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SANTA MESSA IN OCCASIONE DELL'INAUGURAZIONE DEL NUOVO
ANNO ACCADEMICO NEGLI ATENEI PONTIFICI DI ROMA
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II
Venerdì, 25 ottobre 1985
1. “E si mise a insegnare loro” (Mc 6, 34). Con questa frase termina il
brano del Vangelo di Marco, letto nell’odierna liturgia della parola: Gesù si
mise a insegnare.
All’inizio del nuovo anno accademico nelle università pontificie e nei collegi
ecclesiastici romani, desideriamo rendere consapevoli, alla luce di queste
parole, che l’insegnamento di Gesù, continua!
Continua in tutta la Chiesa. E dato che la Chiesa è inviata al mondo, esso
continua nel mondo. Infatti Cristo andando al Padre, disse: “Andate in tutto
il mondo e predicate” (Mc 16, 16); “ammaestrate tutte le nazioni”
(Mt 28, 19).
Quindi l’insegnamento di Cristo continua nella Chiesa, assumendo molteplici
forme, servendosi di metodi, che variano a seconda di chi apprende e di chi
insegna.
2. Le università e gli altri atenei cattolici e pontifici sono un
luogo privilegiato di quest’insegnamento. Un luogo particolarmente
importante.
Importante dal punto di vista della responsabilità per la verità
insegnata.
Importante anche dal punto di vista della cultura umana, perché le
università furono sempre e sono tuttora rimaste, in un certo senso, il primo
luogo dell’“inculturazione”.
La verità divina la verità rivelata all’uomo, autenticamente insegnata
dalla Chiesa, entra sempre di nuovo nella cultura umana. Riveste le sue
forme e, al tempo stesso, la compenetra con la sua luce.
3. In mezzo a questo processo - che è processo salvifico - si trova
inserito l’uomo.
Tanti uomini formano la comunità degli Atenei pontifici, e in occasione
dell’odierna inaugurazione li ricordiamo tutti insieme.
Tuttavia ci si rivolge in modo particolare a quest’uomo che insegna e
a quest’uomo che studia. L’università, secondo il significato sempre attuale
della parola, è una comunità di professori e di studenti.
La comune responsabilità per la verità li unisce. Questa
responsabilità appartiene, in primo luogo, a coloro che insegnano.
4. Sarebbe quindi bene che gli uni e gli altri prendessero, di nuovo, a cuore il
dialogo tra Jahvè e il profeta, come ci ricorda la prima lettura d’oggi, tolta
dal Libro di Geremia.
“Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla
luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni” (Ger 1,
5).
Profeta. Sì. L’insegnamento è una forma particolare della
partecipazione alla missione profetica di Gesù Cristo.
Ricordatelo tutti, chi insegna e chi apprende, professori e studenti.
Partecipare alla missione profetica di Cristo, al suo “munus propheticum”, vuol
dire agire in piena obbedienza nei confronti della verità, che egli ha
proclamato e proclama costantemente mediante la Chiesa. Nei confronti della
verità che è lui stesso.
5. Quanto eloquente è quindi anche il fatto che il profeta Geremia abbia
paura, ha il timore reverenziale dinanzi a Dio che lo chiama e dinanzi
alla verità che è pure difficile. Essa è la buona novella, anche se a volte
non è facilmente accolta dagli intelletti, dalle mentalità, dai costumi umani!
«Risposi: “Ahimè, Signore Dio, ecco io non
so parlare, perché sono giovane”.
“Non dire: sono giovane, ma va da coloro a cui ti manderò e annunzia ciò che io
ti ordinerò. Non temerli, perché io sono con te per proteggerti”»
(Ger 1, 6-8).
6. Questo si riferisce a voi tutti, qui presenti, ma soprattutto a voi
giovani, a voi studenti. Il periodo degli studi che state vivendo, è sia
periodo di preparazione al sacerdozio, sia di consolidamento del sacerdozio
ricevuto.
Bisogna quindi armonizzare questi due processi: affinché la
teologia serva in voi insieme la sapienza e il coraggio della
missione profetica. “Annunzia” sente il profeta dalla bocca di Dio, e al tempo
stesso: “non temere”.
È dunque necessario - oggi, all’inizio del nuovo anno accademico - che il
Signore “tocchi” la vostra bocca (cf. Ger 1, 9), cari professori e
studenti, e “tocchi” le vostre menti e i vostri cuori, affinché,
nei diversi modi che corrispondono ai vostri compiti, voi vi sentiate dire:
“Ecco, ti metto le mie parole sulla bocca” (Ger 1, 9).
Per questo siamo riuniti, nella comune preghiera allo Spirito Santo.
Con questa preghiera desidero, come Vescovo di Roma, inaugurare il nuovo
anno accademico non soltanto negli atenei pontifici di Roma, ma anche,
indirettamente, in tutte le università cattoliche ed ecclesiastiche diffuse
nella Chiesa dei cinque continenti.
7. Quando pregando, cantiamo; “Veni, Creator Spiritus, mentes tuorum visita”,
siano presenti nella nostra memoria le parole del divino maestro pronunziate
agli apostoli il giovedì santo:
“Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro consolatore . . . lo Spirito
di verità” (Gv 14, 16).
Fiduciosi nella luce e nella potenza dello Spirito di verità, iniziamo il nuovo
anno di lavoro e di servizio accademico nel nome della santissima
Trinità, sotto la protezione di Maria, sede della sapienza.
© Copyright 1985 - Libreria Editrice
Vaticana
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