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CONCELEBRAZIONE CONCLUSIVA DEL GIUBILEO CIRILLO-METODIANO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Basilica Vaticana - Domenica, 13 ottobre 1985

 

1. “Io ti ho posto come luce per le genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra” (At 13, 47).

La coscienza apostolica, la coscienza missionaria deriva dalla divina vocazione, deriva da quanto Dio pone nell’uomo, per l’uomo.

Ne sono testimonianza - come abbiamo ascoltato nella prima lettura della Messa odierna - Paolo e Barnaba nel periodo di cui parlano gli Atti degli apostoli.

Ne sono testimonianza i fratelli di Tessalonica Cirillo e Metodio, nel periodo del IX secolo dopo Cristo.

Vi ho posti come luce, perché portiate la salvezza (cf. At 13, 47).

Questa particolare vocazione divina, che costituisce alcuni come apostoli, si svolge sempre e ovunque sotto lo sguardo di una presenza, quella del Buon Pastore, il quale dice: “E ho altre pecore . . . anche queste io devo condurre” (Gv 10, 16).

La figura del Buon Pastore aleggia sulla liturgia dell’odierna festività, così come nel IX secolo aleggiava sulla missione dei due fratelli.

2. Oggi siamo qui riuniti presso la tomba di San Pietro, per innestarci nel ritmo dell’anno “cirillo-metodiano”, che ha suscitato in tutta la Chiesa echi di gioiosa e intensa partecipazione. Ne ho voluto come inaugurare a Roma la celebrazione, recandomi il 14 febbraio scorso nella basilica di San Clemente, ove riposano le spoglie mortali di San Cirillo e ho altresì desiderato sottolineare il significato che la figura e l’opera dei due santi fratelli rivestono per l’intera comunità ecclesiale pubblicando una speciale Lettera enciclica, la Slavorum Apostoli. Nel mese di luglio il mio cardinale segretario di Stato si è recato a Djakovo in Jugoslavia e a Velehrad in Cecoslovacchia, perché mi rappresentasse alle celebrazioni che colà si tennero con grande e fervorosa partecipazione di fedeli.

In molte Chiese locali questo centenario è stato ricordato dai vari episcopati con opportune iniziative a testimonianza della devozione che il popolo cristiano riserva in ogni parte del mondo ai due santi fratelli.

Sono passati 1100 anni dalla morte del maggiore dei fratelli, Metodio, avvenuta a Velehrad in Moravia. Il secondogenito, Cirillo, è stato chiamato prima alla “casa del Padre” e ciò ebbe luogo durante il soggiorno di ambedue i fratelli a Roma. E benché la morte li abbia separati già nell’anno 869, tuttavia continua a durare la loro comune opera, alla quale si sono insieme dedicati; l’opera della proclamazione del Vangelo tra i popoli slavi; da quelli geograficamente a noi più vicini, come i croati e i serbi e gli altri popoli slavi della penisola balcanica, fino alle popolazioni slave che abitano le estreme regioni orientali del continente: e anche tra altri popoli che vissero in quei tempi in Europa.

3. L’inizio di quest’opera ci conduce alla città ben nota dalle lettere di Paolo: a Salonicco, il cui nome antico è Tessalonica. E ci conduce anche a Costantinopoli, capitale dell’impero e sede patriarcale. Proprio là ambedue i fratelli hanno sentito la chiamata: “Attingi forza nella grazia . . . e le cose che hai udito trasmettile” (2 Tm 2, 1-2). E più ancora: “Prendi anche tu la tua parte di sofferenze, come un buon soldato di Cristo” (2 Tm 2, 3). Questa chiamata è contenuta nella seconda Lettera di San Paolo a Timoteo.

Quando giunse la delegazione di Ratislav, principe della Grande Moravia, ambedue i fratelli intesero fino in fondo la loro vocazione: bisognava che la parola di Dio si diffondesse per tutta quella regione (cf. At 13, 49).

4. Tutti e due erano da molto tempo amanti di questa parola. Avevano conosciuto il suo mistero e la sua potenza. Sapevano che essa è “luce per le genti”. Sapevano che essa, la parola di Dio, non può essere incatenata (cf. 2 Tm 2, 9).

All’inizio della nuova missione essi si resero conto della necessità di “svincolare” il dinamismo salvifico di questa parola, perché potesse con energia espandersi nella mente e nel cuore dei popoli slavi.

Ai santi Cirillo e Metodio la Chiesa deve l’opera dello “slegare” la parola del Vangelo, proprio per il bene di questi popoli. Questo comportò un intenso lavoro sulla lingua, che approdò alle prime traduzioni della Sacra Scrittura in lingua paleoslava, E da allora in poi le labbra dei nostri avi, nella parte slava dell’Europa, appresero a pronunciare la parola del Vangelo, parola che porta in sé la salvezza.

5. Un grande lavoro avente per oggetto la lingua tocca, ad un tempo, le radici stesse della cultura. I popoli, che al lavoro dei due fratelli di Tessalonica debbono gli inizi della loro identità culturale, se ne rendono ben conto.

Nel corso dell’odierna festività, ci sentiamo particolarmente legati con questi popoli, con queste nazioni.

“Inculturazione” ha significato sempre e significa l’ingresso del Vangelo in una cultura e nel contempo della cultura nel Vangelo. Particolarmente mediante la lingua.

