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CELEBRAZIONE EUCARISTICA NELLA FESTIVITÀ DELLA
CONVERSIONE DI SAN PAOLO
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II
Venerdì, 25 gennaio 1985
“Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme” (Sal
133, 1).
1. Con questi sentimenti di ammirazione e di letizia, espressi dal salmista, mi
rivolgo a tutti voi, qui riuniti per incontrare il Signore nella sua parola e
nel suo corpo. Ci incontriamo con lui, nostro unico Salvatore, nostro unico
Maestro, ma ci incontriamo anche fra di noi, in questa celebrazione conclusiva
della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.
La gioia di questo incontro con il Signore e fra i fratelli è reso più vivo
dalla presenza dei pastori e di numerosi fedeli delle altre Chiese e comunità
ecclesiali presenti a Roma. A loro tutti il mio speciale saluto e il mio
ringraziamento per avere voluto prendere parte a questo intenso momento di
unione spirituale.
Uniti quindi spiritualmente con tutte le Chiese locali del mondo, nelle quali in
questo Ottavario è stata intensificata la preghiera e la riflessione fraterna
tra i fedeli di diverse confessioni, e uniti come membri della diocesi di Roma,
concludiamo insieme questo itinerario di diverse iniziative di preghiera e di
incontri fraterni qui, nella basilica dell’apostolo Paolo, dopo opportune
iniziative alle quali in modo particolare hanno preso parte i giovani,
impegnandosi anche in concreti gesti di carità a favore dei fratelli bisognosi,
specialmente di quelli privi di un tetto e di una famiglia, che hanno sofferto
per il freddo e la neve degli scorsi giorni.
Queste iniziative sono state sostenute dalla quotidiana preghiera, resa più
intensa in questa basilica dall’adorazione Eucaristica quotidiana, che ha avuto
inizio con questa Settimana di preghiere e che continuerà per il futuro, grazie
alla partecipazione di monaci, religiosi, famiglie, gruppi parrocchiali del
settore Sud di Roma; iniziative, alle quali esprimo oggi tutto il mio più vivo
compiacimento ed incoraggiamento.
2. Per felice consuetudine, la conclusione della Settimana di preghiere per
l’unità dei cristiani viene celebrata in questa basilica nella festa della
conversione di San Paolo, evento centrale non solo per l’apostolo, ma per tutta
la Chiesa delle origini. Siamo perciò sollecitati a fissare il nostro sguardo
sulla figura di Paolo di Tarso, sulla Settimana di preghiera e, infine, sulla
relazione dell’uno e dell’altra con l’impegno solenne assunto dalla Chiesa
cattolica di lavorare instancabilmente alla ricomposizione dell’unità di tutti i
cristiani.
Nella prima lettura (At 22, 3-16) abbiamo ascoltato Paolo narrare, nel
tempio di Gerusalemme, ai suoi fratelli ebrei, la vicenda sconvolgente della sua
conversione. Come affermano gli altri due racconti dell’evento, contenuti nel
libro degli Atti (At 9, 1-8; 26, 2-18) Saulo-Paolo attribuisce la propria
radicale trasformazione alla visione di Gesù Nazareno, che egli si accaniva a
perseguitare e che gli si para davanti, sulla strada verso Damasco.
Se ogni conversione, o metànoia, è opera della grazia divina, cioè
dell’intervento immediato e radicale di Dio nel cuore dell’uomo, quella di Paolo
lo è in sommo grado. Il Signore Gesù si è mostrato a Paolo e ha preso a
dialogare con lui, che, già convinto fariseo, impreparato a questa
manifestazione e ad essa ostile, non ha potuto opporvi resistenza. Abbiamo
ascoltato nella lettura la voce stessa di Paolo, che avvia lo straordinario
dialogo: “Che devo fare, o Signore?”. La risposta di Gesù, non ancora esplicita
ma già risolutiva, lo incita a dirigere i suoi passi verso la Chiesa di Damasco:
“Là sarai informato di tutto ciò che è stabilito che tu faccia” (At 22,
10).
