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VISITA PASTORALE IN SARDEGNA

SOLENNE CONCELEBRAZIONE NELLO STADIO TORRES DI SASSARI

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Sabato, 19 ottobre 1985

 

1. “Gesù Cristo è venuto per servire e dare la sua vita per la salvezza di molti” (cf. Mc 10, 45).

La Chiesa pronunzia oggi queste parole nel canto al Vangelo della liturgia di questa messa prefestiva, aggiungendo: “alleluia”.

Queste parole sintetizzano la verità su Gesù Cristo, Figlio dell’uomo; sul servo di Jahvè; sul redentore del mondo.

Queste parole svelano il profilo pasquale del Vangelo in cui si svolge l’intera vita della comunità dei credenti. In particolare il giorno del Signore, vale a dire la domenica, serve ad accentuare questo profilo. Nelle ore della sera del sabato celebriamo già la liturgia del giorno del Signore.

Il salmo responsoriale manifesta i nostri pensieri e sentimenti, quando proclama:

L’anima nostra attende il Signore, / egli è nostro aiuto e nostro scudo . . . / Signore, sia su di noi la tua grazia, / perché in te speriamo” (Sal 33, 20. 22).

2. Nella comunione di questa speranza che abbiamo in Cristo, saluto la Chiesa di Dio che è in Sassari: la Chiesa metropolitana e tutte le Chiese suffraganee, unite ad essa e qui rappresentate dai rispettivi vescovi e da numerosi fedeli. Saluto con speciale pensiero l’arcivescovo, monsignor Salvatore Isgrò.

Saluto voi, sacerdoti di Sassari, Ampurias e Tempio, Bosa, Alghero e Ozieri, i quali, configurati a Cristo per mezzo della sacra ordinazione, avete il compito di viverne il mistero di morte e risurrezione, per iniziare ad esso il popolo che vi è stato affidato (cf. Optatam totius, 8), affinché viva un’intensa comunione missionaria.

Saluto con affetto tutti e ognuno di voi, giovani e anziani, augurando che in tutti sia presente Gesù, come è presente in questo sacrificio della messa, nel quale egli, nostro agnello pasquale immolato per l’uomo (cf. 1 Cor 5, 7), rinnova l’opera della redenzione e produce l’unità di tutti i credenti, chiamati ad osservare il comandamento della carità con generoso impegno.

Saluto con deferente pensiero le autorità civili, auspicando che i loro sforzi a favore del bene comune consentano di raggiungere le mete a cui questa popolazione aspira.

Tutti insieme professiamo il mistero pasquale di Gesù Cristo, che è la sorgente della vita della Chiesa.

3. Verso questo mistero lo Spirito Santo dirigeva lo sguardo del popolo di Dio nel periodo dell’antica alleanza. Ne sono testimonianza - forse nel modo più spiccato - le parole del profeta Isaia, che abbiamo ascoltato nella prima lettura della messa.

Sono parole che ai tempi di Isaia potevano essere difficilmente comprese. Dopo gli avvenimenti del venerdì santo e della mattina di Pasqua sono diventate chiare e comprensibili.

Ecco, il profeta parla dell’uomo dei dolori disprezzato e reietto dagli uomini, che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia (cf. Is 53, 3).

Infatti, al Signore è piaciuto provare con atroci dolori il suo servo (cf. Is 53, 10), il suo Figlio.

In questo spogliamento - prosegue Isaia - “offrirà se stesso in espiazione” e “si compirà per mezzo suo la volontà del Signore” (Is 53, 10).

Ed ecco, “dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto, mio servo, giustificherà molti” (Is 53, 11).

Così, dagli avvenimenti del venerdì santo, il profeta ci guida alla risurrezione. Lui, Isaia, giustamente chiamato “il quinto evangelista” (l’Evangelista dell’Antico Testamento).

4. Noi tutti che ci riuniamo qui - e in tutto il mondo - per partecipare al sacrificio eucaristico, sappiamo e professiamo con la fede, che “abbiamo un grande e sommo pontefice”, Gesù, Figlio di Dio;

abbiamo un sommo sacerdote “provato in ogni cosa”, come noi, escluso il peccato”;

abbiamo un sommo sacerdote che sacompatire le nostre infermità”.

“Accostiamoci dunque con piena fiducia” all’altare del suo sacrificio, “al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno” (Eb 4, 14-16).

Così ci insegna nell’odierna liturgia l’autore della Lettera agli Ebrei.

5. Come cristiani siamo chiamati ad affrontare tutte le vicende della nostra vita alla luce del mistero pasquale di Gesù Cristo.

