The Holy See
back up
Search
riga

VIAGGIO APOSTOLICO A SARAGOZZA,
SANTO DOMINGO E PUERTO RICO

CELEBRAZIONE DELLA PAROLA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Santo Domingo - Venerdì, 12 ottobre 1984

 

Cari fratelli nell’episcopato, amati fratelli e sorelle,

1. In questo stadio olimpico di Santo Domingo mi trovo riunito con voi, fratelli vescovi del Celam e rappresentanti di altre conferenze episcopali. È oggi una data molto eloquente: il 12 di ottobre.

Quasi cinquecento anni fa iniziava in queste terre l’opera che Cristo - come abbiamo appena ascoltato dal Vangelo di Matteo - affidò alla sua Chiesa: l’evangelizzazione di tutte le genti. La preparazione di questo centenario è il motivo che ci raduna.

Mi rallegra, perciò, che in questa data che ricorda l’incontro tra due mondi (tra il continente americano e quello europeo) il Papa possa riunirsi con gli episcopati della Chiesa che portò l’evangelizzazione e di quella che la ricevette, realizzando così una sola e medesima Chiesa: quella di Cristo.

Con quanto piacere saluto oggi questa Chiesa evangelizzatrice ed evangelizzata, che in un grande impulso di creatività e giovinezza, ha ottenuto che quasi la metà di tutti i cattolici del mondo si trovino in America Latina! Di questa giovinezza apostolica, piena di speranza, vuole essere oggi testimone la moltitudine di giovani che sono presenti in questo stadio. In essi vedo rappresentata la gioventù cristiana del continente: salve, Chiesa giovane, speranza dell’America Latina!

I. Sulle orme dei missionari

1. La Provvidenza mi porta ancora una volta nelle terre dell’America, mi porta in questo che fu chiamato il Nuovo mondo.

Già nel primo viaggio apostolico del mio pontificato dissi che volevo passare per Santo Domingo, “seguendo la rotta che, al momento della scoperta del continente, tracciarono i primi evangelizzatori” (Ioannis Pauli PP. II, Allocutio ad Reipublicae Praesidem et ad civiles et ecclesiasticas Auctoritates in urbe Dominicopoli habita, die 25 ian. 1979: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, II [1979] 124).

Da parte sua, l’episcopato latinoamericano, nel documento di Puebla, tenne presente l’evento dei cinquecento anni dell’evangelizzazione e la sfida che esso comportava per la Chiesa in questo continente (cf. «Evangelizzazione e religiosità popolare», Puebla, parte II, cap. II, 3.3).

Anche durante il viaggio apostolico in Spagna dichiarai a Saragozza che il quinto centenario della scoperta e dell’evangelizzazione dell’America era un avvenimento che la Chiesa non poteva fare a meno di celebrare (Ioannis Pauli PP. II, Caesaraugustae, allocutio in honorem Beatae Mariae Virginis habita, 3, die 6 nov. 1982: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, II [1979] 1179).

Ma, soprattutto, nell’incontro che ebbi con il Celam, nella cattedrale di Puerto Principe (Haiti), il mese di marzo dell’anno scorso, dissi che dovevate celebrare questo centenario “con un atteggiamento di gratitudine verso Dio, per la vocazione cristiana e cattolica dell’America Latina, e verso quanti furono strumenti vivi ed attivi dell’evangelizzazione. Con un’intenzione di fedeltà al vostro passato di fede. Con uno sguardo alle sfide del presente e agli sforzi che sono in atto. Con uno sguardo verso il futuro, per vedere come consolidare l’opera iniziata”. Opera che doveva essere “un’evangelizzazione nuova: nuova nel suo ardore, nei suoi metodi, nella sua espressione” (Ioannis Pauli PP. II, Allocutio in Portu Principis, ad Episcopos Consilii Episcopalis Latino-Americani sodales, habita, III, die 9 mar. 1983: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VI/1 [1983] 698).

Su questa stessa linea ha voluto muoversi il Celam sottolineando recentemente che la celebrazione del centenario “che vogliamo preparare con anni di anticipo, significa sia riconoscenza verso coloro che impiantarono e trasmisero la fede in questo continente, sia impegno di mantenere e far crescere questa insigne eredità” (CELAM, Messaggio in occasione del quinto centenario della scoperta e dell’evangelizzazione dell’America Latina).