Questa esperienza, che trasforma Saulo in Paolo apostolo, ci insegna, ancora una
volta, come i grandi eventi, determinanti per la vita della Chiesa, scaturiscano
dalla grazia del Signore, il quale interviene nella nostra vita personale, nei
nostri cuori, plasma la storia della Chiesa, come e quando egli vuole. Così,
contrariamente ad ogni aspettativa e a quelle dello stesso Paolo, la vicenda
della sua conversione è celebrata da secoli, nella liturgia della Chiesa, come
avvenimento miracoloso.
3. Durante questa Settimana e dappertutto nel mondo, si è pregato per la piena
unità e la perfetta comunione di tutti i credenti in Cristo. Si è pregato
traendo ispirazione dalle stesse parole dell’apostolo, con il testo scelto dal
Segretariato per l’unione dei cristiani e dal Consiglio ecumenico delle Chiese,
quale tema della Settimana di quest’anno: “Dalla morte alla vita con Cristo” (cf.
Ef 2, 4-10). Dal brano, sopra citato, che ha guidato la nostra
riflessione durante la Settimana, sorgono verità fondamentali, come il passaggio
dalla morte alla vita, che Dio solo può operare in noi.
Solo la misericordia del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo potrà concedere
l’ineffabile grazia della piena comunione ai cristiani, che, rinati per il
tramite del Battesimo, dalla morte alla vita, professano Cristo figlio di Dio e
Salvatore, anche se non vivono ancora in piena comunione di fede e di vita
cristiana. Questa comunione perfetta è dono divino: per essa Gesù ha pregato,
come abbiamo ascoltato dal Vangelo (Gv 17, 20-26) appena proclamato.
4. Il fatto che l’unità sia esclusivamente dono divino non vanifica il nostro
slancio, anzi lo fonda, lo giustifica e gli conferisce vero significato. Le
nostre azioni per il ristabilimento dell’unità possono sembrare non adeguate e i
nostri sforzi impari per raggiungerla; i mezzi possono apparire inadeguati, e
deboli i risultati raggiunti. Così può sembrare lento il ritmo impresso
all’opera a favore dell’unità, specie se paragonato al tempo di rapidi
cambiamenti in cui siamo chiamati a vivere, in questo scorcio del XX secolo.
Impressione non del tutto falsa. Infatti, le iniziative varie, i dialoghi
intrapresi, le relazioni nuovamente instaurate, un certo modo di crescere
insieme come Chiesa, e persino la comune testimonianza data al nome dell’unico
Cristo per la salvezza dell’umanità, per fronteggiare i problemi e le necessità
del mondo di oggi, pur essendo indispensabili e forieri dell’unità futura, e pur
derivando da una comunione già esistente, sono di per sé insufficienti a
raggiungere tale unità.
Lo stupendo “edificio”, la “casa” evocata dal salmista e nella quale sarà
“dolce” e “gioioso” per “i fratelli essere insieme” (Sal 133(132), 1),
sarà “edificata” solo dal Signore (Sal 127(126), 1). La liturgia di oggi
ci sollecita, pertanto, in modo del tutto speciale, a elevare la nostra umile e
fervida supplica per ottenere questa grazia suprema dell’unità per mezzo di
Cristo, nostro unico mediatore, che offre il suo unico sacrificio nella
celebrazione eucaristica.
5. Se il significato della Settimana di preghiere è esattamente compreso e
vissuto, la preghiera quotidiana per l’unità deve occupare il primo posto non
solo durante la Settimana ad essa dedicata, ma ogni giorno della nostra vita.
Ogni cristiano, convinto che l’impegno per l’unità è primario nel suo cammino
verso Cristo, e volendo restare fedele a questo impegno, sa bene che qualsiasi
azione intrapresa, individualmente o assieme agli altri, ha di per sé bisogno
della preghiera al comune Signore, affinché fecondi ogni parola e ogni gesto, in
modo che questi ricevano da lui il loro vero valore e possano farci progredire
verso l’unità.
