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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN COLOMBIA

CELEBRAZIONE PER LE FAMIGLIE CRISTIANE PRESSO
LO «STADIO DELL
UNITÀ SPORTIVA PANAMERICANA»

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Cali (Colombia) - Venerdì, 4 luglio 1986

 

Amatissimi figli e figlie.

1. Con immensa gioia, quella di un padre di famiglia che, in questa meravigliosa Valle del Cauca, si riunisce con i suoi figli, desidero celebrare con voi la fede comune in Gesù Cristo risorto; egli è presente nei vostri cuori, in mezzo alle vostre famiglie in tutte le vostre attività quotidiane.

Saluto con un abbraccio di carità fraterna l’arcivescovo di Cali, come pure i pastori delle diocesi di Palmira, Buga, Cartago, del vicariato apostolico di Buenaventura e delle altre diocesi vicine, insieme ai loro sacerdoti, religiosi e religiose. Dinanzi alla venerata immagine della Vergine de las Mercedes, madre vigile e amorosa di questa terra, saluto con affetto tutte le famiglie presenti e quelle che sono spiritualmente unite a noi in questa celebrazione.

“Gustate e vedete quanto è buono il Signore” (Sal 33, 9). Sì, il Signore è stato veramente buono e generoso con questa terra meravigliosa, che ha dotato di abbondanti risorse naturali; ma la sua liberalità si è prodigata ancor più con il vostro popolo, rinomato per le sue qualità di gente lavoratrice, servizievole e affettuosa.

La mia presenza in questa città di Santiago di Cali coincide con una celebrazione giubilare: quella dei suoi 450 anni di fondazione. Con grande gioia mi unisco a voi in questa celebrazione, coronando l’immagine venerata di Nostra Signora de las Mercedes, patrona della città. Essa è stata segno della misericordia di Dio per i suoi abitanti e presenza materna nella vita delle sue genti. Possiamo ben dire con l’anima traboccante di felicità: “E c’era la madre di Gesù” (Gv 2, 1).

È consolante per la Chiesa ricordare ora che questa città, fondata sotto la protezione materna di Maria, si è andata sviluppando sulla base di famiglie cristiane che ebbero come ideale l’unità, la fedeltà, il servizio al prossimo, il lavoro intraprendente. È una realtà inoltre che la famiglia con tutti i suoi valori e ideali, umani e cristiani, ha contribuito a formare la nazionalità colombiana. Le radici cristiane della famiglia sono penetrate in profondità e, di fronte all’esplosione della violenza, la Colombia continua a mantenersi salda grazie alla solidità che le conferisce il nucleo familiare, che tramanda fedelmente i valori umani e la fede cristiana.

2. “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza” (Gen 1, 26). La liturgia della parola ci invita a contemplare, ai suoi albori, gli “inizi” dell’uomo sulla terra; in primo luogo nel pensiero e nei disegni di Dio, poi nella creazione, e finalmente nella benedizione. Tutti ricordiamo questo passo meraviglioso del libro della Genesi che ci mostra Dio al culmine dell’opera della creazione.

Obbedendo alla sua parola il caos iniziale era scomparso; la stessa parola divina aveva messo ordine nell’universo fino a popolarlo di luce e di ogni specie di esseri viventi. Proseguendo, come sollevando un velo, ecco che il sacro autore sorprende, per così dire, il Creatore in questo dialogo intimo - segno rivelatore della famiglia divina - con il quale mette fine alla narrazione: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza”. Per seguire più da vicino lo svolgimento della narrazione e per meglio assimilare il suo profondo significato, meditiamo insieme sui tre momenti che appaiono nel testo sacro.

In primo luogo, amatissimi fratelli, il testo della Genesi presenta l’uomo, l’umanità, tutti noi, nel pensiero di Dio, oggetto dei suoi disegni. Siamo stati fatti secondo un progetto originale, concepito dalla sua sapienza infinita: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza” (Gen 1, 26). Ecco la ragione più alta della dignità umana. Siamo espressione del cuore del Dio vivente, rivelazione dei suoi eterni disegni, che sono che quelli di comunicare con l’uomo, farci a sua immagine. Uomo e donna, fatti a immagine divina, furono pensati fin dal principio per prolungare nel tempo il dialogo di amore esistente nel cuore di Dio e trasmettere la sua parola creatrice, che è fonte di vita allo stesso modo in cui - parafrasando san Tommaso - la fiamma di una torcia va propagando il fuoco con cui fu accesa (cf. Summa contra gentes, 2, 46).