2. Questi sono i propositi che hanno ispirato la decisione di preparare adeguatamente la celebrazione del mezzo millennio dell’evangelizzazione. Sono anche quelli che hanno spinto il Papa a portare la solidarietà della Chiesa di Roma a queste Chiese, a dare impulso con la sua presenza alla suddetta preparazione, affinché gli atti iniziati qui nella Repubblica Dominicana costituiscano in tutto il continente l’inizio di una grande campagna della fede, articolata in molteplici iniziative di nuova evangelizzazione durante la novena di anni che oggi inauguriamo.

Non poteva il Papa, al cui ministero ecclesiale spetta in primo luogo il mandato di Cristo di predicare la fede, tralasciare di dare il suo contributo personale a tale missione, nel momento in cui si progetta per una porzione tanto grande della Chiesa (tutta l’America Latina) l’obiettivo di una nuova evangelizzazione, un’evangelizzazione che continui e completi l’opera dei primi evangelizzatori.

II. Uno sguardo al passato

1. Per una migliore autocoscienza. Per far fronte alla problematica e alle sfide che la Chiesa ha davanti a sé in ordine all’evangelizzazione nel momento attuale, essa ha bisogno di una lucida visione delle sue origini e del suo sviluppo.

E questo non per puro interesse accademico o per nostalgie del passato, ma per trovare una propria salda identità, per attingere alla corrente viva di missione e santità che dette impulso al suo cammino, per comprendere meglio i problemi del presente e proiettarsi più realisticamente verso il futuro.

Indubbiamente, questa puntuale autocoscienza è prova di maturità ecclesiale. E se è vero che da ciò la Chiesa trarrà motivi di conversione e di maggiore fedeltà al Vangelo, essa potrà anche dedurne insegnamento e forza per affrontare gli ostacoli che la sua missione salvifica incontra in ogni momento della storia.

2. Carattere provvidenziale della scoperta e dell’evangelizzazione dell’America. La lettera di papa Leone XIII, in occasione della chiusura del quarto centenario dell’impresa colombiana, parla dei disegni della divina Provvidenza che hanno guidato l’“evento per sé più grande e meraviglioso tra gli eventi umani” e che mediante la predicazione della fede fecero passare un’immensa moltitudine “alle speranze della vita eterna” (Leonis III, Lettera,  del 15 luglio 1892).

Per ciò che riguarda l’aspetto umano, l’arrivo degli scopritori a Guanahani significava un fantastico allargamento delle frontiere dell’umanità, la mutua scoperta di due mondi, l’apparizione dell’intera ecumene davanti agli occhi dell’uomo, il principio della storia universale nel suo processo di interazione, con tutti i suoi benefici e le sue contraddizioni, con le sue luci e le sue ombre.

Per quanto concerne l’aspetto evangelizzatore, segnava un dispiegamento missionario senza precedenti che, partendo dalla penisola Iberica, avrebbe dato presto una nuova configurazione alla mappa ecclesiale. E lo avrebbe fatto in un momento in cui le convulsioni religiose in Europa provocavano lotte e visioni parziali, che avevano bisogno di nuove terre per far riemergere in esse la creatività della fede.

Era il prorompere vigoroso dell’universalità voluta da Cristo per il suo messaggio, come abbiamo letto in san Matteo. Messaggio che, dopo il Concilio di Gerusalemme, penetra nell’ecumene ellenistica dell’Impero romano, si conferma nell’evangelizzazione dei popoli germanici e slavi (dove esercitano il loro influsso Agostino, Benedetto, Cirillo e Metodio) e trova la sua pienezza nella nascita della cristianità del Nuovo mondo. Così “si gettarono le basi della cultura latinoamericana e del suo reale sostrato cattolico” (Puebla, 412).

3. Peccato e grazia. Una certa “leggenda negra” che per un certo tempo orientò non pochi studi storiografici, concentrava prevalentemente l’attenzione su aspetti di violenza e di sfruttamento che si verificarono nella società civile durante la fase successiva alla scoperta. Pregiudizi politici, ideologici ed anche religiosi hanno voluto presentare solo negativamente la storia della Chiesa in questo continente.

