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SOLENNE BEATIFICAZIONE DELLE SERVE DI DIO
PAULINE VON MALLINCKRODT E CATERINA TROIANI

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 14 aprile 1985

 

“Abbiamo contemplato o Dio, le meraviglie del tuo amore!”.

1. È questo il grido di giubilo, che la liturgia pone oggi sulle nostre labbra dinanzi all’opera grandiosa, che il Padre celeste ha compiuto per noi nel suo Figlio diletto, glorificandolo mediante la risurrezione dalla morte!

In questi giorni di gioia pasquale abbiamo rivissuto nei segni liturgici e sacramentali la passione-morte-risurrezione del nostro Redentore. Con i fedeli di ogni parte della terra abbiamo proclamato la verità che sta al cuore del cristianesimo: Gesù di Nazaret è risorto per non più morire! Egli vive col Padre e prega incessantemente per la sua Chiesa (Rm 8, 34; Eb 7, 20), comunicandole la propria vita divina.

2. In questa domenica seconda di Pasqua, domenica “in albis”, nella quale sono beatificate due religiose, suor Pauline von Mallinckrodt e suor Caterina Troiani, la liturgia ci invita a una riflessione approfondita, alla luce di Cristo risorto sui fondamenti della nostra fede e sul dovere dell’amore verso il prossimo: due caratteristiche che hanno distinto le nuove beate.

L’episodio dell’apparizione di Cristo ai discepoli la sera della risurrezione, con il significativo particolare dell’assenza di Tommaso chiamato Didimo, è come un’illuminante catechesi rivolta alla persona umana, protesa con tutte le proprie facoltà alla ricerca della verità, nel desiderio di farne, se possibile, un’esperienza in qualche modo “tangibile”.

Ai condiscepoli che, pieni di gioia, comunicano a Tommaso il grande annuncio: “Abbiamo visto il Signore!”, egli risponde che non è pago della loro testimonianza, e neppure della semplice “visione”; egli, per credere, pretende ed esige non solo di “vedere” il segno dei chiodi, cioè, i segni delle piaghe della crocifissione, ma di “toccarli” con la propria mano.

Si direbbe che Gesù accetti la sfida, sgorgata da un atteggiamento di autentica e sofferta ricerca e non solo di autosufficiente sicurezza razionale. Otto giorni dopo, riappare ai discepoli: viene per offrire all’incredulo suo seguace le prove “tangibili” che questi cercava ed esigeva: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!” (Gv 20, 27).

Davanti all’“evidenza” del Cristo risorto, che gli si presenta con i segni della sua donazione e del suo amore, Tommaso si arrende e pronuncia la mirabile professione di fede: “Mio Signore e mio Dio!”. Gesù prende atto di tale gesto del discepolo, ma proclama la beatitudine di coloro che “pur non avendo visto, crederanno!”. È la beatitudine riservata a noi, oggi qui presenti, ai milioni e milioni di uomini, donne, giovani, anche fanciulli e fanciulle, che nei secoli si sono inginocchiati e ancor oggi si inginocchiano in adorazione davanti a Cristo, ormai invisibile agli occhi, ma realmente presente nell’Eucaristia, per dirgli con gioiosa commozione: “Mio Signore e mio Dio!”. Con questa fede disarmata, limpida e umile, noi vogliamo accogliere il Cristo risorto, riconoscendone la presenza non solo nella realtà del sacramento, ma anche nella persona dei fratelli e delle sorelle, che si fanno incontro sulla strada della vita.

3. È quanto facevano i cristiani della prima comunità di Gerusalemme, la cui fede si esprimeva in maniera preminente nella “comunione fraterna”. Essi avevano “un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune” (At 4, 32).

Essi volevano far scomparire le discriminazioni sociali, per formare una vera comunità capace di realizzare autentici rapporti di amicizia e di fraternità, fino alla compartecipazione e alla condivisione libera e liberante dei propri beni materiali. La loro era una fede che “operava per mezzo della carità” (cf. Gal 5, 6).

Non fu esperienza che restò confinata ai primi inizi del cristianesimo. Oggi la Chiesa è lieta di poter presentare alla venerazione e all’imitazione dei fedeli due nuove beate, che nella loro vita terrena dettero testimonianza di una fede e di una carità, che possono ben dirsi “ricalcate” sugli esempi della prima generazione cristiana.

