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VISITA PASTORALE IN ROMAGNA

SANTA MESSA PER LE FAMIGLIE ALL'ESTERNO
DELLA CATTEDRALE DI SAN PIETRO APOSTOLO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Faenza - Sabato, 10 maggio 1986

 

1. “Dio mandò il suo Figlio, nato da donna” (Gal 4, 4). Con queste parole san Paolo professa la divina maternità di Maria. Il Figlio di Dio, nascendo da una donna, si fa Uomo. Come vero Uomo realizza l’eterno disegno di Dio Padre: che noi uomini, cioè, ricevessimo l’“adozione a figli” (Gal 4, 5).

Quindi non siamo più “schiavi” - insegna l’apostolo - ma siamo figli. “E se figli, siamo anche eredi per volontà di Dio” (Gal 4, 7).

E che noi siamo figli, ne è prova il fatto che “Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, che grida: Abbà, Padre!” (Gal 4, 6).

Così dunque per volontà del Padre siamo diventati figli di adozione divina: figli nel Figlio. Questa nostra “adozione” mediante la grazia si attua nella Potenza dello Spirito Santo. Colei che ha dato la vita umana al Figlio eterno di Dio, la Madre di Cristo, è pure la nostra Madre per grazia. È Madre della divina grazia.

2. Pronuncio questa professione di fede, corrispondente all’insegnamento apostolico e all’intera Tradizione della Chiesa, insieme con voi tutti, cari fratelli e sorelle, qui a Faenza, dinanzi all’effigie tanto venerata della Madre di Dio: la Madonna delle Grazie.

È per me motivo di intima gioia potermi trovare con voi davanti a questa effigie così caratteristica, che tanto ha segnato di sé la vostra storia, nelle ore liete come in quelle buie, e soprattutto - si direbbe - in queste ultime, richiamando i cuori a una sempre rinnovata fiducia nel soccorso della Madre di Dio, che non è mai mancato.

La devozione alla Madonna delle Grazie, originata nel Quattrocento presso la chiesa dei padri Domenicani, divenne poi una devozione cittadina, e tanto essa fiorì e divenne feconda, da estendersi fino alta lontana Polonia - a Varsavia e a Cracovia - e persino in Lituania. La devozione alla Madonna mi lega pertanto a voi, carissimi cittadini di Faenza, in modo particolare.

Le porte stesse delle vostre case sono spesso segnate dalla presenza dell’immagine della Vergine, la quale si presenta di frequente nelle forme gentili e delicate di quell’arte della ceramica, che ha resa la vostra Città famosa in tutto il mondo. Sia ancor oggi e sempre la Madonna delle Grazie protettrice e patrona della vostra Città, col suo dolce e materno richiamo ai cuori pentiti a confidare nella misericordia di Dio.

Davanti a questa venerata effigie, desidero salutare cordialmente tutti i presenti: le autorità religiose e civili, il vescovo mons. Tarcisio Bertozzi, il clero, i religiosi e le religiose, i ministranti, i malati, gli anziani, i sofferenti, i giovani, tutto il popolo di Dio presente a questa celebrazione liturgica. Saluto nello stesso tempo tutte le comunità di Modigliana.

3. “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna” (Gal 4, 4). In questa nascita del Figlio, del Verbo eterno da una donna: dalla Vergine nazaretana, si realizza una specialissima unione. L’unione della divinità con l’umanità nella divina persona del Figlio. L’Unione ipostatica, cioè personale. Questa unione è - secondo la testimonianza dell’intera rivelazione - manifestazione di un particolare amore di Dio per l’uomo. Quest’amore riveste tratti sponsali. Assomiglia all’amore che unisce lo sposo alla sposa. È proprio di tale amore di Dio verso l’uomo che hanno dato testimonianza i profeti dell’Antico Testamento: Isaia, Osea, Ezechiele. Si trattava, secondo loro, di amore non soltanto verso un individuo, ma verso l’intero popolo eletto, verso Israele.

Nel Nuovo Testamento la Lettera agli Efesini riprende lo stesso argomento: Cristo è Redentore e insieme Sposo della Chiesa - sua sposa. Il suo amore verso l’uomo ha un carattere redentore e sponsale. Secondo l’insegnamento contenuto nella suddetta Lettera, questo amore sponsale di Cristo verso la Chiesa è sorgente e modello dell’amore, che nel “grande mistero” (il matrimonio) (Ef 5, 32) unisce gli sposi. Il matrimonio sacramentale è immagine e partecipazione del “sacramento” degli sponsali del divino Sposo con la Chiesa.