La Chiesa, per ciò che la riguarda, vuole accostarsi alla celebrazione di questo centenario con l’umiltà della verità, senza trionfalismi né falsi pudori; tenendo solamente alla verità, per ringraziare Dio dei successi e per trarre dagli errori i motivi per proiettarsi rinnovata verso il futuro.

Essa non vuole disconoscere l’interdipendenza che ci fu tra la croce e la spada nelle fasi della prima penetrazione missionaria. Ma non vuole neanche dimenticare che l’espansione della cristianità iberica portò ai nuovi popoli il dono insito nelle origini e nella gestazione dell’Europa - la fede cristiana con la sua carica di umanità e con la sua capacità di salvezza, di dignità e fraternità, di giustizia e di amore per il Nuovo mondo.

Questo provocò lo straordinario dispiegamento missionario, nella trasparenza e incisività della fede cristiana, tra i diversi popoli e etnie, culture e lingue indigene.

Gli uomini e i popoli del nuovo meticciato americano furono generati anche dalle novità della fede cristiana. E nel volto di nostra Signora di Guadalupe sono simboleggiate la potenza e la solidità di quella prima evangelizzazione.

Ma nonostante l’eccessiva vicinanza o confusione tra la sfera laica e quella religiosa proprie di quell’epoca, non ci fu assorbimento o sottomissione, e la voce della Chiesa si levò sin dal primo momento contro il peccato.

All’interno di una società propensa a vedere i benefici materiali che poteva ottenere con la schiavitù e con lo sfruttamento degli indios, si leva la protesta chiara della coscienza critica del Vangelo che denuncia l’inosservanza delle esigenze della dignità e fraternità umana, che hanno il loro fondamento nella creazione e nella filiazione divina di tutti gli uomini. Quanti non furono i missionari e i vescovi che lottarono per la giustizia e contro gli abusi dei conquistatori e degli “encomenderos”! Sono noti i nomi di Antonio Montesinos, Bartolomé de Las Casas, Juan de Zumarraga, Vasco de Quiroga, Juan del Valle, Julián de Garcés, José de Anchieta, José de Acosta, Manuel de Nóbrega, Roque González, Toribio de Mogrovejo e tanti altri.

Così la Chiesa, di fronte al peccato degli uomini, compresi i suoi stessi figli, cercò di contrapporre allora - come nelle altre epoche - la grazia della conversione, la speranza della salvezza, la solidarietà verso gli indifesi, lo sforzo di liberazione totale.

4. Evangelizzazione e promozione umana. L’attività evangelizzatrice, nella sua incidenza sociale, non si limitò alla denuncia del peccato degli uomini.

Essa suscitò anche un vasto dibattito teologico-giuridico che, con Francisco de Vitoria e la sua scuola di Salamanca, analizzò a fondo gli aspetti etici della conquista e della colonizzazione. Ciò provocò la pubblicazione di leggi per la tutela degli indios e fece nascere i grandi principi del diritto internazionale dei popoli.

Dal canto loro, nel lavoro quotidiano di immediato contatto con la popolazione evangelizzata, i missionari formavano paesi, costruivano case e chiese, portavano l’acqua fin dentro i centri abitati, insegnavano a coltivare la terra, introducevano nuove coltivazioni, distribuivano animali e attrezzi da lavoro, aprivano ospedali, diffondevano arti come la scultura, la pittura, l’oreficeria, insegnavano nuovi mestieri, eccetera.

Vicino ad ogni Chiesa sorgeva, come preoccupazione prioritaria, una scuola per formare i bambini. Di questi sforzi di elevazione umana rimangono moltissime pagine nelle cronache di Mendieta, Grijalva, Motolinìa, Remesal ed altri. Con quanta soddisfazione raccontano che un solo vescovo poteva vantarsi di contare cinquecento scuole nella sua diocesi!

Non minore interesse per la promozione umana nelle terre evangelizzate si nota in grandi figure missionarie, come il padre Kino, frate Junipero Serra, il beato Roque González, Antonio Vieira, che tanto fecero per elevare il livello umano delle loro nuove comunità cristiane.

Allo stesso tempo, vengono avviate grandi esperienze collettive di crescita umana e di instaurazione più profonda del cristianesimo, in forme nuove di vita e socialità più degne dell’uomo. Tali furono i “villaggi ospitali” del vescovo Vasco de Quiroga, le “riduzioni” o colonie missionarie dei francescani, le straordinarie “riduzioni” dei gesuiti nel Paraguay, e tante altre opere di carità e di misericordia, di istruzione e di cultura.

