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VISITA PASTORALE NEI PAESI BASSI

SANTA MESSA NELLA CATTEDRALE DI 'S-HERTOGENBOSCH

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Sabato, 11 maggio 1985

 

1. “Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo” (Gen 28, 17).

Cari fratelli e sorelle, questa sera faremo nostra questa esclamazione di Giacobbe. Guardo questa bella cattedrale, alla quale lunghi lavori di restauro hanno voluto rendere tutto il suo splendore, e vi riconosco una bellezza che supera tutto ciò che vediamo: è la casa di Dio, che ci mette in contatto con il cielo. Quando il papa San Leone IX venne in Olanda, nell’XI secolo, consacrò una chiesa, a Voerendaal. Oggi, nel primo giorno della mia visita in questo Paese, mi è dato di consacrare un altare. A più di novecento anni di distanza c’è la stessa intenzione di trovare il popolo cristiano riunito nella casa di Dio, in occasione di una consacrazione che non riguarda solo le pietre di un edificio, ma i cuori di tutti coloro che vi assistono.

Saluto tutto questo popolo che mi circonda ed esprimo la mia gioia per essere in mezzo a voi in comunione con tutti. “Popolo di Dio”: è così che il Concilio Vaticano II ha definito la Chiesa. Ugualmente desidero salutare i miei fratelli nell’episcopato, il vescovo emerito della diocesi di ‘s Hertogenbosch, monsignor Bluyssen, e anche il nuovo vescovo monsignor ter Schure. Saluto cordialmente i preti, i religiosi e le religiose e i laici che collaborano al ministero del Vangelo sotto la direzione del vescovo, al quale rinnovo i miei auguri fraterni, e l’assicurazione del mio appoggio fedele nei vincoli del collegio episcopale.

2. La processione lungo le strade della città ha simboleggiato il cammino che il popolo di Dio è chiamato a percorrere spiritualmente. Sono stato felice di camminare con voi. Insieme camminiamo verso la stessa patria. La mia presenza tra di voi è un segno dell’unione della Chiesa che è nei Paesi Bassi, con la Chiesa che è a Roma e, attraverso di essa, con l’intera Chiesa cattolica. Siamo un popolo in pellegrinaggio. Il Concilio parla della Chiesa come del nuovo popolo di Dio “dell’era presente, che cammina alla ricerca della città futura e permanente” (Lumen gentium, 9).

Camminare nell’era presente significa entrare pienamente nel mondo che ci circonda, nella sua cultura e nelle attuali condizioni di vita. La preoccupazione di vivere il Vangelo in un modo adattato alla nostra epoca è tra le più lodevoli e mostra il dinamismo del popolo di Dio in questo Paese. Ma una società che, come la vostra, ha fatto dei progressi considerevoli nei campi scientifico e tecnico, ha altrettanto bisogno di un più vivo soffio spirituale. E ha ugualmente bisogno di forze morali per superare gli ostacoli che minacciano il suo vero sviluppo. La Chiesa le dà questo soffio spirituale e queste forze morali. Essa si sforza di penetrare in tutti gli ambienti umani per poterli elevare a una qualità di vita superiore.

3. La processione ci ha condotto qui, come a casa. Sono stato felice di consacrare il nuovo altare. In effetti, questo costituisce un punto d’incontro del popolo di Dio e ne simboleggia un aspetto fondamentale. Questo popolo messianico, dice il Concilio, ha come capo il Cristo, “il quale è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato resuscitato per la nostra giustificazione” (Rm 4, 25).

È sull’altare che noi celebriamo il memoriale di questo mistero pasquale che fonda la Chiesa. È qui che il popolo pellegrino trova il pane di vita che gli dà la forza di continuare sempre il suo cammino, anche in mezzo alle più grandi difficoltà. È qui che questo popolo trova e ricrea la sua unità. Sì, questo popolo in marcia è ancora imperfetto. La parola di Cristo ce lo ha ricordato poco fa: “Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello” (Mt 5, 23-24).

So che sentite fortemente questo bisogno di riconciliazione. Dite di riconoscervi nella situazione della giovane Chiesa di Corinto, dove alcuni dicevano: “Io sono di Paolo”, altri: “Sono di Apollo”, altri ancora: “Io sono di Cefa”. Come successore di Cefa, io esercito un ministero che è, prima di tutto, un servizio dell’unità. Voglio fare tutto ciò che è in mio potere per favorire la riconciliazione. E, con San Paolo, ripeto che la nostra unità avviene nel Cristo, nella sua morte e nella sua risurrezione, che noi celebriamo su questo altare. Se, dal profondo del cuore, offriamo la riconciliazione ai nostri fratelli, l’Eucaristia ci trasformerà nel corpo di Cristo, membra gli uni degli altri.

4. Peregrinante nel secolo presente, la Chiesa non si rinchiude in esso. Come sottolinea il Concilio, il popolo di Dio avanza verso la città futura, permanente. Egli sa che è chiamato ad un destino che si compie in un aldilà insieme misterioso e meraviglioso. Ha la garanzia che tutto ciò che non ha potuto rispondere alle sue aspirazioni nel corso del pellegrinaggio terrestre sarà infallibilmente raggiunto, con pienezza, nella comunità celeste. La speranza suscitata dall’opera di salvezza non può essere delusa: essa incoraggia a fare il possibile qui per migliorare lo stato della società umana, e dà la sicurezza che le inevitabili imperfezioni di questo mondo porteranno alla perfezione della città futura.

