The Holy See
back up
Search
riga

SOLENNE CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Arona (Novara) - Domenica, 4 novembre 1984

 

1. “Uno solo è il nostro maestro, il Cristo” (Mt 23, 10).

Il divin Maestro, inviato dal Padre per salvarci, svolse la sua missione camminando per le strade della Galilea, della Samaria e della Giudea. Percorse incessantemente le vie della Palestina per portare la letizia e il conforto della buona novella, non avendo dove posare il capo.

Alla sua sequela, e attuando il suo mandato, gli apostoli portarono il messaggio evangelico a tutte le genti e visitarono le incipienti comunità cristiane, sostenendole con l’aiuto della loro parola e della loro presenza (cf. At 8, 14).

Questa modalità pastorale si mantenne lungo tutta la storia della Chiesa e il Concilio di Trento la riprese dandole conferma e vigore.

San Carlo attuò questa decisione conciliare con grande tenacia e instancabile dedizione. Oggi mi trovo con voi, sul percorso di san Carlo Borromeo, nel luogo che vide l’inizio del suo pellegrinaggio terreno.

Qui, ad Arona, dove egli vide la luce del sole e nacque, col Battesimo, alla vita della grazia, vorrei con voi penetrare nell’intimo della vita interiore di questo grande discepolo e seguace del Salvatore.

In questa cittadina san Carlo ritornò varie volte quale pastore sollecito, qui celebrò la sua ultima messa, il 1° novembre del 1584, mentre da Arona e Cannobio era diretto a Milano, dove morì tre giorni dopo.

In questo luogo, che custodisce alcune delle sue venerate reliquie e ne ricorda con devozione l’insigne santità personale e l’incomparabile sollecitudine di pastore mediante una statua gigantesca, io, in unione fraterna con il vostro vescovo monsignor Aldo Del Monte, rivolgo il mio saluto alle autorità qui presenti, auspicando copiosi favori celesti per il loro prodigarsi in favore del bene comune. Saluto voi, cari fratelli e sorelle, concittadini di san Carlo. Un particolare pensiero va poi a voi, giovani, che con la vostra festosa presenza fate corona gioiosa a questa nostra assemblea e ricordate con il vostro entusiasmo come Cristo meriti la stessa incondizionata dedizione, di cui fu capace san Carlo. Siate degni della vostra nobile e ricca tradizione che risale a san Carlo! Sforzatevi di essere cristiani autentici. Che la testimonianza data da così grande pastore non vada perduta, ma sia custodita come un bene prezioso, in tutta la Chiesa, e in special modo qui, nella terra di san Carlo.

2. Santo pieno di ardore per il bene, ricco di amore per Dio e per il prossimo, egli fu ed è modello di zelo e di carità.

La religiosità e la cura di suo padre Gilberto verso i poveri incisero fin dalla fanciullezza su di lui. Tant’è vero che, appena dodicenne, quando ricevette in commenda l’abbazia dei santi Gratiniano e Felino di Arona, decise che avrebbe usato i duemila scudi della rendita in favore dei poveri.

Esempio di pietà soccorrevole, tenne sempre presente nella vita quanto scrive san Paolo nella prima Lettera ai Corinzi (1 Cor 14, 4-5), al capitolo 13: “La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità; non si vanta . . . ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine”. Vescovo sollecito, portò soccorso, soprattutto durante il periodo della peste, agli ammalati, ai mendicanti e agli altri poveri, procurando loro assistenza, cibo, vestiti e un luogo dove trovare rifugio. Per fare questo si privò di molte cose che aveva nel palazzo arcivescovile, tenendo per sé solo lo stretto necessario.

3. Noi, ora, ripensando a lui in questa città, che gli diede i natali, possiamo ben immaginare che nel silenzio e nella solitudine di questo luogo egli, padre della Chiesa milanese, cardinale legato al Concilio di Trento, certamente ha meditato più di una volta queste parole: “Non fatevi chiamare “rabbi”, perché uno solo è il vostro maestro, e voi siete tutti fratelli . . . perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo” (Mt 23, 8-10).

Carlo Borromeo più di una volta - e per vari motivi - fu chiamato “padre”: padre del Concilio, padre dei suoi sacerdoti, padre dei poveri e dei sofferenti, padre di tutto il popolo della Chiesa milanese. Ma era consapevole che questa “molteplice paternità in cielo e in terra” prende il suo nome e contenuto da un solo Padre. Egli fissò il suo sguardo a Dio, ripetendo sempre Padre nostro e ponendosi dinanzi a questo Padre con la semplicità di un bambino, di un figlio della divina adozione.

Riconoscendo Dio, il Signore della vita, come creatore e Padre suo e degli uomini, fu pure fratello di tutti coloro che erano affidati alle sue cure pastorali. E come vescovo visse la missione e l’ufficio di essere il loro educatore nella fede, come vescovo santo fu maestro esemplare, che aspirò unicamente ad essere una cosa sola con Cristo, affinché, per mezzo di lui, vescovo e maestro, soltanto Cristo fosse Pastore e Maestro.