Sotto questo aspetto culturale, gli evangelizzatori dovettero inventare metodi di catechesi che non esistevano, dovettero creare le “scuole della dottrina”, istruire bambini e catechisti, per superare le barriere delle lingue. Soprattutto si dovettero preparare libri di catechismo illustrati che spiegassero la fede, elaborare grammatiche e scrivere vocabolari, usare il mezzo della parola e della testimonianza, delle arti, della danza e della musica, delle rappresentazioni sceniche della Passione. In questo campo risaltarono figure di buoni pedagoghi come frate Pietro de Gante e altri.

Testimonianza parziale di questa attività sono - solo nel periodo che va dal 1524 al 1572 - le 109 opere di bibliografia indigena tuttora conservate, oltre a molte altre andate disperse o non stampate: si tratta di vocabolari, sermoni, libri di catechismo, libri di pietà e di altro genere. Sono validissimi apporti culturali dei missionari che testimoniano la loro padronanza di numerose lingue indigene, le loro conoscenze in campo etnologico e storico, botanico e geografico, biologico e astronomico, acquisite in funzione della loro missione. Testimonianza anche del fatto che, dopo l’impatto iniziale tra le culture, l’evangelizzazione seppe assumere e ispirare le culture indigene.

Gli stessi concilii e sinodi locali contengono a volte, insieme con le loro prescrizioni di carattere ecclesiale, interessanti clausole di tipo culturale e di promozione umana.

Un’opera evangelizzatrice e promozionale che ha voluto continuare fino ai nostri giorni, attraverso l’educazione nelle scuole e nelle università, con tante iniziative sociali di uomini e donne animati dall’ideale evangelico. Essi ebbero sin dal principio una chiara coscienza - sempre valida - della loro missione: che l’evangelizzatore deve elevare l’uomo, dandogli innanzi tutto la fede, la salvezza in Cristo, i mezzi e l’istruzione per ottenerla. Perché povero è colui che manca di mezzi materiali, ma più ancora chi disconosce il cammino che Dio gli indica, chi non ha ricevuto la grazia della filiazione adottiva, chi ignora il sentiero morale che conduce al felice destino eterno al quale Dio chiama l’uomo.

5. Un continente segnato dalla fede cattolica. Un dato consegnato alla storia è che la prima evangelizzazione segnò in modo essenziale l’identità storico-culturale dell’America Latina (cf. Puebla, 412). Prova di ciò è che la fede cattolica non fu sradicata dal cuore dei suoi popoli, nonostante il vuoto pastorale creato nel periodo dell’indipendenza o dell’ostilità e delle persecuzioni successive.

Questo sostrato culturale cattolico si manifesta nella fede pienamente vissuta, nella sapienza vitale di fronte ai grandi interrogativi dell’esistenza, nelle sue forme barocche di religiosità, di profondo contenuto trinitario, di devozione verso la Passione di Cristo e verso Maria. Aspetti da tenere ben presenti anche in un’evangelizzazione rinnovata.

Un comune sostrato di matrice cattolica, di fede comune alle diverse popolazioni, che mostrò già la sua consistenza nella capacità di assimilare, all’interno della riforma “post-tridentina”, il rinnovamento del Concilio Vaticano II e gli impulsi maturati a Medellín e a Puebla.

Un sostrato che raggiunse vette straordinarie di santità in figure tanto esemplari e tanto vicine al loro popolo come Torobio de Mogrovejo, Rosa de Lima, Martin de Porres, Juán Macías, Pedro Claver, Francisco Solano, Luis Beltrán, José de Anchieta, Marianita de Quito, Roque González, Pedro de Bethancur, Miguel Febres Cordero, e altri.

Un sostrato con la sua innegabile vitalità e giovinezza attuale, che cerca forme efficaci di inserimento nella società di oggi, che attende un’evangelizzazione rinnovata e piena di speranza, per rivitalizzare la propria ricchezza di fede e suscitare vigorose energie di profonda radice cristiana, per essere in grado di costruire una nuova America Latina confermata nella sua vocazione cristiana, libera e fraterna, giusta e pacifica, fedele a Cristo ed all’uomo latinoamericano.

