The Holy See
back up
Search
riga

VISITA PASTORALE NEI PAESI BASSI

CELEBRAZIONE EUCARISTICA PER GLI AMMALATI A BANNEUX

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Martedì, 21 maggio 1985

 

1. “Beati gli afflitti, perché saranno consolati” (Mt 5, 5). Queste parole sembrano riguardare particolarmente tutti coloro che sono qui riuniti. Esse ci sono state date nel cuore stesso delle otto beatitudini. La sofferenza, la malattia, la minorazione fisica vanno di pari passo con l’afflizione e la debolezza. E tuttavia, nello stesso tempo, Cristo indica perché l’afflizione e la debolezza possono essere considerate come un bene del regno di Dio che contribuisce alla salvezza, come una benedizione. Egli dice: “Beati”.

È una promessa. È una certezza. È nello spirito di questa beatitudine che saluto tutti coloro che partecipano a questa Eucaristia.

Innanzitutto voi, cari ammalati, vittime di infortuni, handicappati, persone anziane, venuti dalla regione e da più lontano, fiduciosi nell’intercessione di nostra Signora di Banneux.

Tutti voi, membri delle loro famiglie, amici che li avete accompagnati qui, come fate nella vita quotidiana. Anche voi, medici, infermieri e infermiere, membri del personale sanitario, che impegnate la vostra competenza e la vostra dedizione al servizio della loro guarigione o del loro sollievo.

Voi, sacerdoti, diaconi, religiosi e laici che assicurate l’assistenza spirituale degli ammalati.

E tutti voi, cristiani venuti con la famiglia o con le vostre parrocchie, le vostre associazioni da questa regione e dalle altre province del Belgio, e anche dalle zone di frontiera della Francia, della Germania, del Lussemburgo e dei Paesi Bassi. Il mio pensiero e la mia benedizione vanno anche a coloro che non sono potuti venire benché lo desiderassero, impediti dalla malattia, dall’età o dal lavoro.

2. Saluto di tutto cuore i fedeli della comunità di lingua tedesca del Belgio che sono venuti qui in gran numero con i loro pastori. Mi rallegro di sapere che lo spirito di fede è molto vivo nella vostra regione. La santa liturgia del giorno del Signore viene celebrata con gioia nelle vostre chiese con una grande partecipazione di popolo. Nelle vostre parrocchie e nelle vostre organizzazioni lo Spirito comunitario è molto sviluppato, soprattutto nei giovani. La vostra comunità è ricca di vocazioni sacerdotali e religiose. Restate fedeli alla vostra fede e siatene i testimoni ovunque viviate!

Oggi, siamo tutti ospiti della Madre di Dio, nostra Signora di Banneux. Sono più di cinquant’anni che non solo gli ammalati, ma l’immenso popolo dei poveri d’oggi - ci sono tanti modi d’essere poveri! - si sentono a casa propria a Banneux. Vengono a cercare qui conforto, coraggio, speranza, l’unione con Dio nella loro prova. Vengono a lodare e a invocare qui la Vergine Maria, sotto l’appellativo particolare e bellissimo di nostra Signora dei poveri. Sono a ragione convinti che una tale devozione corrisponda al Vangelo e alla fede della Chiesa: se Cristo ha definito la sua missione come l’annuncio della buona novella ai poveri, come potrebbe sua Madre non essere accogliente verso i poveri? Sapete che già molti hanno beneficiato della sua attenzione materna in questo luogo, intorno a questo santuario che le è dedicato, sotto l’autorità del vescovo del luogo. Incoraggio i pellegrini che vengono qui a pregare colei che, sempre e dappertutto nella Chiesa, riflette il volto della misericordia di Dio.

In quest’ultimo giorno del mio pellegrinaggio nella vostra patria, la Madre santissima che noi tutti veneriamo come “salute degli infermi” m’ha invitato, contemporaneamente a voi, cari fratelli e sorelle, a questo santuario. Essa ci invita qui, così come invita i pellegrini, nel corso dei mesi e degli anni, agli altri santuari mariani, così numerosi in tutte le regioni di questo Paese. Consapevoli che essa stende su di noi il suo sguardo materno, desideriamo rigenerarci spiritualmente riscoprendo il senso della verità messianica contenuta nelle beatitudini di Cristo: “Beati i perseguitati . . . Beati gli afflitti, perché saranno consolati” (Mt 5, 10. 4).

