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INAUGURAZIONE DEL «GIUBILEO» DEGLI APOSTOLI DEGLI SLAVI
SANTI CIRILLO E METODIO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Basilica di San Clemente
Venerdì, 15 febbraio
1985

 

Carissimi fratelli e sorelle!

1. Oggi, festa liturgica dei santi Cirillo e Metodio, siamo qui riuniti, in questa antica basilica dedicata a San Clemente, papa e martire, per pregare e meditare presso la tomba nella quale sono custodite le venerate reliquie di San Cirillo, che, insieme con il fratello San Metodio e accanto a San Benedetto, ho proclamato patrono di tutta l’Europa. La Chiesa tutta, nel glorificare i due santi fratelli, esprime loro la propria grata ammirazione per la grandiosa opera evangelizzatrice da essi compiuta per la divulgazione del regno di Dio tra le genti slave.

Come ho ricordato il 1° gennaio scorso, sono trascorsi undici secoli dal momento in cui la grande missione di entrambi i fratelli terminò con la morte di Metodio, nell’anno 885; il fratello Costantino-Cirillo era già morto sedici anni prima qui a Roma. A questi due grandi apostoli l’eterno Pastore ha affidato l’opera del Vangelo tra gli slavi. Essi sono diventati i primi evangelizzatori dei popoli che abitano la parte orientale e quella meridionale dell’Europa. Sono diventati i padri della loro fede e della loro cultura.

L’odierna celebrazione si inserisce pertanto come una delle manifestazioni che, in memoria e in onore dei due santi fratelli, durante il corso di quest’anno ad essi particolarmente dedicato, si svolgeranno in tutta la Chiesa, soprattutto in Europa e in special modo tra le nazioni che furono oggetto delle loro fatiche apostoliche.

Il loro arrivo a Roma era stato un grande avvenimento, che aveva mosso non solo il papa Adriano, ma anche i cittadini, i quali con ceri accesi erano andati incontro a Cirillo e Metodio, che portavano dall’Oriente le preziose reliquie di San Clemente. Furono accolti i libri sacri in lingua slava e nella basilica di Santa Maria Maggiore si cantò in quella stessa lingua la santa messa.

Debilitato dalle fatiche, Costantino-Cirillo abbandonava questa terra a quarantadue anni, il 14 febbraio dell’anno 869, elevando a Dio una fervida e commossa preghiera e lasciando al fratello Metodio un impegnativo monito: “Ecco, fratello, condividevamo la stessa sorte, premendo (l’aratro) sullo stesso solco; io ora cado sul campo al concludersi della mia giornata. Tu ami molto, lo so, la tua montagna (cioè la zona sacra montagnosa dell’Olimpo dove i due fratelli avevano sperimentato la loro vita monastica in solitudine); tuttavia, per la montagna non abbandonare la tua azione di insegnamento. Dove in verità puoi meglio salvarti?” (Vita di Metodio, VII, 2-33).

I sedici anni, nei quali Metodio sopravvisse al fratello, furono pieni di attività apostolica, ma anche di sofferenze. Egli morrà il 6 aprile dell’anno 885. “I suoi discepoli lo prepararono (per le esequie) e gli resero degni onori: celebrarono un servizio ecclesiastico in latino, greco e slavo e lo deposero nella cattedrale. E si aggiunse ai suoi padri, sia patriarchi che profeti, apostoli, dottori, martiri” (Ivi, XVII, 11-12).

2. L’XI centenario del transito di San Metodio ci vede riuniti oggi a Roma presso la tomba del fratello Costantino-Cirillo e ci sprona a meditare sull’attualità ecclesiale della geniale e grandiosa opera di evangelizzazione da essi compiuta.