III. Uno sguardo verso il futuro: il continente della speranza

1. Le sfide del momento. Nel contemplare il panorama che si apre alla nuova evangelizzazione, non è possibile disconoscere le difficoltà che questo grande lavoro deve affrontare.

La scarsità di ministri qualificati per tale missione rappresenta il primo, e forse maggiore, ostacolo.

La secolarizzazione della società di fronte alla necessità di vivere i valori radicalmente cristiani, rappresenta un’altra seria difficoltà.

Le restrizioni poste a volte alla libera professione della fede sono, purtroppo, fatti riscontrabili in diversi luoghi.

La contro-testimonianza di alcuni cristiani incoerenti o le divisioni ecclesiali creano evidente scandalo nella comunità cristiana.

L’impellente rivendicazione di una giustizia, troppo a lungo attesa, si leva da una società che cerca la dovuta dignità.

La corruzione nella vita pubblica, i conflitti armati, le ingenti spese per procurare morte e non progresso, la mancanza di sentimento etico in numerosi campi, seminano stanchezza e distruggono le illusioni di un futuro migliore.

A tutto ciò si aggiungono le rivalità tra nazioni, un comportamento non corretto nelle relazioni internazionali e negli interscambi commerciali, che creano nuovi squilibri. E ora si presenta il grave problema del debito estero dei Paesi del Terzo Mondo, in particolare dell’America Latina.

Questo fenomeno può creare condizioni di paralisi sociale a tempo indefinito e può condannare nazioni intere ad un debito permanente con serie ripercussioni e tale da provocare un sottosviluppo stabile. A questo proposito mi vengono alla mente le parole che pronunciai durante il mio viaggio apostolico in Svizzera: “Anche il mondo finanziario è un mondo umano, il nostro mondo, che si trova soggetto alla coscienza di tutti noi: anche qui valgono i principi etici” (Ioannis Pauli PP. II, Homilia ad Missam in urbe «Flüeli» habita, 6, die 14 iun. 1984: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VII/1 [1984] 1762).

Davanti a queste sfide, ci sono molti problemi che sfuggono alla possibilità di azione e alla missione della Chiesa. È tuttavia necessario che essa raddoppi i suoi sforzi per rendere presente Cristo Salvatore, per cambiare i cuori mediante un’evangelizzazione rinnovata che sia fonte di vitalità cristiana e di speranza.

2. America Latina: in nome della tua fedeltà a Cristo resisti a coloro che vogliono distruggere la tua vocazione di speranza!

- alla tentazione di coloro che vogliono dimenticare la tua innegabile vocazione cristiana e i valori che la plasmano, per cercare modelli sociali che prescindono da essa o che la contraddicono;

- alla tentazione di ciò che può debilitare la comunione nella Chiesa come sacramento di unità e di salvezza, sia di coloro che ideologizzano la fede o pretendono di costruire una “Chiesa popolare” che non è quella di Cristo, sia di coloro che promuovono la diffusione di sette religiose che poco hanno a che vedere con i veri contenuti della fede;

- alla tentazione anticristiana dei violenti che non credono nel dialogo e nella riconciliazione, e che sostituiscono le soluzioni politiche con il potere delle armi o dell’oppressione ideologica;

- alla seduzione delle ideologie che pretendono di sostituire la visione cristiana con gli idoli del potere e della violenza, della ricchezza e del piacere;

- alla corruzione della vita pubblica o dei mercanti di droga e di pornografia che vanno erodendo la fibra morale, la resistenza e la speranza dei popoli;

- all’azione degli agenti del neo-malthusianesimo che vogliono importare un nuovo colonialismo ai popoli latinoamericani, indebolendo la loro forza di vita con le pratiche contraccettive, con la sterilizzazione, con la liberalizzazione dell’aborto, e disgregando l’unità, la stabilità e la fecondità della famiglia;

- all’egoismo dei “soddisfatti” che si aggrappano ad una realtà di privilegio fatta di minoranze opulente, mentre vasti settori popolari sopportano difficili e perfino drammatiche condizioni di vita in situazioni di miseria, di emarginazione e di oppressione;

- alle interferenze di potenze straniere, che perseguono i propri interessi economici, di blocco o ideologici, e riducono i popoli a campo di manovre al servizio delle proprie strategie.