In un secondo momento, l’autore della Genesi ci narra la realizzazione del disegno divino sull’uomo: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” (Gen 1, 27). L’istituzione della comunità coniugale, conforme al piano divino, è il primo germoglio, la prima espressione della vocazione dell’uomo sulla terra. La prima comunità umana porta in sé la vocazione all’unione con Dio e alla comunione di persone. L’amore di Dio in seguito avrà in questo modo il suo riflesso non nella solitudine dell’uomo (cf. Gen 2, 19 ss.), ma nella sua condizione interpersonale, come un invito al dialogo con Dio stesso e con gli altri.

A tal fine - ed ecco il terzo momento della narrazione biblica - scende sull’uomo e sulla donna la benedizione divina, espressione e segno dell’amore che crea il bene e si rallegra in esso: “Siate fecondi e moltiplicatevi, dominate la terra” (Gen 1, 28). Nel dare la sua benedizione Dio, prima del possesso della terra, promette alla coppia umana la fecondità e le affida la missione di procreare e propagare il seme della vita come frutto e segno dell’amore coniugale. La stessa fecondità dell’amore, il bene degli sposi e della prole, devono essere visti alla luce del favore di Dio, come riflesso dell’immagine divina e segno della crescita progressiva nella comunità di vita: “Così che non sono più due, ma una carne sola” (Mt 19, 6). In occasione di quel giorno, il più splendido della creazione, il sacro autore annota a mo’ di conclusione: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gen 1, 31).

In rapida sequenza abbiamo contemplato tre momenti della creazione, tanto ricchi di insegnamento per noi. Innanzitutto l’uomo è immagine di Dio; uomo e donna, comunità di dialogo e di vita, sono somiglianza dello stesso Dio; nella benedizione divina il possesso e il dominio sulle altre creature non prevalgono, ma cedono il primato alla comunità di vita, all’amore. Sarebbe bene rimeditare spesso su questo primo passaggio biblico finché esso si imprima profondamente nelle nostre menti e rimanga scolpito nei cuori. Giacché, se ci guardiamo intorno, osserviamo che purtroppo questa scala di valori stabilita da Dio è sovvertita con molta frequenza nel nostro mondo di oggi. Il Signore ci ricorda in questo giorno: tutti siamo simili a lui; il suo amore all’uomo ci rende simili a lui; le altre creature sono state destinate al nostro servizio; pertanto, anteporre le cose materiali al bene dei nostri simili costituisce una vera offesa a Dio creatore.

3. La lettura del Vangelo di san Giovanni che abbiamo ascoltato è come un’eco lontana di quegli “inizi” del libro della Genesi. L’evangelista ci narra che si celebrava un matrimonio a Cana di Galilea: “E c’era la madre di Gesù; fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli” (Gv 2, 1-2). Con il cuore pieno di fede avete ascoltato, famiglie di Colombia, questo significativo brano del Vangelo. Fu proprio in quell’occasione che Gesù “diede inizio” ai suoi segni, vale a dire ai grandi prodigi con cui inaugurava i tempi messianici. “Il maestro di tavola . . . assaggiò l’acqua diventata vino, che non sapeva di dove venisse; allora chiamò lo sposo e gli disse: "Hai conservato fino ad ora il vino buono"” (Gv 2, 9-10).

Non è il giovane di Cana che offre il vino, ma Gesù. San Giovanni, che nel suo Vangelo ci parla attraverso simboli, ci sta dicendo che le nozze di Cana sono innanzitutto un segno, il primo segno della nuova alleanza, della nuova comunione di vita tra Dio e gli uomini. Gesù è lo sposo che comincia a manifestare la sua gloria mediante il segno del vino. La madre di Gesù era lì, e rappresenta la comunità chiamata all’alleanza con Cristo sposo; rappresenta tutto il popolo di Dio, sui cui membri eserciterà, quando sarà giunta l’ora, le funzioni di madre. Gesù dunque, presente a Cana con sua madre, dà ai nuovi sposi la stessa benedizione che al principio fu data da Dio all’uomo e alla donna.

Il matrimonio, la famiglia, come il buon vino, devono essere segno dell’alleanza unica con Dio, della comunione feconda e indissolubile nell’amore. Con questo primo segno, il Signore invita anche noi a gustare questo vino, ovvero la verità sulla vocazione dell’uomo e il seme divino che in essa è nascosto; la verità sugli sposi, alleanza di amore come donazione reciproca tra due persone, “che esige piena fedeltà coniugale e reclama la sua indissolubile unità” (cf. Familiaris Consortio, 20).

