 |
VISITA ALLA PARROCCHIA DI SANT’AUREA
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO
II
Ostia Antica - Domenica, 20 aprile 1986
1. “Io sono il buon pastore” (Gv 10, 11) . . . “La Domenica del Buon
Pastore” è collegata con il periodo pasquale. Mediante gli avvenimenti della
passione, della morte e della risurrezione di Cristo la Chiesa, nell’arco delle
generazioni e dei secoli, rilegge di nuovo tutto ciò che Gesù ha detto di se
stesso come buon pastore.
“Il buon pastore offre la vita per le pecore” (Gv 10, 11). Queste
parole questo pensiero centrale ha acquistato una piena eloquenza quando Cristo,
col suo proprio sacrificio, ne ha realizzato il significato. Allora divenne
completamente chiaro che cosa significa che egli è il buon pastore. Ha offerto
la vita in sacrificio per l’uomo. Per questo è il buon pastore!
Le immagini più antiche nelle catacombe testimoniano quanto profondamente le
prime generazioni dei cristiani abbiano vissuto la verità sul buon pastore.
Questa verità ha le sue radici nell’Antico Testamento. Ne testimonia tra l’altro
il Salmo della liturgia: “Il Signore è Dio; egli ci ha fatti”. Come creature
“noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo” (Sal 99, 3). Per il
popolo eletto il pastore, il quale vive con i suoi animali, che egli conosce e
custodisce e dai quali ricava sostentamento, fu un’immagine familiare fin dagli
inizi della sua storia. E ciò che accadeva tra lui e le pecore divenne un
simbolo, una metafora per le vicende della vita di Israele e del suo rapporto
con Dio.
2. Il mondo biblico nel pastore non vedeva unicamente una guida, la quale può
anche essere estranea a chi conduce, ma una persona amica e premurosa, che
partecipa alla vita del suo gregge, lo porta al pascolo e alle fonti, lo
protegge dai predoni e dalle fiere; è, quindi, capace di sottrarlo ai pericoli:
è un salvatore. Ad esso - come noi ora dobbiamo fare con Cristo - era ovvio
affidarsi con cuore semplice, perché le sue cure davano sicurezza e abbondanza
di vita.
In esso era facile cogliere la preminenza, la sovranità di Dio, che prende
iniziativa con benevolenza e grazia, interessandosi dell’uomo e facendosi di lui
sostegno fedele. Noi siamo suoi. Egli ci ha fatto suoi, noi siamo suoi e gregge
del suo pascolo.
3. Ciò che leggiamo nel breve Vangelo odierno attinge e si sviluppa
dall’eredità del Vecchio Testamento. Cristo dice: “le mie pecore” (Gv 10,
14), e poi spiega perché “mie”: perché: “il Padre mio . . . me le ha date” (Gv
10, 29).
Ogni uomo è stato “dato” in modo particolare dal Padre al Figlio. Il Figlio
stesso si è fatto uomo, per assumere dal Padre la sollecitudine di pastore per
l’uomo, per l’umanità. La sollecitudine del pastore è nella Sacra Scrittura
sinonimo della Provvidenza paterna di Dio. Questa Provvidenza si realizza nella
storia dell’umanità mediante il Figlio. Mediante Cristo.
Buon pastore vuol dire l’espressione particolarissima della Provvidenza di
Dio, della sua sollecitudine paterna per l’uomo. Nella sua attenta misericordia
il Padre ha disposto che il Cristo - con la libertà dell’amore - venisse a
condurre le sue pecore alla pienezza della vita, ricca e feconda come l’acqua
che scorre. Il Verbo, spogliando se stesso, ci ha salvati e rivestiti di
innocenza, configurandoci a lui in modo così potente che ogni cristiano, insieme
con l’apostolo Paolo, può dire: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive
in me” (Gal 2, 20).
Non dimentichiamo, tuttavia, che la confortante presenza del Redentore in noi
non ci esime dalla croce quotidiana, ma è grazia consolante, la quale ci unisce
a Dio, facendoci vivere e soffrire in conformità alla sua volontà a favore del
prossimo.