Nella sua bontà Cristo non ha lasciato la sua Chiesa senza le guide che le devono indicare la strada. “Gesù Cristo, pastore eterno, ha edificato la santa Chiesa e ha mandato gli apostoli come egli stesso era stato mandato dal Padre (Gv 20, 21), e ha voluto che i loro successori, cioè i vescovi, fossero fino alla fine dei tempi pastori nella sua Chiesa. Affinché lo stesso episcopato fosse uno e indiviso, prepose agli altri apostoli il beato Pietro e in lui stabilì il principio e il fondamento perpetuo e visibile dell’unità della fede e della comunione” (Lumen gentium, 18).

La saggezza del Cristo ha quindi voluto per la Chiesa una struttura ministeriale, con dei pastori che hanno l’incarico di dirigere il popolo di Dio verso il fine così alto che si sforza di raggiungere. Questi pastori sono completamente al servizio dei loro fratelli; essi si dedicano ad accrescere in tutti la vita cristiana. Per poter esercitare il loro compito hanno bisogno di essere accolti.

So che avete vissuto delle settimane difficili. Tra di voi ci sono alcuni i quali sono stati particolarmente coinvolti da agitazioni verificatesi in seguito alle recenti nomine dei vescovi, e si domandano: “Perché tutte queste tensioni?”.

Vorrei dirvi, con tutta sincerità, che per ogni nomina a capo di una diocesi, il Papa tenta di comprendere la vita di una Chiesa locale. Egli s’informa e chiede consiglio, come previsto dal diritto canonico e dalle abitudini ecclesiastiche. Voi comprenderete però che a volte le opinioni espresse sono divergenti. E alla fine è il Papa che deve prendere la decisione. Dovrebbe spiegare la sua decisione? La discrezione lo difende.

Credetemi, cari fratelli e sorelle, mi fa male sapere di queste sofferenze. Ma siate convinti che veramente io ho ascoltato, esaminato, pregato. E ho nominato colui che, davanti a Dio, ho giudicato il più adatto. Accettatelo nell’amore di Cristo, come rappresentante tra voi di colui che è il Buon Pastore della Chiesa.

5. E Cristo ha costituito la sua Chiesa come un popolo ben ordinato e libero. Voi siete un popolo che ama la sua libertà, come un supremo valore. Avete combattuto per 80 anni per la vostra libertà politica. Spesso, nel corso dei secoli, persone, perseguitate nella loro patria, hanno trovato una buona accoglienza presso di voi.

Ma voi avete anche l’esperienza del fatto che si può abusare della libertà. Quando essa è senza orientamento, quando ignora la legge inscritta nel cuore umano, quando non ascolta la voce della coscienza, la libertà si ritorce contro l’uomo e contro la società.

Nella vita ecclesiale, essa deve ugualmente svilupparsi rispettando l’autorità di coloro che sono stati chiamati dal Cristo per una missione pastorale. La cooperazione deve essere, in questo modo, “libera e ordinata”. L’esperienza mostra d’altronde che la libertà si dispiega al massimo quando si conforma alle regole della legge morale e quando accetta gli orientamenti dati da coloro che conducono, in quanto pastori, il popolo di Dio. La nostra fede ci insegna che noi troviamo la vera libertà in Cristo, lui che ha detto: “E la verità che vi farà liberi”, e anche: “Io sono la verità”. Si, il Cristo ci ha chiamati alla vera libertà. Solo lui ci può rendere interamente liberi. Perciò la Chiesa è così profondamente preoccupata di difendere e promuovere l’autentica libertà umana in tutto il mondo.

6. In questo momento siamo seduti accanto a Maria, dolce madre di Den Bosch. Nel corso dei secoli milioni di uomini hanno fatto una breve sosta durante il percorso della loro vita per sedersi accanto a lei; per esprimere accanto a lei i loro desideri, le loro preoccupazioni, i loro pensieri; per pregare e attingere, nella sua santità così attraente e nello stesso tempo così impregnata di semplicità evangelica, delle risorse nuove.

Nel Concilio Ecumenico Vaticano II, Maria è stata descritta come la credente esemplare, come un membro sovreminente e assolutamente unico della Chiesa, modello per essa sul piano della fede e della carità. Proprio perché la Vergine risponde all’invito rivelazione è diventata il segno della speranza e della fiducia. La sua vita è stata segnata dal più profondo dolore, dai tormenti, dalle incertezze. Ma lei non è caduta comunque sotto il loro peso. Ha continuato, in un modo imperturbabile, ad avere fede, pensando che ciò che le era stato detto da parte del Signore si sarebbe compiuto.

Per tutta la sua vita essa ripeterà, ricolma com’è dello Spirito Santo o perduta nelle tenebre più profonde: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio Spirito esulta in Dio mio Salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva” (Lc 1, 46-48).

“È l’immagine e la primizia della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell’età futura, così sulla terra brilla come un segno di sicura speranza e di consolazione per il popolo di Dio in marcia, fino a quando non verrà il giorno del Signore” (Lumen gentium, 68).

È tradizione, d’altronde, dire un’Ave Maria dopo un Padre nostro, come anche rivolgerci alla Madre del Signore e ripetere le parole di saluto dell’arcangelo Gabriele: “Ave Maria, piena di grazia” e domandare la sua intercessione, “adesso e nell’ora della nostra morte”.

Noi possiamo fare nostro, come pellegrini della vita, l’atteggiamento adottato da Maria e che consiste nel dire che la fede cristiana è radicata in una disponibilità pienamente fiduciosa verso Dio, che è la carità creatrice stessa. Maria è l’esempio più chiaro di questa disponibilità. Cerchiamo, come lei, di custodire la parola di Dio nei nostri cuori, e portare così molti frutti. Amen.

 

© Copyright 1985 - Libreria Editrice Vaticana

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