Dove troveremo questo vino buono, offerto dal Signore a quanti si sono inseriti nella sua famiglia? A questa domanda possiamo rispondere con sant’Agostino: “Cristo ha conservato fino ad ora il suo vino, cioè il suo vangelo” (In Jo. Ev. 9, 2: PL 35, 1459). La nostra benedizione sarà, pertanto, l’accettazione della verità di Cristo e la nostra adesione personale a lui, capace di operare nei nostri cuori il grande prodigio di “diventare figli di Dio a quelli che credono nel suo nome” (Gv 1, 12).

In conclusione, potremmo considerare questa pagina di Cana come una grammatica indispensabile, in cui troviamo sintetizzato in poche righe il vangelo degli sposi; Cristo vi ha benedetto e desidera che siate felici. Cristo e sua Madre sperano di ogni matrimonio che sia manifestazione di quella gloria divina che accompagna i nati da Dio.

Così è, amatissimi sposi colombiani. Con la benedizione di Cristo, nelle vostre famiglie, fin dal “principio” siete chiamati ad estendere la dimora dello stesso Dio. Questo è il vostro Vangelo; questa è la vostra nobilitante missione che, responsabilmente assunta e santificata per mezzo del sacramento, vi fa assomigliare all’unione di Cristo e della sua Chiesa. Così afferma usando felici espressioni san Paolo: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa” (Ef 5, 21).

“Fate quello che vi dirà”. Questa soave prova di attenzione di Maria sia motivo di incoraggiamento per i matrimoni colombiani. La nuova Eva, madre dei credenti, vuole persuadervi ad aprire senza esitazione le porte della vostra mente e del vostro cuore al soffio definitivo di Cristo e del suo Vangelo. La benedizione divina iniziale, recuperata per sempre dallo sposo, Gesù, “fatto simile a noi” e obbediente fino alla morte (cf. Fil 2, 7 ss.), sarà verità feconda se voi, simili a lui, avvalorate l’alleanza della vostra unione sacramentale con un servizio autentico, per tutta la vita alla comunione con Dio.

4. Sotto l’impulso del soffio salvifico di questa benedizione, gli uomini sono chiamati a fare della loro vita sulla terra un servizio alla civiltà dell’amore, come ci ha detto oggi san Paolo: “Rivestitevi di carità, che è il vincolo della perfezione” (Col 3, 14).

La funzione della famiglia è precisamente questa: consacrarsi al servizio dell’amore e della vita e conseguentemente agire a favore della vita e dell’amore. Infatti il matrimonio, in quanto comunità voluta da Dio stesso non si esaurisce in un semplice scambio di un assenso con valore umano e giuridico. Tanto il matrimonio quanto la famiglia che da esso nasce, sono una realtà che affonda le sue radici nei disegni di Dio, espressione del suo amore e del suo potere creatore. Per cui l’uomo e la donna, nell’unire per sempre le loro vite, concretizzazione del loro “essere a immagine di Dio”, non possono tollerare ingerenze estranee alla loro fede, che diminuiscono le esigenze del patto di amore coniugale che anche pubblicamente deve essere unico ed esclusivo, se davvero si vuol vivere con piena fedeltà il disegno del Creatore (cf. Familiaris Consortio, 11).

Come Dio si realizza nell’amore reciproco delle tre Persone della santissima Trinità, così pure il matrimonio e la famiglia debbono essere comunità di amore tra i coniugi e i figli. Da un matrimonio, da una famiglia forte e unita, in cui è presente l’amore cristiano in tutta la sua ricchezza (cf. Col 3, 16), è lecito sperare un contributo efficace alla civiltà dell’amore: di un amore che ha la sua prima espressione nella famiglia, dove si vive come un solo cuore e una sola anima (cf. At 2, 44); di un amore che è come il vino nuovo per la vocazione degli sposi: se tutti sono coinvolti nell’amore, alimentato nella conversazione con Dio e rivestito di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza (cf. Col 3, 12) esisterà anche una gioia serena, profonda e matura.

Si può dire pertanto che “fin dal principio” e più ancora in conformità con il messaggio di Cristo, la famiglia è stata voluta da Dio per essere radicalmente una comunità al servizio dell’amore e della vita. Questo e non un altro, è bene ripeterlo, è il piano di Dio, che la Chiesa rispetta e obbedisce, cercando con tutti i mezzi di rafforzare l’amore e l’unità della famiglia al servizio della vita, della società e soprattutto della dignità degli sposi e dei loro figli.

