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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN INDIA

CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA NEL CAMPO
DELL'ATENEO PONTIFICIO «JNANA DEEPA» DI PUNE

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Lunedì, 10 febbraio 1986

 

“Io sono la vite, voi i tralci” (Gv 15, 1).

Cari fratelli e sorelle,

1. È per me una gioia speciale celebrare l’Eucaristia con voi qui, nel Seminario Pontificio di Pune. Questa città è colma di speranza per il futuro della Chiesa in India. Sempre qui si trovano noviziati e case di formazione di vari Istituti religiosi, come pure il Centro di Servizio Nazionale delle Vocazioni. Per il grande dono di una chiamata divina, per questo meraviglioso segno di speranza, e per tutte le vocazioni in tutta l’India, rendiamo grazie e lodiamo il Signore.

Sono molto felice di vedere dinanzi a me un così grande numero di seminaristi, come pure numerosi giovani ragazzi e ragazze che si preparano alla vita consacrata in Istituti religiosi o secolari. Guardando alla vostra nazione, con le enormi sfide che si trova ad affrontare, chi può non essere consapevole della necessità di un maggior numero di vignaiuoli del Signore, di vignaiuoli zelanti e devoti che risponderanno a queste sfide in sintonia con la mente e il cuore di Cristo?

Con grande gioia saluto voi tutti che siete presenti a questa sacra liturgia: i miei fratelli vescovi di questa regione dell’India, i miei fratelli sacerdoti e tutti i religiosi e le religiose, e tutto il popolo dei fedeli. Saluto specialmente le famiglie che sono le prime a preparare i cuori dei giovani a rispondere generosamente a una vocazione nella Chiesa, ed anche i superiori e il personale dei seminari e delle case religiose che continuano l’importantissima opera della formazione iniziata in famiglia.

2. Vorrei ora rivolgermi ai seminaristi. Cari fratelli e figli in Cristo: in qualità di futuri sacerdoti nel mondo, siete chiamati ad essere guide spirituali con un’identità specifica: uomini di Chiesa, uomini dedicati alla preghiera ed alla parola di Dio, uomini che desiderano essere compartecipi umilmente e generosamente del ruolo di mediazione di Cristo.

Il nostro è un mondo che abbonda di esperti e guide in innumerevoli campi dell’esistenza umana. I ministri della Chiesa non sono chiamati a svolgere ruoli di guida nelle sfere secolari della società. L’India possiede molti uomini e donne laici competenti che ai occupano di queste cose. Potrete essere tentati di emulare la guida secolare a causa della sua crescente attrattiva nella società di oggi. Potrete, in alcuni momenti, sentirvi estraniati, perché la vostra chiamata è specificamente spirituale. È per questo urgentemente necessario che voi siate convinti del valore prezioso della vostra vocazione da Dio. Questo è particolarmente vero perché in questo paese è sempre esistito un radicato interesse per le cose dello spirito: nelle “vidya” e “anubhav” di Dio, la conoscenza e l’esperienza di Dio. Questo interesse, allo stesso modo, vale per la vocazione religiosa.

3. Nei recessi nascosti del cuore umano la grazia di una vocazione prende la forma di un dialogo. È un dialogo tra Cristo e l’individuo, in cui è offerto un invito personale. Cristo chiama la persona per nome e dice: “Vieni, seguimi”. Questa chiamata, questa misteriosa voce interiore di Cristo, viene sentita nel modo più chiaro nel silenzio e nella preghiera. La sua accettazione è un atto di fede.

Una vocazione è sia un segno di amore sia un invito all’amore. Nel racconto biblico della conversazione di Gesù con il giovane, è detto che “Gesù, fissatolo, lo amò” (Mc 10, 21). La chiamata del Signore richiede sempre una scelta, una decisione nella piena consapevolezza della propria libertà. La decisione di dire “sì” alla chiamata di Cristo comporta molte conseguenze importanti: la necessità di rinunciare ad altri progetti, la disponibilità a lasciarsi dietro persone care, la prontezza a iniziare, con profonda fiducia, il cammino che porterà a una unione sempre più stretta con Cristo.

