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CELEBRAZIONE EUCARISTICA «IN CENA DOMINI»
NELLA BASILICA DI SAN GIOVANNI IN LATERANO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Giovedì Santo, 4 aprile 1985

 

1. “Non mi laverai mai i piedi!” (Gv 13, 8).

Oggi, riuniti in questa basilica Lateranense per la liturgia della Cena del Signore, risentiamo queste parole di rifiuto di Pietro.

Tuttavia Gesù convince l’apostolo. La lavanda dei piedi è sì una funzione di servizio, ma è anche espressione e segno della partecipazione a tutta l’opera messianica di Cristo. Pietro non lo vede ancora. “Se non ti laverò, non avrai parte con me” (Gv 13, 8).

Pietro ancora non comprende; ma il suo cuore è già tutto rivolto all’opera messianica di Cristo: a ciò che vuole Cristo. Per questo dice: “Non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!” (Gv 13, 9).

2. Cristo lava i piedi a Pietro e a tutti gli apostoli. Fra poco, a ricordo e a imitazione di quel gesto del Signore, laverò i piedi a dodici sacerdoti che concelebrano con me nella liturgia eucaristica di questa sera. La lavanda dei piedi da parte di Gesù agli apostoli fu un’introduzione alla Cena pasquale. Questa funzione di servizio deve confermare ancora una volta che Gesù non è venuto nel mondo per essere servito, ma per essere egli stesso servitore: lui il Maestro e il Signore.

Gli apostoli devono pensare e agire similmente: “Vi ho dato . . . l’esempio” (Gv 13, 15).

La funzione di servizio all’inizio di questa sera pasquale manifesta la presenza del “servo”. Si tratta del “servo di Jahvè” della profezia di Isaia. Gesù vuole indicare così che la Cena pasquale dà inizio al compimento delle parole di Isaia. Anzi la stessa Cena diverrà il sacramento del servo:

“Io sono tuo servo, figlio della tua ancella” (Sal 116, 16).

3. Durante la Cena pasquale tutti i partecipanti dirigono il loro ricordo verso l’agnello pasquale, il cui sangue sugli stipiti delle case aveva salvato i primogeniti d’Israele dalla morte e aperto la strada all’esodo dall’Egitto.

Anche Gesù dirige lo sguardo della sua anima verso l’agnello pasquale, ricorda la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto.

E nello stesso tempo egli ha nelle orecchie la voce di Giovanni Battista, che sulle sponde del Giordano l’additò e proclamò: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo” (Gv 1, 29).

Giunge adesso l’Ultima cena. Gesù sa che è venuto il momento del compimento delle parole di Giovanni presso il Giordano. Il sangue dell’agnello deve togliere i peccati del mondo.

4. In questo modo la Cena pasquale raggiunge il suo zenit. Gesù prende prima il pane, lo spezza e, pronunziata la preghiera del ringraziamento, lo dà agli apostoli, perché lo mangino: “Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me” (Lc 22, 19).

Poi prende il calice colmo di vino. E dice (secondo il testo di Paolo): “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me” (1 Cor 11, 25).

Il profeta Isaia paragona il servo sofferente a un agnello. Giovanni Battista dice espressamente: l’agnello di Dio.

Gesù, dovendo compiere le parole del profeta e di Giovanni, istituisce nell’Eucaristia la nuova ed eterna alleanza nel suo sangue.

Nell’Eucaristia è già contenuto misticamente tutto ciò che fra poco comincerà a realizzarsi. La Scrittura dice: “Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga” (1 Cor 11, 26).

In questo modo l’Eucaristia dell’Ultima cena anticipa la realtà di cui è segno.

E contemporaneamente, mediante l’Eucaristia, si preannuncia anche un’altra realtà: la redenzione del mondo, la nuova alleanza nel sangue dell’agnello di Dio, una realtà che continua.

Mediante l’Eucaristia, questa realtà ritorna costantemente e si rinnova in modo sacramentale: “Voi annunziate la morte del Signore finché egli venga”.

5. Questa realtà si spiega mediante l’amore: la croce e la morte dell’agnello di Dio si spiegano mediante l’amore. La redenzione del mondo si spiega mediante l’amore. La nuova ed eterna alleanza nel sangue di Cristo si spiega mediante l’amore.

“Dio infatti ha tanto amato il mondo . . .” (Gv 3, 16).

E Gesù “sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13, 1).

Proprio questo è l’Eucaristia. L’Eucaristia si spiega mediante l’amore.

L’Eucaristia proviene dall’amore e fa nascere l’amore. In essa pure è iscritto e definitivamente radicato il comandamento dell’amore.

“Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato” (Gv 13, 34).

Ecco l’Ultima cena: il mistero della Pasqua. D’ora in poi l’amore e la morte cammineranno insieme attraverso la storia dell’uomo, fino a quando verrà di nuovo colui, che li ha uniti con un legame inscindibile e ce li ha lasciati nell’Eucaristia, affinché noi facciamo lo stesso in memoria di lui.

 

© Copyright 1985 - Libreria Editrice Vaticana

                                      

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