attraverso la generosa dedizione al ministero della Penitenza e alla direzione spirituale, il sacerdote è chiamato ad essere educatore nella fede di ciascuno dei suoi fedeli, evitando ogni possibile “massificazione” delle coscienze. Se ciascuno singolarmente è amato da Dio, se lo Spirito effuso nel cuore di ogni singolo fedele (cf. Rm 5, 5) ne assicura l’irripetibile personalità e la specifica vocazione alla santità, il sacerdote deve assecondare l’opera dello Spirito, affinché grazie alla libera risposta dei singoli sia arricchita la comunione ecclesiale, in un cammino che, seppur convergente nell’unità del piano di Dio, esige tuttavia l’impegno personale di ciascuno.

5. Occorre inoltre ricordare che una guida illuminata dei fedeli nel cammino della santità suppone una pedagogia della vita spirituale armoniosa e integrale, che conduca dalla contemplazione e dalla preghiera all’impegno concreto nella pratica delle virtù evangeliche, e in particolare all’impegno per l’adempimento delle esigenze che scaturiscono dalla giustizia e dalla carità. Non è forse questa la precisa raccomandazione che l’apostolo Giacomo già faceva ai suoi primi cristiani? “Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo?” (Gc 2, 14), egli domandava. E la perentoria risposta vi è ben nota: “Come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta” (Gc 2, 26).

La fede deve essere testimoniata nella vita: non solo nella vita privata, ma anche in quella sociale. Il cristiano, cioè, dovrà studiarsi di essere presente e attivo anche nelle diverse strutture sociali e politiche del mondo contemporaneo, per promuovere dappertutto le condizioni della “civiltà dell’amore”. Oggi infatti le opere di misericordia, richiamate da Gesù nel discorso sull’ultimo giudizio (cf. Mt 25, 31-46), devono essere realizzate non solo con iniziative di singoli, ma anche attraverso opportune iniziative a livello sociale e politico (cf. Gaudium et Spes, 26.30.31). Come è scritto nella recente istruzione della Congregazione per la dottrina della fede su alcuni aspetti della Teologia della liberazione, “più che mai è necessario che numerosi cristiani, di fede illuminata e risoluti a vivere la vita cristiana nella sua integralità, s’impegnino nella lotta per la giustizia, la libertà e la dignità dell’uomo, per amore verso i loro fratelli diseredati, oppressi e perseguitati” (S. Congr. pro Doctrina Fidei, De quibusdam elementis «Theologiae liberationis», Introd.)

6. Una saggia pedagogia spirituale dovrà, inoltre, tener presente che il cammino della santità cristiana è un processo di crescita verso la maturità o, come dice l’apostolo Paolo, verso “lo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4, 13). Alcune esperienze di entusiasmo religioso che il Signore talvolta concede sono soltanto grazie iniziali e passeggere, che hanno lo scopo di spingere verso l’impegno deciso della conversione, camminando generosamente nella fede, nella speranza e nell’amore.

Gioverà molto, a questo proposito, approfondire la dottrina dei grandi maestri della vita spirituale, da sant’Agostino a san Bernardo, da Ignazio di Loyola a Teresa di Gesù, a Giovanni della Croce: essi presentano la vita cristiana come un lungo cammino, nel quale l’avanzamento è sostenuto e guidato dallo Spirito, che prova ogni cristiano e lo conduce attraverso notti oscure e giornate luminose verso quella novità di vita che è la santità. In essa risplendono insieme la maturità umana, la fedeltà evangelica e la fecondità apostolica, nell’adesione umile e generosa alla volontà di Dio, accolta e attuata nella normalità del quotidiano.

Nella misura in cui il cristiano si rende trasparente a questa azione dolce e possente dello Spirito, egli sperimenta in sé il progressivo manifestarsi di quei “frutti dello Spirito” che sono “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5, 22) e la sua vita, anche se priva di singolarità esteriori, diventa irradiazione di luce e di calore per quanti hanno la ventura di avvicinarlo.

7. Carissimi fratelli nella grazia del sacerdozio! Ricordatevi che siete chiamati a portare nel mondo, a tutti gli uomini e in tutti gli ambienti, la consolazione dell’amore e della misericordia di Dio.

Convinti che la vostra vocazione vi porta a un servizio insostituibile dell’uomo, cercate di capire e di amare gli uomini di oggi, comunicando loro la certezza che Dio li ama.

Vi sostenga e vi accompagni Maria Santissima, Madre di Cristo sommo sacerdote, alla quale durante questo ritiro avete affidato il vostro sacerdozio. Possa ella insegnarvi, quale Madre a figli di predilezione, a dire sempre “fiat” alla volontà di Cristo, suo Figlio, il quale vi ha scelti per essere suoi ministri. Possa ella ispirarvi a cantare spesso il Magnificat per le meraviglie che Dio sta compiendo nella vostra vita sacerdotale e per mezzo del vostro servizio pastorale. Possa Maria santissima convincervi a imitare il suo “stabat” accanto alla croce, quando difficoltà, incomprensioni e sofferenze si ergeranno sul vostro arduo cammino verso la santità perfetta. Potrete così anche voi, con lei e come lei, gustare la gioia della risurrezione di Cristo e testimoniare davanti a tutto il mondo che Gesù è il Signore! Amen.

 

© Copyright 1984 - Libreria Editrice Vaticana

 

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