4. Sullo sfondo di questa dottrina rivelata, l’avvenimento riferito dall’odierno Vangelo assume una particolare eloquenza. All’inizio del suo servizio messianico, Gesù di Nazaret si trova a Cana di Galilea per un banchetto di nozze. E non è neanche solo: vi è là sua Madre, ed egli ha condotto con sé i suoi discepoli. Ciò manifesta l’importanza che egli ha voluto dare all’avvenimento, e potrebbe a tutta prima sorprendere. Difatti, i Vangeli ci presentano Gesù tutto dedito “alle cose del Padre celeste” (cf. Lc 2, 49); la sua missione, per sua esplicita dichiarazione, è tesa a fondare il “regno di Dio”, che non è un regno “di quaggiù”, di “questo mondo”. La sua partecipazione a un banchetto di nozze sembrerebbe a tutta prima essere in contrasto con i suoi interessi e il suo stile di vita. E invece non è così. Il Maestro divino vuole insegnarci come orientale al regno di Dio le cose di questo mondo. Le nozze di Cana sono un episodio caratteristico di questa pedagogia divina che Gesù usa nei nostri confronti, per farci capire come i valori umani autentici possono e devono servire a un destino che trascende i limiti della vita terrena.

5. La presenza di Gesù alle nozze di Cana, se vogliamo comprenderla bene, va intesa anch’essa come un gesto col quale Gesù vuole orientarci verso il regno di Dio e farci “pensare alle cose di lassù” (cf. Col 3, 2). In quell’episodio, il Signore ci vuol richiamare al significato profondo, spirituale, dell’amore coniugale, un amore che, per essere segno e partecipazione dell’amore stesso che intercorre tra Cristo e la Chiesa, non può evidentemente essere alla mercé delle contingenze e degli imprevisti della vita presente, ma può e deve aprirsi, come legame interpersonale, indissolubile e incorruttibile, alle prospettive sconfinate del regno di Dio e della vita eterna.

È il richiamo a questo modello supremo e trascendente, illustratoci nella Lettera agli Efesini, che costituisce il criterio di una scelta coniugale veramente felice e conforme alla volontà di Dio, nonché la forza che sostiene e salva l’amore nei momenti della prova, facendolo uscire più puro, più profondo, più fecondo.

Vagliare i propri affetti e sentimenti alla luce di quel criterio, vuol dire saper riconoscere in essi ciò che può garantire un amore autentico e un matrimonio veramente cristiano: il matrimonio come sacramento. Vuol dire poter discernere quell’ideale di amore e di fecondità al quale, con l’aiuto della grazia, si dovrà e si potrà restare sempre fedeli.

6. Il mutuo consenso che si prestano un uomo e una donna, quando intendono contrarre il matrimonio cristiano, non è soltanto l’espressione di un umanissimo sentimento e patto d’amore che li coinvolge per tutta la vita, ma è anche e ancor più il “sì” che si pronuncia davanti a un mistero di fede, al quale essi s’impegnano di essere partecipi: il mistero stesso del loro matrimonio come riflesso e immagine dell’unione mistica e sponsale tra Cristo e la Chiesa. Sposarsi, quindi, per due cristiani, è innanzitutto un atto di fede, è un far entrare il loro affetto umano nell’ordine soprannaturale, è un affidare a Dio il loro amore, così che Dio stesso se ne prenda cura, garantendolo con la sua grazia e la sua benedizione. Secondo le parole stesse del divino Maestro, non sono tanto loro a unirsi, quanto è piuttosto il Padre celeste che li unisce. E loro dovere principale sarà quello di non spezzare questa unione. E ci riusciranno nella misura in cui ricorderanno che Dio stesso si è fatto garante di quell’unione e quindi, nei momenti difficili, a lui ricorreranno con piena e illimitata fiducia.

7. Carissimi sposi novelli, il Signore è particolarmente vicino a voi in questo momento tanto importante e tanto decisivo della vostra vita. È vicino a voi per trasformare il vostro amore, per arricchirne i valori già così grandi e così nobili con quelli della sua grazia; è vicino a voi per rendere stabile e indissolubile il vincolo che vi unisce; è vicino a voi per sostenervi e per accompagnarvi con la sua grazia nella vita che oggi iniziate insieme ai piedi dell’altare.

Voi, cari novelli sposi, rappresentate davanti ai nostri occhi l’innumerevole schiera delle famiglie della Romagna che, con la benedizione di Dio, hanno posto le fondamenta della loro “chiesa domestica”, come il Concilio ha chiamato la famiglia. A tutte le famiglie di Faenza e della Romagna il mio cordiale saluto e il mio benedicente augurio di ogni bene.

8. Così dunque, dinanzi alla Madonna delle Grazie di Faenza, meditiamo sull’importanza del sacramento che l’apostolo chiama “mistero grande in riferimento a Cristo e alla Chiesa” (cf. Ef 5, 32). E questo sacramento si svolge oggi in un periodo particolarmente importante del ciclo liturgico della Chiesa. Ecco infatti che nel 40° giorno dopo la risurrezione Cristo, ascendendo al Padre, ordina agli apostoli di aspettare nella preghiera la discesa dello Spirito Santo. Leggiamo quindi negli Atti degli apostoli che “ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme . . . salirono al piano superiore (cioè al cenacolo) . . . erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con Maria, la madre di Gesù” (At 1, 12-14).

