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MESSA CRISMALE IN SAN PIETRO
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO
II
Basilica Vaticana - Giovedì, 27 marzo 1986
Carissimi.
1. “Grazia a voi e pace . . . da Gesù Cristo, il testimone fedele” (Ap
1, 4.5). Gesù Cristo, testimone fedele di Dio invisibile, con la potenza delle
sue parole ci interpella dal cenacolo nella liturgia del Giovedì Santo.
Sono le parole della instaurazione della nuova alleanza nel sangue del suo
sacrificio. Sono parole che rivelano fino in fondo il mistero di Dio, che è
Amore.
Le ore di questo giorno sono di preparazione a quel momento in cui la
liturgia serale ancora una volta ci renderà presente l’avvenimento dell’ultima
cena. E in pari tempo inizierà il “triduum sacrum”: il ciclo santissimo che
rende presente quell’Amore, col quale Dio ha amato il mondo: “dopo aver amato i
suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13, 1).
2. Prima che ciò si compia, la Chiesa celebra la liturgia mattutina del
Giovedì Santo. È la liturgia della santa attesa, e insieme - si può dire - la
liturgia della “grande preparazione”. Essa si chiama “Missa chrismatis”. Vi
corrisponde la prima lettura tratta dal profeta Isaia, che poi viene ripresa dal
vangelo secondo Luca: “Lo spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha
consacrato con l’unzione” (Lc 4, 18; cf. Is 61, 1).
A queste parole di Isaia si è richiamato Gesù di Nazaret all’inizio della sua
missione messianica. “Unzione” significa l’opera dello Spirito Santo,
l’elargizione della sua potenza, il donarsi di Dio stesso mediante la grazia,
che è la forza della santità e della santificazione.
3. Proprio oggi questa “unzione” deve compiersi sino alla fine. Gesù di
Nazaret si rivela completamente come Messia, cioè Cristo, come “l’Unto e il
Mandato”.
Il suo Mandato nello Spirito Santo raggiungerà lo zenit nella Eucaristia.
Diventerà il sacramento della Chiesa per tutti i tempi. Diventerà in questo
sacramento la sorgente dell’unzione e della missione nello Spirito Santo per
tutti coloro che accolgono la parola della istituzione di Cristo: la parola e il
sacramento.
Proprio per questo la Chiesa nella liturgia mattutina del Giovedì Santo
benedice gli oli sacri, specie il crisma. Gli oli sono segno della potenza
sacramentale, che ha la sua sorgente nel sacrificio di Cristo. Sono le potenze
dello Spirito di Verità, dello Spirito Consolatore: il Paraclito. È una liturgia
della preparazione: tutto ciò che deve diventare il frutto del sacrificio
salvifico di Cristo, trova in essa la sua espressione e il suo segno.
4. “A colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue
. . . a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. (Egli) ha fatto di noi
un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre” (Ap 1, 5. 6).
Ha fatto, di noi, sacerdoti. Vi sono segni esterni, che compongono l’ordine
sacramentale della Chiesa: essi servono la sua missione salvifica in terra. Vi
sono pure segni interni. Uno speciale segno interno è impresso nell’anima di
ciascuno di noi, miei cari fratelli nel sacerdozio. Quel segno è un sigillo
spirituale. È un carattere incancellabile, mediante il quale lo Spirito Santo
consolida per secoli la nostra partecipazione al sacerdozio di Cristo. Una
partecipazione particolare: ministeriale e insieme gerarchica perché rimanga in
noi la somiglianza a Colui che solo è “sacerdote per sempre, alla maniera di
Melchisedek” (Eb 5, 6; 7, 17; Sal 109, 4).
5. Proprio noi in modo speciale aspettiamo l’ora dell’ultima cena, in cui,
insieme con l’Eucaristia, è stato istituito il sacramento del sacerdozio. Per
noi questa liturgia mattutina del Giovedì Santo è pure, in modo particolare, la
liturgia della santa attesa, la liturgia della grande preparazione. Desideriamo
dunque insieme con tutti i nostri fratelli nel sacerdozio nel mondo intero,
rinnovare, nel giorno odierno, i voti e le promesse pronunciati il giorno della
nostra ordinazione. Desideriamo rinnovare la grazia del sacramento che ci viene
partecipata: che è diventata la nostra vita, la nostra vocazione, il nostro
carisma e il nostro ministero nella Chiesa.
6. Grazia a voi e pace da Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito
dei morti e il principe dei re della terra.
Ecco, ancora un altro Giovedì Santo. Ecco, ancora un altro “triduum sacrum”.
Ancora un altro segno dell’inizio del compimento definitivo. Infatti tutto deve
compiersi mediante colui che è la pienezza: la pienezza di Dio nella storia del
creato che passa; la pienezza di Dio nella storia dell’uomo mortale in terra.
Egli: il primogenito dei morti. Egli: il principe dei re della terra. Egli:
“l’Alfa e l’Omega . . . Colui che è, che era e che viene” (Ap 1, 8).
Egli: “Tutte le nazioni della terra si batteranno per lui il petto” (Ap
1, 7).
Ci troviamo alla soglia dei “triduum sacrum”. Nel mistero pasquale della
morte e della risurrezione è radicato il sacerdozio comune della Chiesa. È
radicato il nostro sacerdozio, ricevuto dagli apostoli. Dono particolare e una
grande vocazione! Amen!
© Copyright 1986 -
Libreria Editrice Vaticana
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