The Holy See
back up
Search
riga

CELEBRAZIONE LITURGICA PER GLI STUDENTI
E DOCENTI DELLE UNIVERSITÀ

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

San Pietro - Giovedì, 13 dicembre 1984

 

1. “Poiché, io sono il Signore tuo Dio che ti tengo per la destra e ti dico: "Non temere"” (Is 41, 13).

Queste parole pronuncia, nell’odierna liturgia d’Avvento, il profeta Isaia. Le ha rivolte agli uomini della sua epoca, vari secoli prima della nascita di Cristo.

Noi oggi, riuniti nella basilica di San Pietro, nell’approssimarsi della fine del XX secolo dopo la nascita di Cristo, accogliamo queste parole così come fossero pronunciate per noi.

Ci riuniamo qui per vivere la nostra liturgia annuale d’Avvento insieme con i professori e gli studenti delle università romane: uno dei primi e fondamentali compiti della liturgia infatti è l’attualizzazione della parola di Dio: rende presente la parola, “il cielo e la terra passeranno, ma le mia parole non passeranno” (Mt 24, 35).

La parola del Dio vivente ha una forza e portata intramontabile. Essa non è una registrazione che passa alla storia, non è solo un momento di letteratura. Essa sempre di nuovo raggiunge l’uomo nel midollo stesso della sua esistenza. Sempre di nuovo diventa luogo di incontro: del più importante incontro, dell’incontro con Dio. Con quel Dio, che è “alfa e omega”, “principio e fine”, con Dio che “fu, che è e che verrà”.

2. La parola del Dio vivente.

Che cosa è l’Avvento? Sappiamo tutti che così si chiama quel periodo dell’anno liturgico della Chiesa, che è segnato dal succedersi di quattro domeniche e che mira a prepararci alla solennità del Natale del Signore.

In questo periodo cade pure la solennità dell’Immacolata Concezione, profondamente legata col mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio.

In questo periodo ricorre pure - proprio oggi, 13 dicembre - la memoria di santa Lucia, che mediante la sua verginità e il suo martirio è presente nel ricordo della Chiesa fin dai tempi antichi. Così dunque l’Avvento ha il suo posto nettamente definito in questo sistema dei segni, mediante i quali parla la liturgia della Chiesa. Ma proprio come il segno della liturgia, come il tempo della liturgia, l’Avvento in modo particolare svela dinanzi a noi la realtà stessa di Dio: il mistero di Dio!

3. Ecco Dio, che eternamente permane nella sua divinità, nella inscrutabile comunione di Padre, di Figlio e di Spirito Santo. E, al tempo stesso, Dio che dall’intera pienezza della sua libertà e del suo amore intraprende l’iniziativa creatrice e insieme salvifica. In un certo senso oltrepassa il limite di questa divinità che in se stessa è illuminata e si “presta” nella sua onnipotenza e nel suo amore.

In questo modo l’Avvento ci parla dell’inizio del mistero della creazione che è, in pari tempo, l’“alfa” di ogni storia. Nella creazione del mondo, e prima di tutto dell’uomo nel mondo, si racchiude la prima venuta di Dio.

Questo è chinarsi sulla nullità, dinanzi alla quale il Creatore pronuncia il suo “sia”! Tale venuta sussiste nella sua struttura più intima dell’essere creato: “conservatio est continua creatio”. Con la sua potenza creativa Dio mantiene in esistenza tutto ciò che non esiste “da sé”: che è mutabile e occasionale nell’esistenza.

Quel misterioso Avvento del creato è, in un certo senso, presente sempre nella liturgia della Chiesa. E la dimensione originaria e fondamentale di tutti i segni della liturgia, di tutti i periodi e di tutte le feste. Sembra tuttavia tralucere particolarmente mediante la liturgia d’Avvento, che ci orienta verso l’“inizio” stesso della creatrice e insieme salvifica iniziativa di Dio. Colui, che solo è senza inizio, viene! Viene, cioè stabilisce l’inizio del tutto. È presente in esso con la sua libertà e il suo amore. Con l’inscrutabile comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

4. “Poiché io sono il Signore tuo Dio che ti tengo per la destra e ti dico: "Non temer"”. L’uomo emerge in mezzo all’opera della creazione. Egli è come il coronamento del mondo, del mondo visibile. Quanto si distende il suo tempo sulla terra? La scienza cerca senza sosta di dare una risposta precisa. Esiste egli soltanto sulla terra? È anche questa una domanda che viene posta.