Questo permanere della comunità apostolica nella preghiera insieme con Maria ha preceduto il momento della nascita della Chiesa nel giorno della Pentecoste. In questo giorno lo Spirito di Verità, il Paraclito-Consolatore discese sugli apostoli in modo sensibilmente percepibile. Ne furono testimonianza l’impetuoso rombo del vento, le lingue come di fuoco che si posarono su ciascuno dei presenti, e il dono di parlare in altre lingue: preannunzio della missione apostolica tra tutti i popoli.

Tuttavia, più ancora che nei segni esterni, la venuta dello Spirito Santo si è manifestata nella trasformazione interiore degli apostoli. Sotto il suo soffio essi diventarono spiritualmente capaci di rendere testimonianza a Cristo crocifisso e risorto. La Madre di Dio fu presente alla nascita della Chiesa. Vi partecipò maternamente così come a Cana di Galilea durante le nozze.

9. Qui, ora, presenti davanti all’immagine della Madonna delle Grazie, dobbiamo renderci consapevoli che essa esprime il mistero mirabile della Maternità divina. Il mistero di Nazaret. E quello di Betlemme. E quello di Cana di Galilea. E quello del cenacolo della Pentecoste: Maria presente in modo particolare nel mistero di Cristo e della Chiesa, come insegna il Concilio Vaticano II. Presente quando, col sacramento del matrimonio, prende inizio la “Chiesa domestica”. Presente di generazione in generazione, come particolare testimone dell’amore di Dio verso l’uomo e dell’amore sponsale di Cristo per la Chiesa.

E a tutti noi, nelle diverse circostanze, nei momenti gioiosi e in quelli tristi, nel tempo della prova e della sofferenza, all’inizio o alla fine della nostra vita, ella ripete incessantemente le stesse parole che ha pronunziato a Cana di Galilea: “Fate quello che (egli) vi dirà” (Gv 2, 5).

10. Divina Madre delle Grazie, Madre di Dio e celeste patrona di Faenza, non cessare di ripetere queste parole a noi tutti! Tu, che il popolo di Dio in questa terra ama e venera come Madre. Tu, nella quale esso ha fiducia senza limiti e alla quale si affida in ogni cosa, non cessare di condurci a Cristo! Nella vita e nell’ora della morte. Amen.


Al termine della solenne concelebrazione eucaristica svoltasi all’esterno della Cattedrale di Faenza il Santo Padre così saluta l’assemblea.  

Prima di partire e prima di concludere questa nostra assemblea eucaristica, voglio affidare ancora una volta con tutto il cuore alla Madonna delle Grazie gli sposi novelli. Assieme con loro voglio affidare a Maria tutti gli sposi, tutte le famiglie della vostra città e diocesi di Faenza e Modigliana.

In questo giorno che è anche per me un giorno molto felice a motivo di questa visita da tempo attesa, vorrei ringraziare la Madonna Faentina per tutta la sua protezione, non solamente per la vostra Città e per l’Italia, ma anche per la mia Patria. Sono nomi diversi, luoghi diversi, sia Faenza, sia Czestochowa, sia Lourdes, sia Fatima i posti prediletti, ma dappertutto e dovunque c’è sempre la stessa Vergine Madre di Dio, Madonna delle Grazie. E quando lo diciamo, siamo qui, carissimi fratelli e sorelle, davanti a un oceano immenso e insondabile perché così immenso e insondabile è il mistero della Grazia divina.

Vogliamo essere, carissimi fratelli e sorelle, in questa nostra assemblea eucaristica di oggi universali; vogliamo pensare a tutte le Grazie di Dio dappertutto e dovunque in ogni cuore umano. Grazie che sono talvolta sconosciute e solamente conosciute forse da un cuore nascosto; forse in prigione, forse nella sofferenza, forse nell’ultimo momento della vita. Tutta questa dimensione viene toccata quando parliamo della Grazia di Dio e quando invochiamo la Madonna delle Grazie.

Lascio alla vostra città e Chiesa di Faenza questa missione che viene espressa con il nome amatissimo, Madonna, Maria, Vergine Madre di Dio delle Grazie. Vorrei offrirvi di nuovo questo carisma con cui la vostra Chiesa vive da tanti secoli e che viene espressa con questa immagine, tradizione, religiosità e devozione alla Madonna delle Grazie. Ringraziando lei per le grazie dell’odierno incontro, ringrazio nello stesso tempo anche tutti voi e ciascuno, in qualche modo partecipi di quest’incontro, della sua preparazione ed efficacia ecclesiale, soprannaturale e carismatica.

Ringraziamo allora la Madonna che costituisce il segno della divina Provvidenza e il carisma della vostra Chiesa. Davanti a lei lasciamoci tutti insieme uniti nella gratitudine reciproca e continua. Amen.

 

© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana

 

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