3. America Latina, fedele a Cristo, aumenta e realizza la tua speranza!

Ecco alcune mete per questo tuo momento:

- speranza di una Chiesa che, fermamente unita ai suoi vescovi (con i suoi sacerdoti, i religiosi e le religiose in testa), si concentra intensamente sulla missione evangelizzatrice e che conduce i suoi fedeli alla linfa vitale della parola di Cristo e alle fonti della grazia dei sacramenti;

- speranza di ulteriore aumento di vocazioni sacerdotali e religiose per realizzare la nuova evangelizzazione dei popoli latinoamericani, a partire dal ricco patrimonio di verità su Cristo, sulla Chiesa e sull’uomo, proclamate a Puebla;

- speranza di una Chiesa fortemente impegnata in una sistematica catechesi, che completi nei fedeli l’evangelizzazione ricevuta;

- speranza dei giovani che, pienamente accolti e alimentati nel suo spirito, diano alla Chiesa, in un continente di giovani, orizzonti di nuovo vigore nella fedeltà a Dio e, attraverso di lui, all’uomo;

- speranza di un laicato cosciente e responsabile, impegnato nella sua missione ecclesiale e di ordinamento del mondo secondo Dio;

- speranza di riconciliazione tra i popoli fratelli, mettendo al bando le guerre e le violenze: per riconoscersi nell’unità di una grande patria latinoamericana, libera e prospera, fondata su un comune sostrato culturale e religioso;

- speranza dei gruppi etnici che vogliono mantenere la loro identità e cultura peculiare, senza rinunciare alla comune solidarietà e al progresso, e che necessitano di una più intensa evangelizzazione;

- speranza del movimento dei lavoratori che lottano per avere più degne condizioni di vita e di lavoro; dei settori intellettuali che ritrovano i valori etici e culturali del loro popolo per servirli e promuoverli; degli scienziati e dei tecnici che vogliono indirizzare le risorse del sapere all’elevazione e al progresso dell’America Latina.

4. Verso la civiltà dell’amore. Il prossimo centenario della scoperta e della prima evangelizzazione ci chiama ad una nuova evangelizzazione dell’America Latina, che sviluppi con più vigore - come quello delle origini - un potenziale di santità, un grande impulso missionario, una vasta creatività nella catechesi, una manifestazione feconda di collegialità e comunione, una battaglia evangelica per la dignità dell’uomo, per far scaturire, dal seno dell’America Latina, un grande futuro di speranza.

Tutto questo ha un nome: civiltà dell’amore. Questo nome, che già Paolo VI indicava, nome al quale io stesso ho ripetutamente alluso e che raccoglie il messaggio dei vescovi latinoamericani a Puebla, è un enorme compito di responsabilità.

Una nuova civiltà che già è inscritta nella nascita stessa dell’America Latina; che si va costruendo in mezzo a lacrime e sofferenze; che aspetta la piena manifestazione della forza di libertà e di liberazione dei figli di Dio; che possa realizzare la vocazione originaria di un’America Latina chiamata a plasmare - come affermava Paolo VI già nel 1964 - in una “sintesi nuova e geniale lo spirituale e il temporale, l’antico e il moderno, quello che gli altri ti hanno dato e la tua propria originalità”. In sintesi: una testimonianza di una “nuovissima civiltà cristiana” (Pauli VI, Homilia in Petriana basilica habita, die 3 iul. 1966: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IV [1966] 351s.).

IV. Conclusione

Fratelli vescovi del Celam, giovani, dominicani e latinoamericani tutti!

Queste sono le mete verso le quali invito la Chiesa del Sud America come preparazione al centenario, che deve essere il centenario della fede ringiovanita.

Con la forza della croce che oggi è affidata ai vescovi di ogni nazione; con la fiaccola di Cristo nelle tue mani piene d’amore per l’uomo, incamminati, Chiesa della muova evangelizzazione. Così potrai creare una nuova alba ecclesiale. E tutti glorificheremo il Signore della verità con la preghiera che recitavano all’alba i navigatori di Colombo:

“Benedetta sia la luce
e la santa vera croce 
e il Signore della verità 
e la santa Trinità.

Benedetta sia l’alba
e il Signore che ce la manda. 
Benedetto sia il giorno
e il Signore che ce lo manda”. Amen.

 

© Copyright 1984 - Libreria Editrice Vaticana

 

top