Il Vangelo ci ricorda come Gesù Cristo stesso abbia indicato la via a questo mistero ai figli di Zebedeo: Giacomo e Giovanni. Alla loro domanda: “Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra” (Mc 10, 37), Gesù rispose che la pienezza della vita si raggiunge bevendo il suo calice, cioè partecipando al suo amore che non esita, proprio perché è vero amore, ad offrirsi totalmente, accettando che il proprio sangue sia versato in favore dell’umanità intera. La vita, infatti, raggiunge il suo vertice quando si conforma a quella di Cristo, partecipando su questa terra alla sua passione, alla sua agonia, per voi vivere nella sua gloriosa risurrezione.

6. Nei nostri tempi il Concilio Vaticano II ha chiamato, di nuovo, tutti noi cristiani a concepire e a realizzare tutta la nostra vita alla luce del mistero pasquale di Gesù Cristo. La costituzione della sacra liturgia insegna che “l’opera della redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio, che ha il suo preludio nelle mirabili gesta divine operate nel popolo del Vecchio Testamento, è stata compiuta da Cristo Signore, specialmente per mezzo del mistero pasquale della sua beata passione, risurrezione da morte e gloriosa ascensione, mistero col quale “morendo ha distrutto la morte e risorgendo ci ha ridonato la vita” (Messale Romano, “Prefazio Pasquale”). Infatti dal costato di Cristo morto (dormiente) sulla Croce è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa” (Sacrosanctum Concilium, 5).

7. Dalla partecipazione al mistero pasquale nasce lo spirito di servizio, la disponibilità a servire. Proprio questo insegnava Cristo ai suoi discepoli con la parola e con l’esempio del comportamento. Ricordiamo come prima di consumare con essi l’ultima cena ha lavato loro i piedi.

E oggi ascoltiamo nel Vangelo le sue parole molto eloquenti: “Chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore . . . Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10, 43. 45).

La disponibilità a servire ci apre verso Dio e verso gli uomini, verso il creatore e verso le creature. Il Concilio ci insegna proprio questo, nello spirito del Vangelo e insieme nella dimensione dei tempi in cui viviamo.

8. La Chiesa, che è realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia (cf. Gaudium et spes, 1 e 40), lo serve, come ho ricordato nella mia allocuzione rivolta ai rappresentanti di tutta la Chiesa italiana riuniti a Loreto per il Convegno sulla riconciliazione cristiana e la comunità degli uomini, manifestandogli il mistero di Dio, il quale è il suo ultimo e personale fine, e promuovendo i valori morali. Essa dà, così, un basilare apporto all’autentico sviluppo della società e non perché tocca un ambito che non le compete, ma perché agisce in forza della fede in Cristo e della sua carità, per cui è chiamata ad essere l’anima e il cuore del mondo.

Perché questo accada sempre di più, è necessario che la frattura tra il Vangelo e la cultura sia superata. “Occorre por mano a un’opera di inculturazione della fede che raggiunga e trasformi, mediante la forza del Vangelo, i criteri di giudizio, i valori determinanti, le linee di pensiero e i modelli di vita, in modo che il cristianesimo continui a offrire, anche all’uomo della società industrializzata, il senso e l’orientamento dell’esistenza” (Giovanni Paolo II, Allocutio Laureti in Piceno ad Italiae episcopos, quosdamque presbyteros et laicos simul congregatos habita, 11 aprile 1985: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII/1 [1985] 989 ss.).

Conseguentemente, vi esorto a far sì che la Chiesa in Sardegna serva all’edificazione dell’umana convivenza con opere e iniziative sociali, che siano “espressione originaria e creativa della fecondità dell’amore cristiano” (Ivi), e con una particolare attenzione alla famiglia e ai giovani, affinché trovino nella comunità dei credenti quel sicuro sostegno e quell’autentica proposta di vita nella pace e nell’amore, a cui aspira chi si apre all’esistenza.

Non venga mai meno lo spirito missionario che ha animato i testimoni di Cristo in questa città. È a tutti noto che la Giornata missionaria mondiale è stata suggerita in una riunione del Circolo missionario del seminario provinciale di Sassari nel 1926, allora retto dai padri vincenziani, tra i quali spiccava per zelo apostolico il padre Giovanni Battista Manzella.

9. Cari fratelli e sorelle!

In questa sera di sabato “l’anima nostra attende il Signore”, poiché è già iniziato il Giorno del Signore e insieme con esso è entrata nel ritmo della settimana una particolare presenza del mistero pasquale.

Avendo dinanzi agli occhi la ricchezza di questo mistero di Cristo e tutta la molteplicità dei compiti che esso apre davanti a noi nella vita umana e cristiana,

chiediamo ancora una volta con umiltà e con amore allo Spirito di verità che il Signore ci manda:

“Signore, sia su di noi la tua grazia, perché in te speriamo”.

Amen.

 

© Copyright 1985 - Libreria Editrice Vaticana

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