Verso la metà del IX secolo e nel periodo immediatamente successivo si avvicinava il momento della maturazione politica e culturale della grande compagine dei popoli slavi, il loro ingresso da protagonisti nella convivenza internazionale, nel sistema subentrato all’antico impero romano. Era, purtroppo, anche il momento in cui l’antica civiltà si spezzava e si frantumava, e le tensioni tra Oriente e Occidente si trasformavano in divisioni e, presto, in separazioni. Gli slavi entrarono nella scena del mondo, collocandosi fra queste due parti e, nel tempo successivo, sperimentarono su loro stessi i tragici effetti dello scisma; furono anch’essi divisi, come diviso era allora il mondo europeo.

Tanto più, pertanto, dobbiamo ammirare la chiaroveggenza spirituale dei due santi fratelli, i quali decisero coraggiosamente di costruire un ponte ideale là dove il mondo ad essi contemporaneo scavava invece fossati di separazione e di lacerazione. “Cirillo e Metodio - ho scritto nella lettera apostolica del 31 dicembre 1980, con la quale li proclamavo celesti patroni di tutta l’Europa - svolsero il loro servizio missionario in unione sia con la Chiesa di Costantinopoli, dalla quale erano stati mandati, sia con la Sede romana di Pietro, dalla quale furono confermati, manifestando in questo modo l’unità della Chiesa che, durante il periodo della loro vita e della loro attività, non era colpita dalla sventura della divisione fra l’Oriente e l’Occidente, nonostante le gravi tensioni, che, in quel tempo, segnarono le relazioni fra Roma e Costantinopoli” (Giovanni Paolo II, Egregiae virtutis, 1).

3. Questo intenso desiderio dell’unione spirituale fra tutti i credenti in Cristo ispirò i due santi fratelli nella loro missione, finalizzata allo scopo di fare dei popoli da loro evangelizzati, nella nascente Europa, un vincolo di unione fra l’Oriente e l’Occidente. A tal fine, Cirillo e Metodio decisero di tradurre i libri sacri nella lingua slava, “gettando con questo le basi di tutta la letteratura nelle lingue degli stessi popoli” (Giovanni Paolo II, Egregiae virtutis, 1) e tra l’altro, resisi conto che nella Grande Moravia si celebrava già la santa messa secondo il rito romano introdotto da missionari latini che non avevano molto successo presso la popolazione, essi tradussero in lingua slava non soltanto la liturgia di San Giovanni Crisostomo (bizantina), bensì anche quella di San Pietro (romana).

Lodare Dio nella propria lingua, consapevoli della propria identità nazionale e culturale e, nello stesso tempo, procurare la più profonda unione tra tutti i cristiani, sia dell’Oriente sia dell’Occidente, non è forse questo il programma missionario confermato e raccomandato anche di recente dal Concilio Vaticano II?

Il fatto che tale programma già undici secoli fa fosse approvato e incoraggiato dalla Sede romana fu certamente uno dei grandi “segni dei tempi”, che preannunciavano un nuovo volto per l’Europa nascente.

4. Nonostante le alterne vicende e le grandi difficoltà, succedutesi nella storia, possiamo riconoscere che la liturgia slava e la cultura edificata sulle basi gettate dai due santi fratelli sono ancor oggi una testimonianza innegabile della viva continuità dell’eredità cirillo-metodiana. Anche il desiderio della piena unione dei cristiani si è fatto spesso sentire fra i popoli slavi, specie in tempi di calamità. Vogliamo ricordare i Congressi unionistici tra cattolici e ortodossi, che si svolgevano dagli inizi di questo secolo proprio a Velehrad, presso la tomba di San Metodio, sotto la protezione della Vergine santissima, venerata e invocata col titolo di Madre dell’unità.

