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SANTA MESSA PER LA COMUNITÀ PARROCCHIALE DI CASTEL GANDOLFO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Castel Gandolfo - Domenica, 1° settembre 1985

 

1. “Chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per me la salverà” (Lc 9, 24).

La presentazione del martirio di San Sebastiano, fatta da Sant’Ambrogio in un commento al Salmo 118, ci permette di raccogliere la testimonianza di questo martire come una concreta illustrazione della frase evangelica che abbiamo ora sentita.

Sebastiano - secondo le parole di Ambrogio - cercò il martirio, e volle perdere la propria vita terrena per salvare la sua vita nell’eternità.

È detto, dunque, che essendo forse cessata o non ancora giunta la persecuzione nella sua città natale, oppure mitigata e intiepidita la lotta per la fede, egli volle venire a Roma, dove proprio per il fervore della fede le crudeltà infierivano; e qui ottenne la corona del martirio. Giunse qui come ospite, ma ivi poté stabilire il domicilio dell’immortalità eterna (cf. PL XV, 1497 s.). Le parole del Signore ci invitano a considerare una verità per noi misteriosa e difficile; essa tuttavia appartiene al sublime disegno di Dio che trova adempimento nella storia dell’umanità e della Chiesa: “È necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio” (At 14, 22). Siamo in un mondo che per tanti motivi ci è avverso e per le difficoltà morali che lo guidano ci è nemico, come è nemico di Dio. Eppure proprio questa condizione di tribolazione, quasi per un imperscrutabile mistero della provvidenza divina, suscita nelle anime, come nella Chiesa, una più chiara e fervida collaborazione nel disegno di salvezza. Là dove la Chiesa è tentata, sottoposta a persecuzioni, raggirata dall’astuzia dei suoi nemici, ivi la forza della fede si rivela, diviene più intensa, più chiara; si fa più vicina al mistero del Crocifisso la testimonianza dei veri discepoli di Cristo, di coloro che, come Sebastiano, vogliono seguirlo donando la propria vita, come Cristo sulla croce: “Chi perderà la propria vita per me, la salverà”.

2. Ma “chi si vergognerà di me e delle mie parole, di lui si vergognerà il Figlio dell’uomo quando verrà nella gloria sua” (Lc 9, 26).

Notate la pressante esortazione del Signore ad essere testimoni coraggiosi della fede in tutta la nostra vita. Perché c’è una prova, una “persecuzione”, un’insidia alla nostra vita di credenti, che è intima a noi ed è di ogni tempo; essa è costituita dalle quotidiane provocazioni della tentazione e del dubbio. Ci sono persecutori - afferma ancora Ambrogio, mettendo a confronto la prova del martirio di Sebastiano con la quotidiana lotta per la fede - che senza il terrore della spada spesso dilaniano la mente e riescono ad espugnare le anime dei fedeli più con gli allettamenti che con le paure. “Tieni conto, afferma, di quanto grave sia questa lotta che si svolge all’interno dell’uomo, nel suo intimo” (PL XV, 1497 s.). Noi avvertiamo che esistono pressioni e obiezioni che mettono in difficoltà il nostro credere. Ma sono questi i momenti in cui, a motivo della prova, il Signore vuole confermarci di più nella testimonianza della fede.

3. “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9, 3).

Noi dobbiamo raccogliere in questa frase la motivazione cristologica della prova. Le parole di Gesù, che ci invitano a prendere ogni giorno la croce, sono rivolte a tutti e costituiscono un messaggio fondamentale del Vangelo. Sono parole che Gesù dice non solo alla folla che lo ascolta, ma ai cristiani di ogni tempo. È proprio quell’espressione “ogni giorno” che ci obbliga a considerare l’estensione universale dell’invito del Signore: la croce, un impegno sempre vivo, un’ascesi costante, un modello tracciato dalla strada di Cristo.

Ogni anima, come la Chiesa, si identifica con il suo Signore, e perciò ha da Dio il dono di una vocazione singolare, che consiste fondamentalmente nella disponibilità a ripercorrere con Gesù il cammino del dono di sé fino alla perfetta consumazione in Dio Padre. Ciò può comportare, rispetto al mondo, un passaggio obbligato verso l’incomprensione che umilia e rattrista. Ma il cristiano sa che l’annuncio legato alla croce contiene un messaggio di vita nuova, il segno di una voce divina che chiama il mondo a conversione e orienta la mente dell’uomo, di ogni uomo, verso la comprensione dei doni immensi di Dio. Prendere la croce e seguire Gesù potrà spesso significare proprio questo: prendere sulle proprie spalle il rifiuto del mondo, l’insuccesso terreno, la dura esperienza della fatica di superare con pazienza ogni avversità che contrasta con il disegno di Dio.