4. Così dunque Cristo - nel corso delle generazioni - compie, nei riguardi di
coloro che il Padre gli ha “dato”, una missione provvidenziale. È il buon
pastore. Questa missione consiste in una conoscenza particolare: nella
conoscenza salvifica: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco” (Gv
10, 27). Questa è la conoscenza mediante la fede. Ossia è anche un affidamento.
Il Pastore è infatti colui al quale il gregge crede. Per questo lo segue. Egli
conosce il giusto valore di ciascuno e ciascuna di essi agli occhi di Dio. Egli,
pastore, porta in sé il giusto prezzo di ciascuno.
Soltanto lui è capace di pagare questo prezzo: il prezzo che è contenuto
nella croce, nel mistero pasquale: “offre la vita per le pecore”. Questo alto,
altissimo prezzo è unito alla dimensione della predestinazione, che ogni uomo ha
in Cristo. È la predestinazione alla vita eterna in Dio: “Esse mi seguono. Io do
loro la vita eterna”. (Gv 10, 27)
Dobbiamo tenere davanti agli occhi questa predestinazione e questo prezzo per
poter capire le seguenti parole della parabola: “non andranno mai perdute e
nessuno le rapirà dalla mia mano . . . nessuno può rapirle dalla mano del Padre
mio” (Gv 10, 28-29).
Sono parole forti, molto forti. Si riflette in esse - in un certo senso -
tutto il dramma del mistero della Redenzione.
5. Cristo dice: “Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti . . .
Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10, 29-30).
Nel mistero pasquale: nella croce e nella risurrezione si manifesta fino in
fondo l’unità divina del Padre e del Figlio. Quest’unità si esprime nella
creazione dell’uomo. Si esprime nella Provvidenza. Si esprime nella redenzione.
La redenzione è, in un certo senso, lo “sforzo” radicale e definitivo di Dio,
affinché non gli venga tolto ciò che ha creato a propria immagine e somiglianza;
affinché l’opera salvifica dell’eterno Amore possa compiersi nella storia
dell’uomo.
La Chiesa rende testimonianza a quest’Amore, rende testimonianza all’opera
della redenzione dell’uomo in Cristo. Rende testimonianza alla risurrezione,
mediante la quale è stata riconfermata fino in fondo la missione del buon
pastore. Lo testimonia pure la prima lettura ricavata dagli Atti degli apostoli,
dove Paolo e Barnaba richiamano le parole ispirate dal Signore al profeta Isaia:
“Io ti ho posto come luce per le genti, perché tu porti la salvezza sino
all’estremità della terra” (At 13, 47).
6. Nell’odierna liturgia la Chiesa vede la missione di Cristo, buon pastore,
secondo la prospettiva dell’Apocalisse, la quale, nel brano che abbiamo
ascoltato poco fa, mostra che il pastore dei fratelli è l’Agnello immolato. In
lui e per lui i fratelli sono benedetti e custoditi, come l’immagine della tenda
stesa su di loro (cf. Ap 7, 15) significativamente indica, mentre mette
pure in risalto la familiarità con Dio di cui godono i salvati. Con lui,
affrontando sul suo esempio e a sua imitazione prove e tribolazioni, portano al
mondo intero la redenzione. A motivo di ciò, “una moltitudine immensa, che
nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua” (Ap 7,
9) indossa una veste bianca che esprime l’umanità nuova di Cristo, ricevuta col
battesimo, e che indica la purezza dell’anima e l’incorruttibilità a cui il
corpo è destinato.
Così avete vestito oggi voi, ragazze e ragazzi, questi abiti. È una grande
giornata per una parrocchia quando ragazzi e ragazze ricevono la prima
Comunione. Oggi voi manifestate nei vostri abiti questa realtà stupenda di Gesù
buon pastore che conosce le sue pecore, vi chiama per nome e soprattutto cerca
di offrire la sua vita per ciascuno e ciascuna di voi. E poi i frutti di questo
sacrificio, di questa offerta della sua vita, li porta come comunione, sotto la
specie del corpo e del sangue, nei cuori dei cristiani, dei giovani e adulti,
degli anziani e poi oggi, per la prima volta, in voi che dovete ricevere la
comunione eucaristica. Io mi rallegro con voi, con i vostri genitori, con le
vostre suore, con i vostre insegnanti per questa circostanza festosa. È una
grande giornata della comunità parrocchiale quando la nuova leva dei ragazzi e
delle ragazze ricevono la prima Comunione.