4. Die geistliche Botschaft der neuen Seligen Pauline von Mallinckrodt können wir in einem sehr aktuellen und konkreten Lebensprogramm zusammenfassen: vorbehaltlose Christusnachtfolge in unerschütterlichem Glauben; Liebe zu Gott und liebende Hingabe an die Unglücklichsten und Ärmsten um Christi willen.

Mutter Pauline von Mallinckrodt war reich an natürlichen Gaben: ein einfaches, freundliches Wesen, Zuversicht und Vertrauen zum Nächsten, Zielstrebigkeit in der Verwirklichung ihrer Vorhaben; beständige Treue zu den Grundenscheidungen ihres Lebens - auch in Prüfungen und größeren Schwierigkeiten - und eine Opfergesinnung, mit der sie sich hochherzig und ohne Vorbehalte an alle zu verschenken suchte.

Diese reichen Gaben, die Gott ihr so überaus freigiebig anvertraut hatte, wurden in ihr durch einen tiefen und ausgeprägten Glaubensgeist vollendet. Dieses Gnadengeschenk, das sie in der Taufe empfangen hatte, entwickelte sich wunderbar unter der Anleitung ihrer Mutter und ihrer Lehrerinnen und Lehrer. Sie wuchs in der friedvollen Umgebung einer Familie heran, in der Liebe und gegenseitige Achtung herrschten, in einem Klima, das dennoch nicht ganz frei war von stillem Leiden wegen der unterschiedlichen Konfession der Eltern: die Mutter, eine gläubige Katholikin; der Vater, ein überzeugter Protestant. Mit Hilfe der Gnade festigte sich hierdurch die Treue Paulines zum Herrn, indem sie sich mit dieser Situation auseinandersetzte.

Es gab in ihrer Jugend jedoch auch eine kritische Periode, eine Zeit großer Qual voller Skrupel, Ängste und Unsicherheiten, die sie nur dadurch zu überwinden wußte, daß sie sich in tiefem und ständigem Gebet voll und ganz Gott anvertraute. Und Gott war ihr nahe und hellte ihre Seele mit einem solch klaren Glaubenslicht auf, daß es zu Recht eine besondere ”Gnade des Glaubens“ genant werden kann. Kraft dieser neuen gottgegebenen Sicht konnte sie ausrufen: Dieser Glaube durchdrang mich so klar und fest, daß ich ihm mehr als meinen Augen geglaubt hätte (Cfr. Autobiographia).

Der Glaube machte aus Pauline, wie ein Zeitgenosse von ihr bezeugt, eine Person aus einem Guß, klar und durchsichtig wie das Licht und ebenso einfach (Cfr. Schlüter), so daß sie bereits mit achtzehn Jahren in eindeutiger Gewiß heit das Ziel ihres Lebens in einer besonderen Berufung Gottes erkannte.

Ein bewußter und tapferer Glaube war es, mit dem sie Schmerzen, Bitterkeiten und vielerlei Prüfungen zu ertragen wußte und der sich in ihrer vollen und vorbehaltlosen Liebe zu Jesus Christus und zu seiner Mutter Maria zeigte, denen si sich vertrauensvoll und zuversichtlich überließ. Im Streben nach Gott und seiner größeren Ehre wuchs sie in der Gnade, indem sie sich immer wieder an den Quellen des Gebetes in einem tiefen eucharistischen Leben stärkte.

Aus ihrer Liebe zu Gott entsprang natürlich und spontan die Liebe zum Nächsten. Mit aller Zärtlichkeit widmete sie sich den unglücklichen blinden Kindern, denen sie inneres Licht schenken wollte als Strahl des göttlichen Lichtes. Für diesen Liebensdienst um Christi willen gründete sie ihre Kongregation der Schwestern von der Christlichen Liebe. Zusammen mit jenen Kindern nahm sie sich dann noch weiterer Hilfsbedürftigen an; alle fanden in ihr und ihrem großen Werk Hilfe, Trost und vor allem Liebe. Dieselbe Liebe drängte sie dazu, für ihre Kongregation schließlich noch die Unterrichtung der Jugend hinzuzunehmen: Sie hielt diese für eine echte Mission, wie sie von den Erfordernissen der Zeit in besonderem Maße verlangt wurde.

