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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN INDIA

SANTA MESSA PER I FEDELI
DELLE CIRCOSCRIZIONI ECCLESIASTICHE DEL «GRAN COCHIN»

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Venerdì, 7 febbraio 1986

 

Vi è “un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti” (Ef 4, 6).

Cari fratelli e sorelle.

1. Il mio saluto a voi nell’amore di Cristo! Sono molto felice di venire in questa parte del Kerala e di incontrarvi. Nel mettere piede nella vostra terra ospitale, desidero, insieme a voi, rendere gloria a questo “solo Dio” che è Padre di tutti noi. A questo Dio al quale appartengono la terra e l’intero universo. Come dice il Salmo: “Del Signore è la terra e quanto contiene, l’universo e i suoi abitanti” (Sal 24 [23], 1-2).

E così, fratelli e sorelle, possa la nostra assemblea eucaristica divenire un’unica voce che rende gloria a Dio, il Creatore, il Padre. Proclamiamo la sua gloria in nome di tutte le sue creature, poiché tutte appartengono a lui. In particolare, proclamiamo la sua gloria in nome di questa vostra terra e di coloro che in essa vivono.

2. Vi siete riuniti qui da diverse parti del Kerala, culla della cristianità in India. Tutta questa regione, solcata da fiumi, laghi e canali, ornata da palme, con meravigliose colline ricoperte di una ricca e varia vegetazione, offre al pellegrino un panorama di grande bellezza. Qui uomini di religioni diverse hanno voluto vivere in unità e reciproco aiuto. La vostra composita cultura e le ricche tradizioni di vita familiare hanno lasciato il loro segno di vitalità spirituale nella vita sociale e religiosa della regione. In questo contesto siamo riuniti per celebrare la santissima Eucaristia. Così questo luogo diviene un luogo santo di Dio; un luogo della sua presenza, del sacrificio di Cristo: “Chi starà nel suo luogo santo? / Chi ha mani innocenti e cuore puro . . . / Ecco la generazione che lo cerca, / che cerca il suo volto, Dio di Giacobbe” (Sal 24 [23], 3. 4. 6).

Noi siamo la generazione di oggi che cerca il volto del Dio vivente. Questa ricerca dà un senso a tutto il nostro viaggio terreno, al nostro pellegrinaggio attraverso la vita. La ricerca del volto del Dio vivente è la via pellegrina per la Chiesa di Gesù Cristo, edificata sulle fondamenta degli apostoli. È il cammino della Chiesa nel Kerala.

3. La cristianità nel Kerala ha continuato a vivere nei secoli nella comunità dei cristiani di san Tommaso. Essa è divenuta forte attraverso le attività dei figli e delle figlie della Chiesa che hanno contribuito al suo consolidamento grazie alla loro santità e al loro zelo. Essa è particolarmente debitrice a san Francesco Saverio che operò in questa zona dal 1542 al 1545. La Chiesa nel Kerala, con la sua tradizione di servizio nei campi educativo, medico, sociale, dello sviluppo e della carità, dà una luminosa testimonianza del messaggio del Vangelo.

Oggi i discendenti di questi apostoli devono porsi questa domanda: in che condizione è la fede che ci è stata trasmessa? I membri delle Chiese e delle comunità cristiane presenti nel Kerala hanno dinanzi a sé l’esempio di san Tommaso. Superando i propri dubbi egli confessa la propria fede con la vibrante espressione: “Mio Signore e mio Dio!” (Gv 20, 28). È nostro sacro compito proclamare questa fede con un’unica voce, insieme all’apostolo Tommaso, ed edificare quell’unica Chiesa voluta da Cristo nella sua preghiera sacerdotale: “Tutti siano una sola cosa” (Gv 17, 21).