È con gioia che incontro qui, a Banneux, la gente che viaggia, gli zingari e i girovaghi. Voi vivete, cari fratelli e sorelle, in modo particolare la vocazione che è stata quella del popolo ebraico alle sue origini, e che rimane, in senso spirituale, quella della Chiesa: essere un popolo in cammino verso la terra promessa e verso il Signore, senza avere una dimora definitiva quaggiù (cf. Eb 11, 8-17). Voi avete un grande amore per Maria, Madre di tutti i cristiani e Madre di tutti i viaggiatori. Vi incoraggio a vivere i vostri specifici valori, tra gli altri il vostro grande rispetto per le persone anziane e l’amore così commovente per i vostri bambini, che benedico di tutto cuore.

3. La sofferenza è un grande mistero nel disegno di Dio. Ne avevo ben coscienza quando indirizzavo, nell’anno della redenzione, a tutti coloro che soffrono la lettera apostolica Salvifici doloris. La sofferenza è un grande mistero del destino umano. Essere ammalato o colpito in qualche modo nel corpo è un’esperienza che difficilmente immaginano coloro che non l’hanno mai vissuta: il nostro corpo è ferito, ma allo stesso modo lo sono lo Spirito il cuore, la vita familiare e sociale. Ed è interpellata la nostra vita spirituale perché la sofferenza è anche, veramente, un mistero dinanzi a Dio. In realtà, l’uomo afflitto dalla sofferenza pone spesso a Dio stesso la domanda: perché? perché a me? perché in generale, la sofferenza su questa terra?

Non mancano nemmeno coloro che, in una tale situazione, sono tentati d’accusare Dio, di dubitare, di allontanarsi da lui. Quanto sembra difficile, infatti, riconciliare il male, quale esso sia, con questo bene infinito che Dio non cessa di essere, lui che chiamiamo Padre, secondo l’insegnamento stesso di Gesù Cristo. Tale è la testimonianza filiale ch’egli ci ha dato di lui, fino alla fine. Fino alle parole pronunciate sulla croce, l’angosciata invocazione: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27, 46); e anche il dono totale: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23, 46).

Cari amici, Dio Padre sente e accoglie i nostri perché, come ha ascoltato il lamento di Giobbe, come ha accolto il grido d’angoscia e il “perché” di Gesù in croce col suo fiducioso abbandono. La sua risposta non è quella che ci aspetteremmo; non è nemmeno la spiegazione che gli uomini hanno dato spesso alla sofferenza, quando vi vedevano un castigo per le loro colpe, oppure quando, al di fuori della ribellione, non potevano che rassegnarsi con fatalismo. Dinanzi a questo mistero della sofferenza, le parole del profeta Isaia acquistano particolare eloquenza: “Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie, oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri” (Is 55, 8-9). Queste parole si possono certamente applicare alla vita della sofferenza.

4. Quel Dio che così parla di se stesso per bocca d’Isaia e che lascia aleggiare il mistero sulla sofferenza, è nello stesso tempo il Dio dell’alleanza che ci invita: “Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e voi vivrete” (Is 55, 3). Ed è per questo che lo stesso profeta insiste: “Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo mentre è vicino” (Is 55, 6). E non è appunto attraverso la sofferenza ch’egli diventa vicino? Non è forse in modo speciale in quel momento che si fa trovare?

In che modo? La risposta è Gesù Cristo a darcela. Nessuno è penetrato quanto lui nel mistero della sofferenza umana, e nessuno ha rivelato quanto lui la potenza salvifica che la sofferenza racchiude in sé, e tutta la potenza del bene che in essa si radica. Egli ha preso su di sé questa sofferenza. “L’umana sofferenza ha raggiunto il suo culmine nella passione di Cristo. E contemporaneamente essa è entrata in una dimensione completamente nuova e in un nuovo ordine: è stata legata all’amore . . . all’amore che crea il bene ricavandolo anche dal male, ricavandolo per mezzo della sofferenza, così come il bene supremo della redenzione del mondo è stato tratto dalla croce di Cristo, e costantemente prende da essa il suo avvio. La croce di Cristo è diventata una sorgente dalla quale sgorgano fiumi d’acqua viva . . . Nella croce di Cristo non solo si è compiuta la redenzione mediante la sofferenza, ma anche la stessa sofferenza umana è stata redenta . . . Il Redentore ha sofferto al posto dell’uomo e per l’uomo. Ogni uomo ha una sua partecipazione alla redenzione. Ognuno è anche chiamato a partecipare a quella sofferenza, mediante la quale si è compiuta la redenzione” (Giovanni Paolo II, Salvifici doloris, 18. 19).