Kühn waren die Pläne der Seligen; aber sie wußte in stiller und demütiger Zurückhaltung die Stunde Gottes abzuwarten. Ihr Werk wuchs mit Erfolg, wenn auch unter fortwährendem Ringen und mit vielen Schwierigkeiten. In der Zeit seines besten Wachstums kam zugleich die Stunde eines zerstörerischen Sturmes in der harten Verfolgung unter den Gesetzen des Kulturkampfes. Aber auch hier zeigte Mutter Pauline ihre innere Offenheit für den Willen Gottes und war bereit und fähig, den Prüfungen zu begegnen und ihren Kreuzweg zu gehen.

Mutter Pauline ist ein Lebensbeispiel. Der angstvollen Unruhe des modernen Menschen zeigt sie heute einen Weg zu innerem Frieden: mutig und zuversichtlich Gott im leidenden Bruder zu suchen. So ist ihre Botschaft aktuell, wie die Suche nach Gott immer aktuelle ist.

4. Possiamo riassumere il messaggio spirituale della nuova beata Paolina von Mallinckrodt in un programma di vita molto attuale e concreto: sequela di Cristo senza riserve e con una fede incrollabile; amore a Dio e amorevole dedizione ai più infelici e ai più poveri, per amore di Cristo.

Madre Paolina von Mallinckrodt era ricca di doti naturali: carattere semplice, gentile, fiducia nel prossimo, tenacia nella realizzazione dei suoi propositi; costante fedeltà alle decisioni di fondo della sua vita - anche nelle prove e nelle difficoltà - e spirito di sacrificio, col quale si donava, generosamente e senza riserve, a tutti.

Queste doti preziose, che Dio le aveva affidato così generosamente, furono portate a compimento in lei da un profondo e spiccato spirito di fede. Questo dono di grazia, che ella aveva ricevuto nel Battesimo, si sviluppò in modo mirabile sotto la guida di sua madre e delle sue insegnanti. Ella crebbe nell’ambiente sereno di una famiglia nella quale regnavano amore e stima reciproca, in un clima che non era però del tutto scevro di segreto dolore a causa della diversa confessione dei genitori: la madre, una cattolica devota; il padre, un convinto protestante. Con l’aiuto della grazia si consolidò la fedeltà di Paolina al Signore, mentre rifletteva su questa situazione.

Ci fu tuttavia nella sua giovinezza anche un periodo critico, un tempo di grande tormento, di tanti scrupoli, paure e insicurezze, che ella seppe superare soltanto affidandosi pienamente a Dio in una preghiera profonda e continua. E Dio le era vicino e rischiarava la sua anima con una luce di fede tanto chiara che a ragione si poteva chiamare una particolare “grazia di fede”.

In forza di questa nuova visione donata da Dio, ella poteva esclamare: la fede mi ha pervasa in modo così chiaro e deciso che avrei creduto più ad essa che ai miei occhi (cf. Autobiografia).

La fede fece di Paolina, come affermò un testimone, una persona tutta d’un pezzo, chiara e trasparente come la luce e altrettanto semplice (cf. Schlüter), così che ella riconobbe già a diciotto anni con evidente certezza lo scopo della sua vita in una particolare vocazione a Dio.

Era una fede consapevole e forte quella con cui seppe sopportare dolori, amarezze e varie prove e che si mostrava nel suo amore totale e incondizionato a Gesù Cristo e a Maria, sua Madre, ai quali ella si abbandonò fiduciosamente. Nella ricerca di Dio e della sua maggior gloria ella crebbe nella grazia, fortificandosi sempre più alle fonti della preghiera in una profonda vita eucaristica.

Dal suo amore a Dio scaturì naturalmente e spontaneamente l’amore al prossimo. Con grande tenerezza si dedicò ai bambini ciechi, ai quali voleva donare luce interiore, raggio della luce divina. Per questo servizio compiuto per amore di Cristo fondò la sua congregazione delle Suore della Carità cristiana. Insieme a quei bambini accolse poi altri bisognosi di aiuto; tutti trovarono in lei e nella sua grande opera aiuto, conforto e soprattutto amore. Quest’amore la spinse ad assumere per la sua congregazione anche l’educazione dei giovani: la considerò una vera e propria missione che le esigenze del tempo richiedevano in modo particolare.