Con l’uomo, l’avvento di Dio nell’opera della creazione raggiunge una tappa definitiva. Solo con l’uomo questo avvento prende davvero inizio. L’uomo, infatti, secondo il libro della Genesi, è “immagine e somiglianza di Dio”. Egli non si spiega fino alla fine, partendo da alcuna struttura cosmica, che sia stata creata prima di lui. È nel mondo e dal mondo (“plasmò l’uomo con polvere del suolo”, come dice il libro della Genesi), e al tempo stesso: è da Dio! È presente in lui dall’inizio un elemento divino. In questo elemento egli “supera” tutto il mondo visibile, lo supera verso il suo divino prototipo. Porta in sé la sfida dell’eternità, e la sfida della santità. La sfida e la chiamata. Questa sfida proviene da Dio, risulta dalla sua iniziativa creatrice, e al tempo stesso già costituisce un “materiale” dell’iniziativa salvifica: si può dire che non soltanto l’uomo è chiamato dal Creatore per quell’elemento di divinità che è racchiuso nell’intimo dell’uomo, ma contemporaneamente che pure Dio è “chiamato” dall’uomo proprio perché questi è colui che è: che è “immagine e somiglianza di Dio”. Dio è “chiamato”: nella sua assoluta libertà, nel suo amore.

5. Così dunque dal profondo dell’avvento del creato - proprio qui, in questo “vertice” che è l’uomo - piomba l’Avvento della salvezza. Questo avvento si racchiude nello stesso “inizio” biblico dell’uomo, secondo cui Elohim-Jahvè “maschio e femmina li creò” (Gen 1, 27). Basta leggere con attenzione gli stessi primi capitoli del libro della Genesi per convincersene.

L’Avvento della salvezza non si interrompe col peccato dei progenitori. In un certo senso, proprio insieme con quel peccato, se ne apre la prospettiva concreta. Questa prospettiva guida tutta la storia che si svolge attraverso la storia di ogni uomo, attraverso la storia di tutti i popoli, di tutte le generazioni. L’Avvento della salvezza significa in certo senso “che Dio-non-cededavanti alla resistenza che pone il creato: il creato invisibile, prima, e poi quello visibile: proprio l’uomo. Dinanzi a questa resistenza, dinanzi al “rifiuto” del Creatore, avanzato da parte del creato, dinanzi a “rifiuto” dell’amore salvifico avanzato prima dalla libertà angelica e poi da quella umana, Dio non cede. L’amore non cede. Non cede perché è consapevole: la stessa profondità della divina consapevolezza - lo stesso mistero trinitario del Padre, del Figlio e dello Spirito - l’eterno amore è consapevole che soltanto in lui stesso si racchiude la potenza salvifica del creato.

La salvezza può essere soltanto il “tabernacolo di Dio con gli uomini”. Può essere soltanto il “regno di Dio”. Può essere soltanto allora quando “Dio sia tutto in tutti” (1 Cor 15, 28).

6. Così dunque l’avvento salvifico di Dio si apre dinanzi agli occhi della nostra anima mediante questo Avvento liturgico, quando attendiamo l’annuale solennità della nascita del Verbo eterno nella stalla di Betlemme, da Maria Vergine, che ha concepito per opera dello Spirito Santo.

L’avvento salvifico: la venuta di Dio e il continuo venire di Dio.

La venuta nelle grandi esperienze della storia, e prima di tutto nel segreto dei cuori e delle coscienze. Il “Deus absconditus” viene. Viene e dice a ciascuno: “Io sono il Signore tuo Dio, che ti tengo per la destra”.

O quanto, quanto dall’inizio Dio abbraccia l’uomo con il suo avvento di salvezza! Dalle prime pagine del libro della Genesi passiamo al centro stesso del Vangelo: la destra di Dio tiene la mano dell’uomo per guidarlo. Fedelmente, anche se l’uomo tante volte divincola la sua destra, anche se tante volte proclama che vuol essere libero “al di fuori di Dio”. Vuol essere libero con la libertà dell’indipendenza. Nel suo accecamento non scorge che la libertà ha la sua eterna predestinazione in ognuno di noi, creature libere: la predestinazione dell’amore. Oltre questa predestinazione la nostra libertà creata diventa anti-libertà! Diventa la sorgente della costrizione per gli altri e per se stessi. Proprio dall’esperienza di una tale - mal intesa e mal usata - libertà gridava Sartre: “Gli altri sono l’inferno”. Invece l’inferno è in definitiva la libertà male usata. La libertà usata contro l’amore. La libertà così mal usata diventa anti-libertà . . . L’inferno è anti-libertà.

7. Dio dice: “ti tengo per la destra”, così come il padre o la madre prendono per la mano il bambino, non per togliergli la libertà, ma per insegnargli l’amore.

Quel divino “tenere per la destra” è come l’iniziativa salvifica di Dio verso ognuno di noi, è l’avvento salvifico di Dio mediante il quale egli ci insegna l’amore. Insieme con l’amore infatti viene la salvezza: e la salvezza non finisce, ma oltrepassa i limiti temporali della nostra esistenza, per decidere sulla nostra vita per l’eternità.