5. In questo modo ci troviamo, di nuovo, nel cuore delle otto beatitudini: “Beati i perseguitati . . . Beati gli afflitti, perché saranno consolati”.

In se stessa, la sofferenza è un male. E Gesù, nel corso della sua vita terrena “si è avvicinato incessantemente al mondo dell’umana sofferenza . . . Egli guariva gli ammalati, consolava gli afflitti, nutriva gli affamati, liberava gli uomini dalla sordità, dalla cecità, dalla lebbra, dal demonio e da diverse minorazioni fisiche . . . Era sensibile a ogni umana sofferenza, sia a quella del corpo che a quella dell’anima” (Giovanni Paolo II, Salvifici doloris, 16). Rivelava così che Dio sostiene la nostra lotta contro la malattia.

Ma, allo stesso tempo, con le sue beatitudini, e soprattutto con la sua stessa passione, rivelava che il male della sofferenza nasconde un bene: il bene della redenzione che riscatta dal male più profondo, cioè dal peccato, dalla lontananza da Dio; il bene della salvezza, della vita stessa di Dio. E così, nell’afflizione e nella debolezza sono celate la consolazione e la benedizione. Questo linguaggio è senza dubbio difficile, forse anche sorprendente, per coloro che non accolgono nella fede il messaggio e la testimonianza della vita di Gesù. Ma Gesù Cristo parla proprio di “beatitudine” nella sofferenza.

Inoltre, egli ha il potere di condurre a questa beatitudine tutti coloro che si lasciano guidare dal suo Spirito. Tutti coloro che cooperano alla grazia della redenzione attraverso la sofferenza. Tutti costoro possono allora - unendosi alla Madre di Cristo ai piedi della croce (Ivi, 25) - ripetere le parole del salmo proclamate in questa liturgia: “Ecco, Dio è la mia salvezza; / io confiderò, non avrò mai timore, / perché la mia forza e il mio canto è il Signore; / egli è stato la mia salvezza . . . / Lodate il Signore, invocate il suo nome” (Is 12, 2. 4).

6. Ecco la meditazione e la preghiera che ispirano a tutti noi questa liturgia e il mistero della sofferenza.

E ora, mi rivolgo più in particolare a voi, cari fratelli e sorelle, ammalati e handicappati, che siete chiamati a cooperare alla redenzione attraverso la sofferenza nel senso che abbiamo appena detto. Tutti noi qui rispettiamo la vostra sofferenza fisica, forse la vostra angoscia morale, i vostri perché, il mistero del vostro cammino spirituale nella prova. È normale, è legittimo che facciate, con l’aiuto di chi vi circonda, tutto ciò che è in vostro potere, in potere della scienza e della tecnica mediche, per cercare di guarire, per vincere gli ostacoli e le limitazioni dai quali è colpito il vostro corpo. Allo stesso tempo, vi invito a confidare la vostra angoscia a Dio Padre, a Cristo, attraverso Maria; a domandargli, più che la rassegnazione, e ancor più che il coraggio della lotta, la grazia dell’amore e della speranza. Guardate con fede la croce di Cristo: strumento d’immensa sofferenza, essa è soprattutto il segno di un immenso amore, e la porta aperta sulla risurrezione, che è la risposta definitiva del Dio d’amore al suo Figlio prediletto.

Possiate offrire con Cristo questo handicap, entrare nella redenzione, per la vostra salvezza, per il progresso di tutta la Chiesa, per le grazie di conversione di cui il nostro mondo ha bisogno! Cristo è già qui, vicinissimo a voi, quando lo pregate così; il segno efficace vi è dato nei sacramenti: nella santa comunione e nell’unzione degli infermi che vi fa vivere con lui il tempo della prova. Rimanete fedeli alla preghiera. Cercate di restare aperti agli altri, senza ripiegarvi su voi stessi. Gli altri hanno molto da ricevere dalla vostra esperienza di ammalati credenti. Spesso, la prova vi ha fatto acquisire uno sguardo sull’esistenza, sui valori veri, un nuovo grado di pazienza, di coraggio, di solidarietà, una certa serenità dinanzi alla prospettiva della morte, in contrasto con l’angoscia di coloro che vi circondano, una misteriosa unione con Dio. Di tutto questo, voi potete testimoniare, rendendo manifesta la promessa di Gesù: “Beati gli afflitti, perché saranno consolati”. Anche nel silenzio della preghiera, inchiodati al letto, voi siete in comunione col mondo intero, per partecipare alla redenzione: la vostra preghiera e la vostra offerta contribuiscono a elevare il mondo.

