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CONCELEBRAZIONE DELLA  MESSA «IN CENA DOMINI»

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Patriarcale Basilica di San Giovanni in Laterano
Giovedì, 27 marzo 1986

 

1. “Non mi laverai mai i piedi” (Gv 13, 8).

Dopo la preparazione di questa mattina in San Pietro, siamo venuti nella Basilica Lateranense “Mater omnium Ecclesiarum”. Proprio qui desideriamo vivere questo momento santissimo: l’istituzione del sacramento del Corpo e del Sangue di Cristo, sacramento dal quale nasce incessantemente la Chiesa.

“Mater omnium Ecclesiarum”, questa Basilica sembra essere il luogo più adatto per celebrare l’ultima cena; per vivere insieme con Cristo e con gli apostoli l’ora della nascita della Chiesa nel sacramento della morte del divino Sposo: “la nuova alleanza nel mio sangue” (Lc 22, 20).

2. L’istituzione del sacramento dell’ultima cena è collegata, mediante un vincolo dai molteplici significati, con la lavanda dei piedi degli apostoli; gesto che anch’io ripeterò fra poco, in conformità alle norme liturgiche, lavando i piedi a dodici sacerdoti.

“Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli” (Gv 13, 3-5).

Proprio in quel momento incontrò la resistenza di Pietro. L’odierno Vangelo ce lo ricorda. Pietro cominciò ad opporsi e la sua resistenza era categorica: “Non mi laverai mai i piedi”.

Già una volta Pietro si era opposto così a Cristo. Questo era avvenuto poco dopo aver confessato la fede nel Messia, Figlio di Dio. Era avvenuto quando, dopo quella confessione, Gesù preannunciò la sua passione. Allora Pietro cominciò a protestare dicendo: Signore questo non ti accadrà mai (cf. Mt 16, 22). Se era il Figlio del Dio vivente, come parlare di passione? Di morte su una croce? Dio è sovrano di ogni cosa. È Signore del cielo e della terra. Allora, come può essere vinto dagli uomini? Come gli uomini possono infliggergli la morte!

In quel momento Cristo rimproverò duramente Pietro. Forse a nessuno ha mai parlato così severamente, come in quella circostanza fece con lui. Questa volta invece Cristo non rimprovera Pietro. Lo ammonisce soltanto delicatamente. Usa un tono suadente: “Se non ti laverò, non avrai parte con me” (Gv 13, 8). E Pietro si arrende al Maestro.

3. Tuttavia, perché Pietro si era opposto prima? Perché si era opposto quando Gesù - dopo Cesarea di Filippo - aveva preannunciato la sua passione e la morte di croce!

Forse proprio perché gli era stato dato di conoscere la Divinità di Cristo: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16, 16). Gli era stato dato di conoscere il mistero inscrutabile di Dio: tutte le cose che sono tenute nascoste ai potenti e ai sapienti vengono rivelate ai piccoli (cf. Mt 11, 25).

Eppure, “nessuno conosce il Figlio se non il Padre . . .” (Mt 11, 27). È il Padre che ha rivelato a Pietro la Divinità del Figlio. Ma appunto per questo: come può dire lui, il Cristo, il Figlio di Dio, che verrà ucciso, condannato a morte dagli uomini? Dio non è forse il Signore assoluto di tutto quanto esiste? Non è il Signore assoluto della vita? E anche adesso: come può lui, il Figlio del Dio vivente, il Signore, comportarsi da servo? Come può mettersi in ginocchio ai piedi degli apostoli e lavare loro i piedi? Come può inginocchiarsi ai piedi di Pietro!

Pietro difende dinanzi a se stesso, difende dinanzi ai Dodici, difende dinanzi a Cristo la sua immagine di Dio; di Dio e del Figlio di Dio. Quanti uomini nel mondo hanno difeso così e difendono la loro immagine di Dio. Quanti popoli quante tradizioni, culture, religioni? Dio e l’Essere perfettissimo, è l’Ente supremo inscrutabile, è il Signore assoluto di ogni cosa . . . È impossibile che egli si facesse uomo. Impossibile che volesse servire. Lavare i piedi ai discepoli. Impossibile che potesse morire sulla croce.

4. Questo nuovo contrasto di Pietro con Cristo precede, in quella sera che oggi rievochiamo, il mistero dell’istituzione dell’Eucaristia. Detto semplicemente: questo Dio è Amore.

Come Amore, ha creato il mondo. Come Amore ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza. Come Amore si è fatto il Dio dell’alleanza. Come Amore si è fatto Uomo: ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, affinché l’uomo abbia la vita eterna (cf. Gv 3, 16).

Come Amore, vuole andare sulla croce, per redimere i peccati del mondo, per stabilire la nuova ed eterna alleanza “nel suo Sangue”. Come Amore, istituisce, in questa sera, l’Eucaristia. L’Amore infatti non intende altro se non il bene che desidera donare. Il bene al quale vuole servire.

Per questo bene, egli, che è l’Onnipotente, è disposto a diventare debole come un condannato consegnato alla morte di croce, è disposto a diventare debole e indifeso come pane: “Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me” (Lc 22, 19).

5. L’uomo è capace di accogliere un Dio crocifisso? È capace di accogliere un Dio Eucaristico? Ecco la domanda contenuta nel cuore del triduo sacro. Nel profondo del mistero pasquale di Gesù Cristo. Nel profondo di quest’ultima cena, la cui memoria celebriamo oggi.

Insieme con la domanda c’è anche la risposta. Il pensiero dell’uomo attento a Dio può camminare per diverse vie e su strade impervie. Può perfino volgersi contro Dio, può negare la sua esistenza. Tuttavia Dio - al di sopra di tutto questo - “non può rinnegare se stesso” (2 Tm 2, 13), non può cessare di essere se stesso. Non può cessare di essere Amore.

 

© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana

 

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