Seguendo l’esempio dei miei predecessori Giovanni XXIII, che dopo la sua elevazione al supremo pontificato venne in questa basilica per venerare i due santi fratelli, e Paolo VI, che volle collocare nell’altare della cappella di San Cirillo le ritrovate reliquie del santo, anch’io oggi mi trovo in questo luogo, sacro e caro a tutti i credenti in Cristo, ma specialmente ai popoli slavi, e rinnovo l’auspicio che “per opera della misericordia della Trinità santissima, per l’intercessione della Madre di Dio e di tutti i santi, sparisca ciò che divide le Chiese, come pure i popoli e le nazioni; e le diversità di tradizioni e di cultura dimostrino invece la reciproca integrazione di una ricchezza comune. La consapevolezza di questa spirituale ricchezza, diventata su strade diverse patrimonio delle singole società del continente europeo, aiuti le generazioni contemporanee a perseverare nel reciproco rispetto dei giusti diritti di ogni nazione e nella pace, non cessando di rendere i servizi necessari al bene comune di tutta l’umanità e al futuro dell’uomo su tutta la terra” (Giovanni Paolo II, Egregiae virtutis, 4).

5. Nell’odierna liturgia della parola abbiamo ascoltato alcuni brani, che possiamo applicare all’apostolato svolto dai santi Cirillo e Metodio: per loro mezzo la parola di Dio si è diffusa per le regioni del mondo (cf. At 13, 49); essi, come buoni soldati di Gesù Cristo, hanno avuto la loro parte di sofferenza; come l’agricoltore, si sono affaticati per cogliere i frutti del loro lavoro; a causa del Vangelo, sono stati anche incompresi e maltrattati, ma hanno sopportato ogni cosa (cf. 2 Tm 2, 3-10); in modo esemplare, sono stati nella Chiesa di Dio dei pastori buoni, capaci e disposti a offrire la loro vita per le pecore loro affidate (cf. Gv 10, 11-16).

A questi esempi di dedizione dobbiamo ispirarci tutti; tali modelli io propongo oggi, in modo particolare, agli studenti dei collegi ecclesiastici di Roma, qui presenti insieme con i loro superiori e docenti.

Voi siete qui, carissimi fratelli, non solo per venerare e commemorare i santi Cirillo e Metodio, ma soprattutto per apprendere da loro che cosa significhi e comporti seguire la propria vocazione sacerdotale e missionaria. La vocazione viene da Dio, la cui voce si fa sentire in ogni tempo. Gli uomini debbono essere disponibili ad accogliere questa chiamata e devono prepararsi con grande impegno ai compiti che essa esige.

Cirillo e Metodio si prepararono alla loro missione con uno studio serio e profondo della parola di Dio e della sacra dottrina, e anche della cultura filosofica e letteraria dell’epoca; ma si prepararono soprattutto con la preghiera e la penitenza.

Guardate a questi esempi, carissimi studenti, confermatevi a tali gloriosi modelli per il vostro futuro ministero sacerdotale o missionario!

Desidero concludere questa mia omelia con le parole della splendida preghiera che San Cirillo, approssimatasi l’ora di ricevere il riposo definitivo e di migrare nelle eterne dimore, innalzò a Dio: “Signore, mio Dio . . . che esaudisci sempre quelli che fanno la tua volontà e ti temono e custodiscono i tuoi precetti, esaudisci la mia preghiera, e custodisci a te fedele il gregge, a cui avevi preposto me . . . Liberali dalla perfidia empia e pagana . . . ed incrementa con la moltitudine la tua Chiesa, e tutti raccogli nell’unità, e fa’ il popolo santo concorde nella tua vera fede e retta confessione, ed ispira nei loro cuori la parola del tuo insegnamento . . . Quelli che mi avevi dati, li rendo a te come tuoi; reggili con la tua destra possente e coprili con la protezione delle tue ali, perché tutti lodino e glorifichino il tuo nome, di Padre, Figlio e Spirito Santo” (Vita di Cirillo, XVIII, 8-11).

Troviamo in sintesi, in questa preghiera trinitaria, i grandi ideali, che animarono l’instancabile opera dei due santi fratelli: la proclamazione della parola; la diffusione e la conservazione della fede; l’unità di tutti i credenti in Cristo; la fiducia nell’opera della grazia divina; l’impegno Pastorale, fino al dono di sé. La Chiesa di oggi, nel celebrare i santi Cirillo e Metodio, prega e medita nel suo cuore il loro messaggio sempre attuale.

Amen!

 

© Copyright 1985 - Libreria Editrice Vaticana

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