4. Nel suo senso più profondo, l’unità della Chiesa è un dono del Padre attraverso Cristo, “fonte e centro della comunione ecclesiastica” (Unitatis Redintegratio, 20). È Cristo che condivide con noi il proprio Spirito, e lo Spirito “dà a tutto il corpo la vita, l’unità e il movimento” (cf. Lumen Gentium, 7). Quest’intima unità è meravigliosamente espressa nelle parole dell’apostolo che ci sono state appena lette: “Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti e è presente in tutti” (Ef 4, 4-6).

Splendide, ispiratrici parole! In realtà, queste parole proclamano il compito della Chiesa in ogni epoca e in ogni generazione. Compito sacro della Chiesa è quello di preservare questa unità, che altro non è se non la piena fedeltà al suo Signore. Ed essa deve lottare per restaurare questa unità là dove è stata indebolita o offuscata. Questa fondamentale unità non esclude in alcun modo una legittima varietà. Voi siete testimoni viventi della varietà delle tradizioni liturgiche e spirituali e della disciplina ecclesiastica che costituiscono l’immagine della presenza della Chiesa nel Kerala.

5. In questa fase del mio pellegrinaggio desidero salutare i vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, nonché i laici delle Chiese locali qui rappresentate: l’arcidiocesi di Ernakulam e la diocesi di Kothamangalam di rito siro-malabarese; l’arcidiocesi di Verapoly della quale quest’anno si sta celebrando il centenario, e le diocesi di Cochin e di Alleppey di rito latino.

Saluto cordialmente anche i membri delle venerabili Chiese e Comunità ecclesiali con le quali la Chiesa cattolica ha diversi gradi di comunione ecclesiale. Possa lo Spirito Santo, principio vivente dell’unità della Chiesa (cf. Unitatis Redintegratio, 2) purificare i nostri cuori così che possiamo riconoscere con gioia tutto ciò che ci unisce.

6. Il punto focale dell’unità ecclesiale è la persona del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, il Figlio di Dio. Egli è la “testata d’angolo” (cf. Mt 21, 42) dell’edificio di Dio che è la Chiesa (cf. 1 Cor 3, 9). Egli - la “testata d’angolo” del nuovo popolo di Dio, dell’intera umanità redenta - è presente in questa comunità eucaristica. Egli ci conduce a lui, e pertanto ci porta a unirci tra di noi.

Ascoltiamo le parole della sua preghiera sacerdotale nell’ultima cena. Egli si rivolge al Padre: “Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi” (Gv 17, 11). Gesù prega il Padre, il cui “nome” ha reso noto ai discepoli. Poiché non sarà più “nel mondo” insieme a loro, egli chiede al Padre di mantenerli uniti nella conoscenza della parola che è stata loro data (cf. Gv 17, 14). Oggetto della sua preghiera è soprattutto l’unità di coloro che aveva scelto, gli apostoli. Ma egli la estende a tutti i suoi seguaci in ogni epoca. Nel rivolgersi al Padre, dice: “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa” (Gv 17, 20-21).

Fratelli e sorelle, noi rientriamo nella preghiera di Gesù: perché tutti siano una sola cosa. Ma egli continua con l’indicare la condizione di questa fondamentale unità. Nella sua preghiera Gesù dice: “Per loro io consacro me stesso perché siano anch’essi consacrati nella verità” (Gv 17, 19). L’unità si fonda sulla verità, sulla verità di quella “parola” che egli ha rivelato, sulla verità del Verbo stesso del Padre che egli, il Salvatore.

La verità di questo Verbo è data alla Chiesa in Cristo e attraverso gli apostoli che sono stati inviati a battezzare e a insegnare in suo nome: “Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo”. (cf. Gv 17, 18) La nostra unità non è solo per noi, è diretta al mondo intero: così che il mondo possa credere che il Padre ha inviato il proprio Figlio, a sua eterna gloria e per la nostra salvezza (cf. Gv 17, 21-23).