La Settimana di preghiere deve costituire il culmine di una preghiera
ininterrotta. Poiché è preghiera comune, fatta dai cristiani ancora divisi, ma
già uniti dallo stesso Battesimo e dalla comune fede in Cristo, unico Salvatore,
essa è, ogni anno, un passo avanti nel cammino dell’unità, una felice
anticipazione di quel traguardo supremo; è, infine, testimonianza della comune
convinzione che l’unità è dono gratuito del Padre, per mezzo del Figlio, nello
Spirito Santo.
6. A conclusione di questa Settimana di preghiere, durante la quale abbiamo
voluto rivivificare e ritemprare il nostro impegno ecumenico di fronte al
Signore, non è inutile ribadire tale principio.
L’unità a cui aspiriamo, per la quale operiamo e soffriamo e soprattutto
preghiamo, rivolgendoci con umile supplica alla santissima Trinità, è l’unità
perfetta, improntata all’esempio e al modello della suprema unità divina, nella
distinzione delle tre persone: Padre, Figlio e Spirito Santo. È unità nella
fede, unità nei sacramenti, unità di magistero, unità di guida pastorale.
Unità delle menti e dei cuori, ma anche unità visibile. Unità tra i cristiani,
ma anche tra le Chiese e comunità ecclesiali. L’unità più radicale e più
profonda che ci sia mai concessa nell’opacità e tra le debolezze di questa
nostra storia.
Questa unità, che abbiamo connotato, non deve essere confusa con l’uniformità,
con l’appiattimento dell’individualità e dell’identità di ciascuna legittima
tradizione cristiana. L’unità che ricerchiamo non consiste nell’identificazione
di una tradizione con un’altra; nell’accomodamento di una tradizione all’altra.
Essa è tensione verso il raggiungimento, per dono di Dio, di quella totale
fedeltà a tutto il suo disegno, così come è espresso nei Vangeli, come ci parla
attraverso la grande tradizione ecclesiale, come si professa nell’unica fede,
nella celebrazione degli stessi sacramenti, nella comunione con tutti i vescovi
stabiliti per pascere il popolo di Dio (cf. At 20, 28) e uniti tra loro
intorno al successore di Pietro. E tutto ciò nel rispetto dei valori e delle
ricchezze di ogni tradizione particolare e di ogni cultura, secondo
l’insegnamento del Concilio Vaticano II nel decreto sull’ecumenismo, di cui
ricordiamo il ventennale della promulgazione.
7. Cari fratelli e care sorelle, ho voluto ricercare con voi, in questa
circostanza, il volto dell’unità per cui oggi preghiamo, rievocando l’esperienza
e meditando l’esempio dell’apostolo Paolo, del quale celebriamo oggi l’ingresso
nella Chiesa.
In questo giorno conclusivo della Settimana di preghiere per l’unità, la
celebrazione dell’Eucaristia ci riconduce al cuore stesso del mistero della
nostra riconciliazione con il Padre e della riconciliazione degli uni con gli
altri.
Sentiamo ancora più dolorosamente gli ostacoli, che non ci permettono di
partecipare insieme a questa Eucaristia e rinnoviamo la nostra volontà di fare
tutto quanto è in nostro potere perché si avvicini il giorno benedetto in cui
tutti i credenti in Cristo potranno trarre nutrimento dalla stessa sorgente
d’unità. Facciamo nostra la preghiera di Gesù, che è stata appena proclamata e
che egli ci ha lasciato nel Vangelo dell’apostolo Giovanni: “Non prego solo per
questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché
tutti siano una cosa sola.
Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola,
perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17, 20-21). Amen.
Al termine di questa celebrazione eucaristica nella festività della conversione
di San Paolo, che ci vede riuniti presso il trofeo glorioso dell’apostolo, a
conclusione dell’Ottavario di preghiere per l’unione dei cristiani, un ricordo
si affaccia impellente alla coscienza di tutti noi.