Audaci furono i progetti della beata; ma ella seppe attendere l’ora di Dio in un riserbo silenzioso e umile. La sua opera crebbe con successo, anche se tra continue lotte e con molte difficoltà. Nel periodo del suo migliore sviluppo venne anche l’ora della tempesta devastatrice: la dura persecuzione sotto le leggi del “Kulturkampf”. Ma anche qui madre Paolina mostrò la sua interiore lealtà alla volontà di Dio e fu pronta ad accogliere profughi e a percorrere la sua Via crucis.

Madre Paolina è un modello di vita. All’inquietudine ansiosa degli uomini moderni ella indica oggi la via alla pace interiore: cercare coraggiosamente e fiduciosamente Dio nel fratello sofferente. Così il suo messaggio è attuale, come sempre è attuale la ricerca di Dio.

5. La fede e la carità brillarono anche nella vita di suor Caterina Troiani, fondatrice dell’istituto delle suore francescane del Cuore Immacolato di Maria. Chiamata dalla Provvidenza a lasciare il monastero delle Clarisse di Ferentino per recarsi con alcune consorelle in Egitto, ove attendere alla formazione umana e cristiana delle fanciulle di quella terra d’oltremare, ella accolse con piena disponibilità il disegno di Dio. Memore del voto, pronunciato nei primi anni di professione religiosa, di “vivere sempre da suddita e nell’oblio”, si dedicò con slancio missionario al nuovo servizio nella città del Cairo.

Le stava di fronte un cumulo di miserie e di sofferenze, in cui sembrava rispecchiarsi una sintesi del dolore umano: schiavitù, fame, povertà, abbandono dei neonati e degli ammalati, sfruttamento ed emarginazione. Suor Caterina non si limitò a indicare agli altri quanto doveva essere compiuto in favore di quegli infelici. Come il buon samaritano della parabola evangelica, ella si fermò accanto a ogni fratello e sorella sofferenti nel corpo e nello spirito, porgendo amorevolmente la sua mano benefica e pagando di persona. Verso il prossimo, vittima del dolore, della malattia, della miseria, la sua carità non ebbe mai preclusioni: cattolici, ortodossi, musulmani trovarono in lei accoglienza e aiuto, perché in ogni persona, segnata dal dolore, suor Caterina intravedeva il volto sofferente di Cristo. Non per nulla la piccola suora, più che con il suo nome, era conosciuta come la “madre dei poveri”; e dalle donne del luogo, liberate dalla schiavitù, era chiamata la “mamma bianca”.

Nemmeno il rischio della malattia e della stessa morte per contagio fermò l’ardire della carità di suor Caterina: due volte infierì il colera e in tali drammatiche situazioni la beata e le sue consorelle si preoccuparono soltanto di assistere i colpiti dal morbo. Qualcuna di loro pagò con la vita tale servizio di dedizione e di carità.

Quando le opere da lei istituite sembravano prosperare in serenità, sopravvenne improvvisa la guerra del 1882, che parve travolgere tutto. Anche in tale circostanza emersero la fede luminosa, la fortezza indomita, la carità ardente della beata. Con incrollabile speranza nella Provvidenza, essa continuò a comportarsi in ogni circostanza secondo il principio a lei caro: “Diffidenza verso se stessi, fiducia in Dio”.

La beata Caterina Troiani si è inserita nel servizio della Chiesa con uno stile proprio: quale attenta e fedele discepola di santa Chiara e di San Francesco d’Assisi, riuscì a unire in se stessa la vita contemplativa dell’una con l’apostolato itinerante dell’altro. Fu missionaria in clausura e contemplativa in missione, nella piena e totale dedizione al Signore e ai fratelli.

6. “Abbiamo contemplato, o Dio, le meraviglie del tuo amore!”.

Alla luce degli esempi lasciateci dalle due beate, possiamo in verità affermare di aver contemplato le meraviglie che Dio continua ad operare, in particolare nelle anime aperte e docili alla sua grazia.

La beata Paolina di Mallinckrodt e la beata Caterina Troiani ci siano di guida e di sprone perché nel nostro quotidiano itinerario diamo, come loro, una coerente testimonianza di fede e di carità.

Amen!

 

© Copyright 1985 - Libreria Editrice Vaticana

                                      

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