Sebastiano, martire, divenne testimone di una disponibilità totale a seguire Cristo, al punto di perdere l’esistenza terrena, convinto che il suo sacrificio, come quello di Gesù, sarebbe stato una vittoria della vita sulla morte; “Chi perderà la propria vita per me la salverà”.

4. Con pensieri conformi a questi ci incoraggia e ci conforta l’apostolo Pietro: “E se anche dovete soffrire per la giustizia, beati voi” (1 Pt 3, 14). Noi sentiamo in queste parole l’eco delle beatitudini proclamate dal Signore sul monte e da Pietro oggi riassunte con forza e chiarezza.

“È meglio, infatti, se così Dio vuole, soffrire operando il bene piuttosto che fare il male” (1 Pt 3, 17). Patire il male è meglio che farlo, perché soffrire è testimoniare il valore e il dono della passione di Gesù Cristo. Nella povertà e nella debolezza del dolore il cristiano si accorge che continua in lui il mistero dell’amore misericordioso di Dio che si avvicina proprio agli uomini, poiché è proprio nel servo sofferente Gesù che egli ha cancellato, nella morte del Figlio suo, tutta l’iniquità e l’ingiustizia dei peccati del mondo, mentre, risuscitando il Cristo, ha liberato l’uomo dalla tristezza della colpa e dalla disperazione della morte. Accettare la croce, quindi, è vivere un annuncio che già raccoglie la prospettiva della gloria di Dio. Una gloria velata e nascosta al mondo senza fede, ma che per il credente, in forza della speranza, si trasforma in beatitudine quando ci si affida alla parola del Vangelo.

5. “Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1 Pt 3, 15).

“Pronti”, perché anche il cristiano, che vive in mezzo al mondo, ha bisogno di essere vigile, prudente, attento nella preghiera, libero da illusioni, da sogni senza senso, capace di tenersi lontano da qualsiasi allettamento delle illusioni e delle piccolezze terrene.

“Rispondere della speranza che è in voi”. Il cristiano in qualche modo è sottratto al mondo perché ha un’altra speranza; la speranza che Dio ha aperto nel cuore di ogni credente con la vocazione cristiana alla fede; perché i cristiani credono che Cristo è la loro vita, ora e in futuro. Non però stranieri nel mondo; anzi, preoccupati e solleciti del destino dell’uomo, con impegno e solerzia.

Queste sono, carissimi fratelli e sorelle, alcune considerazioni basate sulla parola di Dio dell’odierna liturgia, della domenica in cui la vostra parrocchia in Castel Gandolfo celebra la solennità di Sebastiano martire romano, vostro patrono. Sono molto importanti questi pensieri, queste luci che ci porta la liturgia della parola di oggi.

Toccavano il cuore stesso del martire San Sebastiano, tanti secoli fa, e toccano nello stesso tempo il cuore dei cristiani odierni, di noi tutti, della nostra comunità. Celebrare la festa di un patrono, di un martire, di un Sebastiano, vuol dire aprire il cuore a quel messaggio che è incluso nella sua vita, nella sua morte, nella sua fede, nella sua speranza, nella sua carità, che si consuma finalmente per il Signore nel martirio. Accettare quel messaggio, portarlo fino al cuore, al cuore proprio di ciascuno, al cuore della comunità. E questo è anche il mio desiderio e il mio augurio per la vostra comunità, per voi tutti, presenti nella chiesa di Castel Gandolfo, e per tutti quelli che compongono questa comunità parrocchiale di Castel Gandolfo. Questo è il mio desiderio, questo è il mio augurio, questa è la mia preghiera, oggi, per voi e con voi, carissimi fratelli e sorelle.

Vi auguro questa fecondità spirituale, che ci hanno lasciato i seguaci di Gesù Cristo, i suoi apostoli, i suoi martiri. Questa fecondità, che non deve venir mai meno nella vita di ciascuno di noi, nella vita delle nostre comunità.

Ecco, salutiamo tutti con amore il vescovo di Albano, perché la parrocchia di Castel Gandolfo costituisce una parte della Chiesa di Albano, Chiesa antica, Chiesa celebre, e auguriamo lo stesso a tutta la comunità della Chiesa della diocesi di Albano, che a me specialmente è così cara, perché ogni anno così accogliente, come pure alla parrocchia di Castel Gandolfo così accogliente per il successore di Pietro.

Sia questo il conforto e l’appello che ci viene da questa festa, che invita gioiosamente noi a seguire, come Sebastiano, il Cristo crocifisso, noi, popolo in cammino che segue il suo Signore, confortato da un’indicibile speranza. Amen.

 

© Copyright 1985 - Libreria Editrice Vaticana

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