Quest’anno cade il ventesimo
anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II, il cui primo annuncio,
come ben ricordiamo, fu dato dal mio predecessore Giovanni XXIII di venerata
memoria proprio da questa basilica e in questo stesso giorno, il 25 gennaio
1959. Il Vaticano II resta l’avvenimento fondamentale nella vita della Chiesa
contemporanea: fondamentale per l’approfondimento delle ricchezze affidatele da
Cristo, il quale in essa e per mezzo di essa prolunga e partecipa agli uomini il
“mysterium salutis”, l’opera della redenzione; fondamentale per il contatto
fecondo col mondo contemporaneo al fine dell’evangelizzazione e del dialogo a
tutti i livelli e con tutti gli uomini di retta coscienza. Per me, poi – che ho
avuto la grazia speciale di parteciparvi e di collaborare attivamente al suo
svolgimento – il Vaticano II è stato sempre, ed è in modo particolare in questi
anni del mio pontificato, il costante punto di riferimento di ogni mia azione
pastorale, nell’impegno consapevole di tradurre le direttive in applicazione
concreta e fedele, a livello di ogni Chiesa e di tutta la Chiesa.
Occorre
incessantemente rifarsi a quella sorgente. E tanto più quando date tanto
significative, come quella di quest’anno, si avvicinano e riaccendono ricordi ed
emozioni di quell’evento veramente storico. Pertanto oggi, festività della
conversione di San Paolo, con intima gioia e commozione indìco un’assemblea
generale straordinaria del Sinodo dei vescovi, che si celebrerà dal 25 novembre
all’8 dicembre del corrente anno, e alla quale parteciperanno i patriarchi e
alcuni arcivescovi delle Chiese orientali e i presidenti di tutte le Conferenze
episcopali dei cinque continenti.
Lo scopo dell’iniziativa è non solo quello di
commemorare il Concilio Vaticano II a vent’anni di distanza dalla sua chiusura,
ma anche e soprattutto: rivivere in qualche modo quell’atmosfera straordinaria
di comunione ecclesiale, che caratterizzò l’assise ecumenica, nella vicendevole
partecipazione delle sofferenze e delle gioie, delle lotte e delle speranze, che
son proprie del corpo di Cristo nelle varie parti della terra; scambiarsi e
approfondire esperienze e notizie circa l’applicazione del Concilio a livello di
Chiesa universale e di Chiese particolari; favorire l’ulteriore approfondimento
e il costante inserimento del Vaticano II nella vita della Chiesa, alla luce
anche delle nuove esigenze.
Attribuisco a questa assemblea straordinaria del
Sinodo un’importanza particolare. Per tale motivo ne ho voluto dare oggi
pubblica notizia da questa basilica, ove risuonò per la prima volta l’annuncio
del Concilio ecumenico del nostro secolo. L’intento che mi muove si colloca
nella scia di quello dei miei venerati predecessori Giovanni XXIII e Paolo VI:
contribuire a quel “rinnovamento di pensieri, di attività, di costumi e di forza
morale, di gaudio e di speranza, ch’è stato lo scopo stesso del Concilio”
(Insegnamenti di Paolo VI, III [1965] 746).
Affido fin d’ora la realizzazione
del Sinodo straordinario dei vescovi alle preghiere della Chiesa e alla potente
intercessione dei santi Pietro e Paolo; e con voi soprattutto imploro la Vergine
Immacolata, Madre della Chiesa, affinché ci assista in quest’ora e ci ottenga
quella fedeltà a Cristo, della quale ella è modello incomparabile per la sua
disponibilità di “serva del Signore”, per la sua costante apertura alla parola
di Dio (cf. Lc 1, 38; 2, 19.51). In questa fedeltà totale e perseverante la Chiesa
di oggi vuol proseguire il suo cammino verso il terzo millennio della storia, in
mezzo agli uomini e insieme come partecipe delle loro stesse speranze e attese,
seguendo la via tracciata dal Vaticano II, e sempre in ascolto di “quanto lo
Spirito dice alle chiese” (Ap 2, 7.11.17.26; 3, 5.13).
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