7. Ai medici, agli infermieri e alle infermiere, e a tutto il personale sanitario, nelle cliniche e negli ospedali, alle associazioni per le cure a domicilio e di assistenza, a tutti coloro che in questo momento si impegnano a guarire o confortare gli ammalati - e anche a coloro che si preparano a farlo - esprimo la mia stima e il mio caloroso incoraggiamento. Il vostro lavoro è talvolta spossante, merita comprensione e gratitudine. La vostra professione è tra le più nobili: aiutare l’uomo a ritrovare la salute, a vivere, a superare la propria prova con dignità, è certamente il servizio che l’umanità aspetta e che corrisponde al disegno di Dio.

Coloro tra di voi che condividono la nostra fede cristiana troveranno particolare stimolo nell’esempio di Cristo che ha trascorso parte dei suoi giorni in mezzo ai malati, che voleva incontrarli personalmente. Voi siete i buoni samaritani di cui parla Gesù, ogniqualvolta vi soffermate dinanzi alla sofferenza di un altro uomo, gli portate efficace soccorso (cf. Lc 10, 33-34; Giovanni Paolo II, Salvifici doloris, 28-30).

Dovrete sempre avere la preoccupazione di non ridurre l’ammalato a un oggetto di cure, ma di farne il primo alleato in una lotta, che è la sua lotta, di considerare prioritaria la sua persona; e vi incoraggio a trovare una risposta esigente e conforme al rispetto e alla dignità della sua vita, di fronte ai gravi problemi che si pongono alla vostra professione, in particolare al capezzale degli ammalati gravi.

8. E voi, cari congiunti e amici dei malati, voi siete come coloro che conducevano i malati da Gesù. Voi soffrite con loro della loro malattia, della loro infermità, della loro menomazione fisica; ancor più forse quando si tratta di una menomazione mentale, irreversibile.

Prego il Signore di aiutarvi in questa assistenza generosa e delicata, nella quale impegnate tutte le risorse del vostro amore. Questa assistenza può arrivare sino a condividere la preghiera dell’ammalato e a cercare per lui le altre persone che gli diano il necessario sostegno spirituale, sacerdote, diacono, religiosa, laico amico o incaricato del servizio pastorale degli ammalati.

Questo servizio degli ammalati è infatti una delle priorità che s’impongono alle vostre comunità cristiane. Numerose istituzioni danno in questo campo un meraviglioso contributo. I gruppi di coloro che vanno a visitare gli ammalati hanno qui un compito fondamentale. Ma più in generale gli ammalati devono essere presenti nella vita delle parrocchie. Facciamo tutto il possibile affinché, a modo loro e secondo le loro possibilità, essi prendano parte alla preghiera della comunità e alle sue iniziative. Non ignoriamo l’energia umana e spirituale della quale spesso sono dotati gli ammalati. Insieme a loro, cooperiamo alla grazia della sofferenza.

9. Torniamo ancora, per terminare, alle parole della liturgia. Dice Isaia: “Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare . . . così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” (Is 55, 10-11). Orbene, il profeta Isaia è colui che, in modo particolare, ha preparato il mondo al mistero del Messia, il Verbo che si è fatto carne. Ha reso in anticipo familiare il suo volto.

Ha ugualmente preparato il mondo al mistero di Maria: è in lei che il Verbo eterno si è fatto carne, “benedetto è il frutto del seno tuo”! Nel momento in cui la mia visita pastorale si avvicina al termine, non solo in Belgio, ma anche nei Paesi Bassi e Lussemburgo, desidero affidare i suoi frutti a te, Madre del Verbo eterno. Nello stesso tempo desidero affidarlo a voi, fratelli e sorelle, a tutti voi che conoscete la pena della sofferenza, ma provate anche la grazia della sofferenza.

Accogliete il Verbo che si è fatto carne nel seno di Maria. Mediante il vostro sacrificio e con la preghiera, aiutate il servizio della parola di Dio, aiutate il servizio del Vangelo: che la parola di Dio di cui siamo servitori non ritorni senza effetto! Che porti frutto! Sì, che porti molto frutto! Amen!

 

© Copyright 1985 - Libreria Editrice Vaticana

                                      

top