La risposta d’amore a una vocazione è bene espressa dal Salmista, quando dichiara:

“Ho detto a Dio: Sei tu il mio Signore, / senza di te non ho alcun bene. / O Signore, sei tu la mia parte di eredità e il mio calice, / nelle tue mani è la mia vita. / Mi indicherai il sentiero della vita, / gioia piena nella tua presenza / dolcezza senza fine alla tua destra” (Sal 16, 2. 5. 11).

4. Questa grazia richiede una risposta, vale a dire uno sforzo cosciente di “assimilare” un mistero che è al di là della comprensione e allo stesso tempo rivelato da Dio.

Ciascuna vocazione è una chiamata a entrare più profondamente nel mistero di Dio. Studi teologici e filosofici offrono l’opportunità di una conoscenza approfondita della persona di Cristo. Ma questa conoscenza approfondita non dipende unicamente dai nostri sforzi intellettuali; soprattutto essa è un dono del Padre che per mezzo dello Spirito Santo, ci permette di conoscere il Figlio. Quindi, nella preghiera e nel silenzio, dovete imparare ad ascoltare la voce di Dio. Una persona deve essere conforme a Cristo e non semplicemente istruita nella fede.

Tutta la nostra collaborazione consapevole con la grazia di una vocazione deve seguire il programma stabilito da Cristo nella parabola della vera vite. Cristo dice: “Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo” (Gv 15, 1).

La vostra priorità assoluta è di vivere in unione con Cristo, essere tutt’uno con lui in ogni momento, fedeli al suo invito: “Rimanete in me ed io in voi” (Gv 15, 4). Solo in questo modo porterete abbondanti frutti per il Regno di Dio. Solo rimanendo in Cristo potrete compiere grandi cose nella Chiesa di oggi. Perché egli ha detto: “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me ed io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv 15, 5).

Il periodo della formazione religiosa o in seminario ha lo scopo di approfondire la vostra unione con Cristo. Sotto l’influsso dello Spirito Santo, il legame spirituale e soprannaturale del tralcio con la vite deve essere rafforzato; l’individuo chiamato e Cristo che chiama devono essere più intimamente uniti. E questo necessariamente comporta disciplina e sacrificio: la disciplina dello studio e della preghiera in particolare, e i sacrifici che liberano il nostro cuore per abbracciare con entusiasmo la parola di Dio e per donarci al servizio del prossimo. Anche questo avviene secondo le parole di Cristo: “Ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto” (Gv 15, 2).

Quindi, non dubitate mai dell’amore di Dio quando vi trovate ad affrontare difficoltà e sofferenze, perché il Signore “pota” coloro che ama, perché portino più frutto.

Una condizione per l’unione con Cristo è la totale accettazione della sua parola, che in effetti ci viene comunicata attraverso le Sacre Scritture e la Tradizione della Chiesa. La Chiesa stessa conserva e presenta questa parola di Dio in tutta la sua purezza, integrità e potenza. Per l’azione dello Spirito Santo, e mediante il carisma del suo Magistero, essa trasmette il Vangelo intatto a ogni generazione. Una amorevole adesione al Magistero autentico assicura l’autentico possesso della parola di Dio, senza la quale non ci può essere alcuna unione con Cristo che sia tale da dare vita. La fedeltà al Magistero è anche indispensabile condizione per una corretta interpretazione dei “segni dei tempi”.

5. San Paolo, nella prima lettura di questa liturgia, ci racconta della sua chiamata da parte del Signore: “A me, che sono l’infimo tra tutti i santi, è stata concessa questa grazia di annunciare ai Gentili le imperscrutabili ricchezze di Cristo” (Ef 3, 8). “Predicare le imperscrutabili ricchezze di Cristo” - questa era la vocazione di San Paolo; essa è un dovere fondamentale della Chiesa; è compito primo di ciascun sacerdote.

