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SOLENNE CONCELEBRAZIONE DELLA MESSA ESEQUIALE IN
SUFFRAGIO DEL CARDINALE PAOLO MARELLA
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II
Giovedì, 18 ottobre 1984
“Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me, non lo
respingerò” (Gv 6, 37).
1. Questa rassicurante affermazione del Signore illumina le nostre riflessioni e
anima i nostri sentimenti nell’atto di offrire il sacrificio eucaristico in
suffragio del venerato e compianto fratello cardinale Paolo Marella, a cui
stiamo dando l’estremo saluto.
“Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me non lo
respingerò”.
È una parola grande e confortante, che mantiene costantemente fissi i nostri
pensieri sulla meta finale del cammino terreno, nella prospettiva dell’abbraccio
definitivo con il Signore.
Il monito evangelico ad essere pronti al supremo incontro, è avvalorato dalla
certezza che il Signore ci attende per associarci alla beatitudine senza fine.
Noi viviamo perciò in un’esaltante speranza. Quella speranza che - proclama san
Paolo con i toni di un inno di gioia - “non delude, perché l’amore di Dio è
stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato
dato” (Rm 5, 5).
La speranza cresce e grandeggia nella consapevolezza che Dio ci ama e con amore
accompagna i nostri passi fino al momento in cui, oltrepassato il valico della
morte, la speranza lascerà il posto all’amore totale, che costituirà ormai la
sola ragion d’essere della creatura rimasta fedele, nella contemplazione
ininterrotta del Creatore.
Se tutti i cristiani sono invitati a orientare incessantemente pensieri e
aspirazioni alla dimensione escatologica, lo siamo tanto più e a maggiori titoli
di responsabilità noi ministri di Dio, che alimentiamo la fiducia di udire in
quel traguardo il dolce e accogliente saluto: “Euge, serve bone et fidelis”
(Mt 25, 21).
2. Servo buono e fedele è stato il nostro fratello cardinale Marella, a cui fu
concesso il dono di una vita particolarmente lunga, arrivata alla soglia
novantennale dopo sessantasei anni di sacerdozio e mezzo secolo di episcopato.
Bontà e fedeltà furono le caratteristiche forse più evidenti della sua ricca
fisionomia sacerdotale.
Nativo di Roma, egli possedeva le qualità connaturate dei cittadini di quest’Alma
Urbe, quali la vivacità e l’equilibrio intellettuale, il sorridente e pacato
umorismo, il senso di universalità; ma soprattutto e in modo spiccato
l’inconcusso e gioioso attaccamento alla fede cattolica e a questa Sede di
Pietro, professata con fierezza pari alla semplicità e alla modestia.
Il cardinale Marella appartiene alla distinta schiera di sacerdoti che hanno
onorato il presbiterio romano con la saldezza della formazione spirituale e
culturale attinta dal seminario diocesano e messa a profitto in compiti
ecclesiali di notevole impegno e responsabilità.
3. Tutta la sua esistenza sacerdotale, ad eccezione dei primi tre anni di
ministero parrocchiale, è stata dedicata al servizio della Sede apostolica.
Fu un lungo itinerario che, iniziatosi nella congregazione di Propaganda Fide,
lo portò alla delegazione apostolica in Washington, e quindi, dopo una
permanenza di undici anni, in Giappone.
Delegato apostolico a Tokio nel quindicennio che va dal 1933 al 1948, egli
dovette affrontare situazioni delicate dapprima in campo nazionale, per la nuova
fase cui soggiaceva l’espansione missionaria della Chiesa, poi per le dure
contingenze della seconda guerra mondiale. In quel periodo monsignor Marella si
adoperò con instancabile saggezza per lo sviluppo delle vocazioni indigene e per
l’azione di carità della Sede apostolica a soccorso delle vittime del conflitto,
particolarmente dei prigionieri di guerra.
Nel 1948 fu inviato come delegato apostolico in Australia e cinque anni dopo in
Francia come nunzio, successore in quest’ultima sede del cardinale Angelo
Giuseppe Roncalli, futuro papa Giovanni XXIII. La prudenza e lo zelo sono le
doti che qualificarono il suo ministero di rappresentante del romano Pontefice.
4. La sua elevazione alla porpora nel Concistoro del 14 dicembre 1959 coincideva
con il periodo preparatorio del Concilio ecumenico Vaticano II, un capitolo
nuovo nel servizio ecclesiale del compianto porporato.
Egli fu chiamato infatti a presiedere alla commissione preparatoria “De
episcopis et dioecesium regimine” e, in seguito, alla commissione conciliare
omonima, partecipando così attivamente all’elaborazione di importanti e
qualificati temi dell’ecclesiologia e delle direttive pastorali del Vaticano II.
Al momento dell’istituzione del Segretariato per i non cristiani, Paolo VI ne
affidò la direzione al cardinale Marella, il quale, come primo presidente del
nuovo organismo, vi apportò i frutti delle esperienze maturate in aree
geografiche e a contatto diretto con mentalità diverse.
In tal modo, il presule che aveva percorso le vie del mondo in Oriente e in
Occidente, assolse delicati uffici nel centro della cristianità, tra quelli che
contrassegnano la vitalità della Chiesa nel nostro tempo.
Ma non possiamo dimenticare, accanto a numerosi incarichi della Curia romana, le
generose prestazioni che il cardinale Marella riservò per molti anni a questa
patriarcale basilica di San Pietro come presidente della Fabbrica e soprattutto
come arciprete. Ricordiamo la sua assidua presenza qui, durata fino a che le
condizioni di salute glielo consentirono, e il suo esemplare raccoglimento nella
preghiera liturgica, segni delle premure che coltivava per l’insigne tempio,
custode della “memoria” del Principe degli apostoli.
5. Carissimi fratelli!
Il richiamo delle principali tappe di una vita che abbraccia un arco tanto
ampio, mette sulle nostre labbra gli accenti della riconoscenza al Signore, che
ha suscitato e mantenuto alla sua Chiesa la persona dell’amato cardinale Paolo
Marella. Riconoscenza anche a lui, servitore buono e fedele, per tutto il bene
che ha seminato e compiuto nella vigna di Dio: sull’orizzonte missionario, su
quello dei rapporti tra la Cattedra di Pietro e le Chiese locali, nel settore
delle relazioni diplomatiche e in quello delle dimensioni pastorali, pensate e
sgorgate dall’evento conciliare.
La sua anima, che pensiamo ormai purificata dalle umane fragilità, affidiamo
all’infinita bontà del Signore, Pastore dei pastori, di cui egli è stato
valoroso e lieto testimone.
Conservando nel cuore gli esempi di umiltà, dedizione, affabilità che il caro
defunto ci lascia, noi sciogliamo sulla sua bara l’Alleluia della risurrezione,
lasciando echeggiare nel nostro spirito le espressioni, a noi familiari, del
salmista:
“ll Signore è mia luce e mia salvezza, / di chi avrò paura? / Il Signore è
difesa della mia vita, / di chi avrò timore? / Una cosa ho chiesto al Signore, /
questa sola io cerco: / abitare nella casa del Signore / tutti i giorni della
mia vita / per gustare la dolcezza del Signore . . .” (Sal 27, 1.4).
Amen!
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