7. La nostra unità è fonte della nostra gioia e della nostra pace. Viceversa la divisione e la discordia, e specialmente l’odio, sono del tutto opposti all’unità. Sono dei mali, e in ultima analisi sono legati al male. Nella stessa preghiera Gesù chiese al Padre di custodire i discepoli dal maligno (cf. Gv 17, 15). Così la preghiera sacerdotale che esalta la bontà dell’unità diviene allo stesso tempo una fervida supplica che venga superato tutto ciò che si oppone all’unità. Essa è pertanto una preghiera di riconciliazione.

Di riconciliazione in molte forme: nell’uomo stesso; tra individui; tra i cristiani stessi (vediamo qui il ruolo dell’ecumenismo); tra cristiani e non-cristiani; tra nazioni e Stati, e tra aree del globo sviluppate e meno sviluppate (e questa è la pace, poiché “lo sviluppo è il nuovo nome della pace”).

La riconciliazione è una profonda esperienza dello spirito umano. Nella sua forma più elevata è il Padre amorevole che apre le braccia ad accogliere il figlio ribelle, tentato di edificare un mondo da solo, al di fuori dell’influsso del Padre. La vacuità di questa scelta, la solitudine, la concomitante perdita di dignità - tutto ciò infligge ferite che chiedono guarigione, un ritorno e una riscoperta della misericordia del Padre: una riconciliazione con Dio, in noi stessi, tra uomo e uomo, tra le varie Chiese e Comunità ecclesiali, partendo da una profonda trasformazione del cuore. La riconciliazione ha anche una dimensione sociale. Essa supera le barriere di classe, le rivalità regionali. Abolisce le forme di ingiusta discriminazione. Considera soprattutto la dignità peculiare di ciascun essere umano e opera per il rispetto dei diritti umani ovunque siano minacciati. Quali cittadini dell’India, un vasto paese dalle molte lingue, usanze e religioni, vi rendete certamente conto dell’importanza fondamentale di un vero spirito di riconciliazione e di pace comune. È questo lo spirito che trovate negli insegnamenti del Mahatma Gandhi.

8. In obbedienza al suo fondatore, la Chiesa in India deve essere serva della riconciliazione: serva della riconciliazione dell’intero universo creato con Dio, nostro creatore e nostro destino; serva della riconciliazione degli individui tra loro, aiutandoli a superare le divisioni che feriscono il cuore umano, e aiutandoli a distruggere le barriere che mantengono divise le persone e conducono alla disperazione; serva della riconciliazione nel mondo, di fronte a sempre crescenti tensioni che minacciano la sopravvivenza stessa della civiltà. È in questo spirito che dobbiamo capire le parole rivolteci dall’apostolo Paolo: “Vi esorto dunque . . . a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace” (Ef 4, 1-3).

Nell’unità dello Spirito e del vincolo di pace siamo riuniti in questa assemblea: i vescovi di questa regione del Kerala, successori degli apostoli, col successore di Pietro; i sacerdoti, i religiosi e i laici. Noi riconosciamo la nostra unità battesimale con tutti i nostri fratelli cristiani nella fede di Cristo, e proclamiamo la nostra solidarietà con i nostri fratelli e sorelle indù e musulmani, nonché coi seguaci di altre tradizioni religiose, la cui presenza esprime la condivisa determinazione a operare per un mondo edificato sulla verità, la giustizia e la pace per tutti. Salutiamo con rispetto le autorità civili e i rappresentanti di tutti i settori della vita culturale e pubblica in questa regione, sui quali imploriamo la benedizione di Dio nei loro sforzi per servire il bene comune. In quanto comunità in Cristo siamo riuniti qui sotto il segno dell’unità e della riconciliazione, che ha la sua espressione più intensa nella celebrazione eucaristica.

Qui Cristo consacra se stesso perché noi possiamo essere consacrati nella verità (cf. Gv 17, 19). Nello spirito dell’unità e della riconciliazione innalziamo i nostri cuori a “un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti” (Ef 4, 6). A lui onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.

 

© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana

 

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