La formazione e l’insegnamento dei religiosi e dei seminaristi devono essere costantemente basati su questo principio. Durante gli anni della loro preparazione, i giovani devono assimilare profondamente “le imperscrutabili ricchezze di Cristo”, per poter essere in grado di rendere queste ricchezze accessibili agli altri. Dovete assimilarle in modo da poterle proclamare con convinzione negli anni a venire. La vostra responsabilità è comunicare Cristo. Ma sarete in grado di fare solo dopo aver prima sperimentato il suo amore.

6. Ed è a questo proposito che ora mi rivolgo a voi, cari genitori, fratelli e sorelle, a tutti i membri della famiglia cristiana. La casa cristiana non è solamente una comunità di vita umana. Il prezioso dono della vita umana deve essere integrato e arricchito con la vita di Cristo. La famiglia è giustamente impegnata a conservare i valori umani, ma deve anche concentrarsi sul coltivare i valori cristiani.

I membri delle famiglie possono essere tentati di pensare che solamente ai sacerdoti e ai religiosi sia stata affidata la responsabilità della Chiesa. Ma questo è lontano dalla verità. È proprio in casa che i figli imparano per la prima volta cosa significhi essere “partecipi della promessa in Cristo Gesù per mezzo del Vangelo” (Ef 3, 6). Come insegna il Concilio Vaticano II: “I coniugi cristiani sono cooperatori della grazia e testimoni della fede reciprocamente e nei confronti dei figli e degli altri familiari. Essi sono per i loro figli i primi araldi della fede ed educatori; li formano alla vita cristiana e apostolica con la parola e con l’esempio, li aiutano con prudenza nella scelta della loro vocazione e favoriscono con ogni diligenza la vocazione sacra eventualmente in essi scoperta” (Apostolicam Actuositatem, 11).

7. La famiglia cristiana è il primo luogo in cui si sviluppano le vocazioni. È un seminario o un noviziato in germe. Ciò significa che voi, genitori, dovete approfondire e coltivare continuamente la vostra vita cristiana. Liberiamoci della falsa idea che il Cristianesimo si pratichi solamente in Chiesa. Quanto accade nella liturgia deve essere trasferito nella vita quotidiana. Deve essere vissuto in casa. Allora la casa diverrà il luogo in cui la vita in Cristo cresce e matura. Una tale casa è una vera espressione della Chiesa.

Ricordate sempre che le vocazioni nella Chiesa vengono favorite in famiglie in cui i sacerdoti e i religiosi sono rispettati e amati, dove esiste un reale interesse per la vita della Chiesa locale e della Chiesa universale. In seguito quando verrà il tempo in cui i vostri figli faranno la loro scelta del loro modo di vivere non penseranno solamente in termini di professioni secolari, ma considereranno anche la possibilità di accettare una vocazione al sacerdozio o alla vita consacrata. In una epoca di crescente materialismo si può essere tentati di dimenticare la possibilità di tali vocazioni. Ma questa possibilità è reale. Queste vocazioni sono necessarie per il benessere delle famiglie e della società. Sono necessarie affinché la Chiesa possa compiere la volontà di Cristo.

8. “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15, 16).

Cari seminaristi e aspiranti alla vita consacrata: l’iniziativa in ogni vera vocazione viene dal Signore. Voi non seguite i vostri piani. Una vocazione è una chiamata da Dio e richiede una libera risposta da parte vostra. È Cristo che sceglie e ci destina al compito che intende affidarci. Ciò che sarà di noi, poi, è compito di Dio, non nostro. E Dio provvederà a che l’opera non porti solo frutto, ma che il frutto rimanga.

“Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi”. Cristo rivolge queste parole anche ai mariti e alle mogli e alle persone chiamate a condurre una vita di celibato e di castità, nella Chiesa. Egli rivolge queste parole alla Chiesa intera in questo antico paese che è l’India. Ma in modo particolare le rivolge a coloro che ha destinato a un ruolo particolare di discepolato e di intercessione per il suo Corpo, la Chiesa. Per questo, ascoltiamo Gesù quando dice: “Io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto . . . perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda” (Gv 15, 16).

Amen.

 

© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana

 

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