Proprio questo porta all’umanità di Gesù, la cui nascita nella notte di Betlemme aspettiamo: Gesù, “Dio che salva”.

Porta il messaggio della salvezza mediante l’amore. E compirà questo messaggio non solo con il suo insegnamento - il messaggio della buona novella - ma lo compirà fino alla fine con la sua croce e risurrezione.

Il mistero pasquale attesta che l’amore è più forte della morte, e perciò è salvifico. Che l’amore è più forte del peccato, e perciò è salvifico.

E il mistero pasquale nasconde in se stesso la notte della nascita di Betlemme. E con essa si congiunge in un insieme: nel mistero di Gesù Cristo, in cui la venuta salvifica di Dio si è compiuta definitivamente nella storia terrena dell’umanità, e in essa permane irreversibilmente.

8. “. . .Ti tengo per la destra, / e ti dico: "Non temere"!”. Quanti timori porta in sé ogni uomo. Timori palesi e timori nascosti.

Quanti timori porta in sé la grande famiglia umana - la famiglia dei popoli e delle nazioni - che abita in questo pianeta, non si sa da quando. Quanti timori portano in sé l’uomo e l’umanità del nostro secolo - l’uomo e l’umanità “dell’era atomica” - l’uomo e l’umanità dell’epoca dell’elettronica e insieme l’uomo e l’umanità dei non-nati, degli uccisi nel seno delle madri, dei bambini che a milioni muoiono di fame! L’uomo: l’umanità delle nazioni e delle società nelle quali “la libertà degli uni diventa la schiavitù degli altri”; l’uomo e l’umanità della società e degli ambienti, nei quali la prepotenza e la violenza diventano sempre più brutali!

La salvezza significa la liberazione dal timore. L’amore perfetto “foras mittit timorem”.

Cerchiamo le vie che dal timore conducano all’amore!

Cerchiamo le vie della salvezza. Cerchiamole tra le esperienze sempre più minacciose del nostro tempo! Il Dio dell’avvento salvifico è tra noi: il suo nome è Emmanuele!

9. Ecco che cosa dice: “. . .Non temere”.

Quanto liberatrici sono queste parole!

Ecco che cosa dice: “Tu, invece, gioirai nel Signore, / ti vanterai del Santo di Israele” (Is 41, 16).

Questo è il vanto, che Giovanni Battista ricevette dalla bocca di Cristo stesso: “Tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista” (Mt 11, 11).

Sì. L’uomo è chiamato alla grandezza. L’uomo è chiamato alla gloria: la gloria dell’uomo, l’esaltazione dell’uomo in Gesù Cristo è l’obiettivo essenziale dell’avvento salvifico di Dio, perché la gloria di Dio è che l’uomo viva. Che viva con quella pienezza di vita che è in Dio. Che è da Dio.

Con queste parole desidero specificare nel contempo i santi sacramenti: il sacramento della conversione (la Penitenza), e dell’Eucaristia.

Accostatevi ad essi. Proprio essi significano e compiono l’avvento salvifico di Dio in ciascuno di noi.

Dio viene a noi con la sua parola. Viene nei sacramenti. Accogliamolo.

L’avvento salvifico di Dio dipende pure dalla prontezza di ciascuno di noi, così come il mistero dell’incarnazione è dipeso dalla prontezza di Maria: “Avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1, 38).

10. Nel Vangelo della liturgia odierna Gesù dice di Giovanni Battista: “Tra i nati di donna non è sorto uno più grande di lui”, e poi aggiunge: “Dai giorni di Giovanni Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono” (Mt 11, 12).

A voi mi rivolgo, cristiani di Roma, uomini dell’epoca contemporanea: il regno dei cieli soffre violenza . . . se ne impadroniscono i violenti.

Uomini contemporanei! Non dite e non pensate che vi pesa l’assenza di Dio nel mondo della nostra civilizzazione e del progresso vertiginoso.

Aprite gli occhi alla fede, svegliate tutti i carismi dello Spirito, che sono in voi dal momento del Battesimo.

Nel mondo in cui viviamo permane l’avvento di Dio: l’avvento del creato e l’avvento della salvezza.

Nel mondo in cui viviamo è radicato il regno di Dio, il regno dei cieli.

Uscite incontro ad esso.

Il regno di Dio aspetta i violenti che ne se impadroniscono! . . . “Poiché io sono il Signore tuo Dio / che ti tengo per la destra / e ti dico: Non temere, / io ti vengo in aiuto - oracolo del Signore - tuo redentore è il Santo di Israele” (Is 41, 13-14).

Amen.

 

© Copyright 1984 - Libreria Editrice Vaticana

 

top