4. “Il più grande tra voi sia vostro servo” (Mt 23, 11).

Carlo Borromeo, con tutte le sue forze, desiderava essere servo della Chiesa, servo del popolo, servo delle anime.

E fu grato a coloro che serviva, per il fatto che poteva con umiltà servire in essi Cristo, memore dell’insegnamento del Salvatore che dice: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 40).

Gli erano cari quei sentimenti di riconoscenza, che l’apostolo Paolo manifesta nella sua Lettera ai Tessalonicesi: “Ringraziamo Dio continuamente, perché, avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione, l’avete accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete” (1 Ts 2, 13).

Fu grato.

Fu grato a Dio perché poteva servire gli uomini con la verità della parola di Dio, Tale gratitudine è un segno di umiltà.

5. San Carlo Borromeo fu veramente umile davanti a Dio Padre, davanti a Gesù Cristo Maestro e davanti agli uomini, per i quali era stato mandato.

Questa umiltà del servo, dell’apostolo, del pastore è segno di amore: di quell’amore che una madre nutre verso i suoi figli: un amore che dona la vita e la impegna quindi come esistenza nella carità, che nulla trattiene, ma dona nella bellezza dell’offerta totale di sé.

Lo esprime in modo veramente mirabile lo stesso apostolo Paolo nell’odierna seconda lettura: “Siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre nutre e ha cura delle proprie creature. Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il Vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari” (1 Ts 2, 7-8). Discepolo e seguace di Cristo, anche Carlo imparò direttamente dal suo Maestro che bisogna “dare la vita”. E come Cristo “diede la vita” fino alla fine, fino all’esaurimento di tutte le sue forze nella Chiesa milanese. Poté ripetere con l’apostolo: “Ricordate, fratelli, la nostra fatica e il nostro travaglio. Lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno, vi abbiamo annunziato il Vangelo di Dio” (1 Ts 2, 9).

6. Abbiamo annunziato. Con la parola, sì, ma non soltanto con la parola. Con la testimonianza di tutta la vita, che si è formata innanzitutto nel profondo del suo cuore, nel nascondimento della preghiera, nella concentrazione della comunicazione con il Padre e il Figlio nello Spirito Santo, nell’interiore obbedienza al Maestro.

Forse le parole del salmo della liturgia odierna racchiudono in sé qualche eco di questa preghiera, che qui - ad Arona - hanno pronunziato le labbra e il cuore di Carlo: “Signore non si inorgoglisce il mio cuore / e non si leva con superbia il mio sguardo; / non vado in cerca di cose grandi, / superiori alle mie forze” (Sal 131, 1).

Eppure fu sempre chiamato a “cose grandi”. Messo dinanzi a compiti notevoli, li poté intraprendere e adempiere secondo i bisogni della Chiesa del suo difficile tempo, perché guidato dalla speranza soprannaturale e dalla fiducia filiale, nata dalla contemplazione dei misteri di Cristo.

“Io sono tranquillo e sereno / come bimbo svezzato in braccio a sua madre / come un bimbo svezzato è l’anima mia. / Speri Israele nel Signore, / ora e sempre” (Sal 131, 2-3).

7. Tra le grandi vicissitudini della storia, che scossero le strutture stesse della Chiesa, Carlo Borromeo - uomo di Dio, uomo della speranza incrollabile, perché uomo della preghiera costante e tenace - è rimasto un baluardo e una luce non solo per i suoi contemporanei, ma anche per le molte generazioni che, venendo dopo di lui, dovevano salire nell’eternità, a cui è chiamato il popolo di Dio sulla terra.

Per questo motivo il mio predecessore Paolo VI, quando era arcivescovo di Milano, lo pregava dicendo: “Infonda san Carlo nei nostri cuori l’ansia del bene, ne allontani l’egoismo, scuota l’indifferenza, confonda il pessimismo, fughi la noia.

Ci scopra la visione dei mali nostri e dei mali del nostro tempo, e la converta in stimolo a penitenza, ad azione, a carità.

Ci dia san Carlo la fiducia che il mondo può essere salvato, da Cristo non da altri; e che la Chiesa può essere rinvigorita, da se stessa non da altri. Ci faccia san Carlo comprendere la riforma vera; quella che ama, e non odia; che soccorre, e non critica; che non abbatte, ma restaura; non inventa, ma sviluppa; non si ferma, ma continua.

Ci renda san Carlo capaci di compierla, questa marciante riforma, per la santità e per il fulgore della vita cristiana, per la giustizia e per la pace delle classi sociali, per la difesa degli umili e la consolazione dei sofferenti” (G. B. Montini, Discorsi su san Carlo, Milano 1984, pp. 32-33).

È questa anche la mia preghiera, il mio augurio e il mio ricordo per voi, cari concittadini di san Carlo.

 

© Copyright 1984 - Libreria Editrice Vaticana

 

top