Lo scopo della venuta del Figlio di Dio è di comunicare agli uomini la
salvezza. I credenti, entrati con Cristo nel flusso del suo Spirito, partecipano
della sua stessa missione: introdurre l’umanità nel rapporto definitivo col
Padre. È la missione per cui sono stati scelti e resi figli adottivi. Questa
adozione non è una semplice immagine, ma ciò per cui l’uomo è portato nella vita
di Dio, facendo sì che la verità evangelica penetri il suo modo di concepire le
cose e di impostare l’esistenza.
7. Il compito di annunciare il Vangelo e di testimoniarlo non è una
presunzione, è una responsabilità. Anzi è una scelta di amore da parte del Dio
fedele, giusto e leale (cf. Dt 32, 4), che interpella tutti i credenti,
soprattutto quelli che con speciale predilezione egli chiama al suo servizio
mediante il sacerdozio ministeriale e la vita religiosa.
E in questa quarta Domenica di Pasqua, nella quale si celebra la XXIII
Giornata mondiale per le vocazioni, mi è gradito trovarmi in una parrocchia,
perché nel messaggio che al riguardo ho indirizzato alla Chiesa lo scorso
gennaio, il mio pensiero si è rivolto in particolare a tutte e singole le
comunità parrocchiali del mondo, invitandole a considerare la cura delle
vocazioni come un’attività pienamente inserita nella loro vita e azione. La mia
presenza fra voi oggi è quindi, per me, felice circostanza per rinnovare
l’esortazione alla preghiera. Siate una comunità orante, che pone l’Eucaristia
al centro della sua vita, del suo fraterno radunarsi, domandando al Padrone
della messe di mandare operai per la sua messe (cf. Mt 9, 38). Siate una
comunità di carità, dove l’amore a Dio faccia una cosa sola con quello dei
fratelli.
8. Mentre rivolgo un sincero saluto a tutti voi, fedeli della parrocchia di
Sant’Aurea in Ostia Antica, esprimo la mia letizia per essere tra voi e per il
vedervi qui numerosi, devoti e attenti: è un segno di sincera comunione
ecclesiale.
Insieme col signor cardinale vicario e col vescovo ausiliare di zona, mons.
Clemente Riva, che saluto entrambi di cuore, sono venuto fra voi per l’amore
pastorale che porto alla diocesi di Roma e distretto, di cui questa comunità è
parte dinamica e giovane, ma con radici di fede nella storia. Dal terzo secolo
infatti Ostia è sede vescovile, il cui titolo è assegnato al signor cardinale
decano del Sacro Collegio, e ben undici Papi sono stati suoi pastori.
Il mio saluto va, poi, al parroco, padre Amedeo Eramo, O. S. A., che ha ben
preparato questa visita e che è coadiuvato da sacerdoti, i quali si prodigano
per questa comunità in fraterna unione con lui. Saluto anche le Suore
dell’Apostolato cattolico, le Suore francescane missionarie dell’Eucaristia e la
Comunità “Humanitas”, le quali collaborano attivamente alle iniziative, che sono
coordinate dal Consiglio pastorale. Saluto, infine, le associazioni: l’Azione
Cattolica Ragazzi, l’Agesci, la Caritas, i Catechisti, la Commissione
parrocchiale per gli affari economici, il coro, il gruppo del dopo-cresima e, in
special modo, l’Associazione santa Monica. Carissime sorelle, sull’esempio della
madre di sant’Agostino, che a Ostia intensamente pregò e piamente morì,
alimentate nelle famiglie un amore dolce. Pazienti nelle difficoltà, ferme nella
speranza, custodite il vincolo nuziale e educate i figli, facendoli crescere
sereni nella conoscenza di Cristo come sant’Agostino.
© Copyright 1986 - Libreria Editrice
Vaticana
|