6. L’opera missionaria dei santi Cirillo e Metodio svela un particolare capitolo nella storia della missione di Cristo nella Chiesa. Le parole del Buon Pastore: “E ho altre pecore . . . anche queste io devo condurre” (Gv 10, 16) hanno fruttificato nel secolo IX mediante il servizio dei due fratelli.

Oggi noi qui riuniti ci rendiamo nuovamente conto, dopo undici secoli, dell’alto significato della loro opera. In questo XX secolo - nel quale l’Europa si presenta come un continente diviso fra la sua parte orientale e quella occidentale - in questo XX secolo la consapevolezza della sua unità sorgiva nella parola del Vangelo, acquista per noi, oggi, un’importanza fondamentale.

Lo sguardo di Cristo presente, la sua sollecitudine di Buon Pastore penetrano le frontiere di ogni divisione. “Il Buon Pastore offre la vita per le pecore” (Gv 10, 11). E anche le pecore offrono la loro vita. Il Buon Pastore vede venire il lupo, e non fugge. Rimane con le pecore. In questo modo conosce le sue pecore e le pecore lo conoscono (cf. Gv 10, 14).

7. In questa prova del tempo - per la quale l’opera del Vangelo attraversa tutto il continente europeo in Occidente e in Oriente - i santi Cirillo e Metodio sono per noi tutti non soltanto un ricordo, ma anche una sfida. Noi non soltanto ci richiamiamo alla loro missione, ma anche ci affidiamo alla loro intercessione.

Dopo undici secoli, essi sembrano dire a noi contemporanei: “Prendete anche voi la vostra parte di sofferenze del Vangelo”, delle quali abbonda il secolo presente. L’Europa non ha forse bisogno di una nuova evangelizzazione? Cristo non ripete, forse, sempre di nuovo, anche per questo continente, le parole: “E ho altre pecore che non sono di questo ovile; anche queste io devo condurre”?

8. Ci rivolgiamo ai due fratelli come a patrocinatori dell’unità. Sappiamo che al tempo in cui si svolse la loro missione la cristianità non aveva subìto una divisione: Roma e Costantinopoli non erano separate. Vi erano differenze, ma non c’era divisione. Tra le due parti della Chiesa - fra le due grandi tradizioni di cristianesimo, nelle quali in modo meravigliosamente diverso e complementare si è storicamente incarnata l’unica fede - tra la parte orientale e quella occidentale dell’unica Chiesa vi erano certo tensioni, incomprensioni, ma non ancora divisione.

Gli apostoli degli slavi hanno proclamato il Vangelo nel nome della Chiesa non divisa.

Poi venne la divisione.

Oggi viviamo con una nuova speranza dell’unione. Preghiamo e lavoriamo in favore dell’unità dei cristiani. E perciò ambedue i santi fratelli hanno per noi una tale eloquenza.

Da una profondità di undici secoli ci giunge, più luminosa che mai, la loro testimonianza dell’unità cristiana: e in essi si specchia, oggi, la nostra speranza di giungere alla meta. Cristo desidera l’unità dell’Oriente e dell’Occidente.

9. La concelebrazione odierna è resa particolarmente solenne dalla partecipazione di numerosi fratelli nell’episcopato e anche di numerosi sacerdoti. Sono largamente rappresentate le Chiese dell’Europa occidentale; meno nutrita invece, purtroppo, è la rappresentanza di quelle dell’Europa orientale. Li saluto tutti con grande intensità di sentimento.

Alla celebrazione di oggi sono presenti, per pregare con noi, anche distinti rappresentanti di altre Chiese e comunità cristiane d’Oriente e d’Occidente, non ancora pienamente unite con la Chiesa cattolica.

Li saluto con affetto nel Signore, con profonda stima e con sentimenti di sincera gratitudine.

Questa molteplice presenza testimonia la comune venerazione verso due grandi missionari che hanno divulgato il Vangelo di Cristo con amore, con perseveranza, con intelligenza, nello spirito di unità e di universalità della Chiesa. Oggi i santi Cirillo e Metodio gioiranno nell’alto dei cieli e intercederanno per tutti noi. La loro opera compiuta nel periodo in cui Oriente e Occidente, nonostante le incipienti tensioni vivevano nella piena unità della fede, stimola i cristiani di oggi a ricomporre la piena unità, in piena obbedienza alla volontà del Signore e per un’evangelizzazione concorde nel nostro tempo. Il comune Signore ha pregato per i suoi discepoli di ogni tempo “che siano una cosa sola affinché il mondo creda” (Gv 17, 21).

10. Cristo Buon Pastore dice: “Diventeranno un solo gregge” (Gv 10, 16). Venti anni dopo il Concilio Vaticano II, dopo la costituzione Lumen gentium la Chiesa prega, per intercessione dei santi Cirillo e Metodio, apostoli slavi, affinché lui stesso, il Buon Pastore, il Signore della storia, ci mostri, mediante lo Spirito di verità, le vie per le quali dobbiamo camminare, perché si possa compiere la sua parola: “Un solo gregge”.

Che questa parola si faccia carne, così come si fece carne, nel seno della Vergine, lui stesso; lui che è Verbo del Padre, “generato prima di ogni creatura” (Col 1, 15), “luce per illuminare le genti” (Lc 2, 32).

Lui: il Buon Pastore.

“Bonus pastor, unus pastor”. Amen.

 

© Copyright 1985 - Libreria Editrice Vaticana

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