Come ho già detto nella mia esortazione apostolica sulla missione della famiglia cristiana nel mondo, la famiglia è inserita in modo tale nel mistero della Chiesa che partecipa alla sua maniera, come comunità intima di vita e di amore, alla missione di salvezza che è propria della Chiesa (Familiaris Consortio, 49-50). A loro volta il matrimonio e la famiglia cristiana adempiono meravigliosamente al disegno di Dio, quando si adoperano essi stessi a seminare e a coltivare i valori del Vangelo. Il focolare domestico, la famiglia - Chiesa domestica - deve essere altresì evangelizzatrice. Infatti, gli sposi cristiani, col battesimo, la cresima e per mezzo della forza sacramentale del matrimonio, devono trasmettere la fede e dare alla società i valori che la trasformano secondo il piano di Dio. Convinti che Cristo è presente nella famiglia, debbono essere i più idonei evangelizzatori dei propri figli, ai quali trasmetteranno la propria esperienza di fede con la parola, ma soprattutto con la testimonianza quotidiana della loro vita di sposi, di membri della Chiesa e della società.

Padri di famiglia, voi dovete essere anche i primi catechisti ed educatori dei vostri figli nell’amore. Se non si insegna ad amare e a pregare in famiglia, difficilmente poi si potrà colmare questo vuoto. La vita e la fede dei vostri figli sono tesori incalcolabili che il Signore ha messo nelle vostre mani responsabili. Mostrate loro il cammino del bene, e accompagnateli perché nei momenti di difficoltà o di crisi la vostra fermezza nella fede, la vostra testimonianza cristiana sia per loro il riferimento obbligato che ravvivi la fiamma della loro fede e l’amore che avete seminato nei loro cuori. L’evangelizzazione e la catechesi che gli sposi svolgono in seno alla famiglia devono diventare comunione ecclesiale. I padri di famiglia hanno diritto e attendono a giusto titolo retti orientamenti dei loro pastori nelle loro parrocchie e comunità mediante la predicazione ed un’autentica catechesi cristiana.

5. Quanto abbiamo appena detto a proposito dell’ambito familiare dobbiamo riferirlo pure, di conseguenza a tutte le altre forme di coesistenza e di convivenza tra gli uomini. Quando l’apostolo dice: “la pace di Cristo regni nei vostri cuori”, queste parole dobbiamo applicarle con non minor vigore dottrinale al cuore, al nucleo di ogni associazione, movimento o istituzione, e in definitiva alla società in quanto tale. Ma non dimentichiamo che tutte queste cerchie di persone si nutrono della comunità familiare da cui scaturisce, si irrobustisce e si consolida la civiltà dell’amore. Quando l’istituzione familiare vacilla o viene meno, i vincoli della solidarietà si allentano, si alimenta la disgregazione, laddove l’armonia e la pace sono il clima più propizio per il bene comune, e in ultimo le cellule basilari della società estenderanno il loro stato patologico a tutto l’organismo sociale.

Se la pace di Cristo non regna nel cuore stesso della famiglia e della società, i popoli non solo perderanno forza e vigore, ma si perderà anche il rispetto per la vita e per la dignità umana. Ho voluto ricordarlo nella mia recente enciclica Dominum et Vivificantem (Dominum et Vivificantem, 57): “Si è rivelata sempre più a tutti la grave situazione di vaste regioni del nostro pianeta . . . Si tratta di problemi che non sono solo economici, ma anche e prima di tutto etici. Sennonché, sull’orizzonte della nostra epoca si addensano "segni di morte" anche più cupi; si è diffuso il costume . . . di togliere la vita agli esseri umani prima ancora della loro nascita o anche prima che siano arrivati al naturale traguardo della morte”.

Madri colombiane! Sposi responsabili! Difendete sempre la vita. Ricordate come Gesù volle essere riconosciuto da Giovanni Battista quando era ancora nel ventre materno, si rallegrò e sussultò di gioia dinanzi alla sua presenza nel seno verginale di Maria. Sposi e padri di famiglia, difendere la dignità dell’amore è difendere la società. Minacciano la famiglia le ideologie e le istituzioni che a livello psicologico o con qualsiasi altra forma di coazione spingono la coppia e inducono le persone a distruggere le fonti della vita e a negare di accogliere con amore una nuova esistenza. La paternità e la maternità responsabili sono prova di amore e di servizio alla pace e alla vita.

6. Amatissimi colombiani, se non ci decidiamo a estirpare dai nostri cuori queste spine pungenti, che soffocano nel suo germe il dinamismo della vita, della cultura e della civiltà, la nostra società, l’umanità intera, arriverà a una progressiva atrofizzazione della coscienza di tutti i suoi membri e delle sue istituzioni, abbagliati da ingannevoli modernismi a falsi progressi che negano la verità sull’uomo e tendono a vedere in Dio un ostacolo e non la fonte della liberazione, la pienezza del bene. Ecco la falsa libertà che invece di costruire la pace e la civiltà dell’amore genera solo amarezza e desolazione (cf. Dominum et Vivificantem, 37-38).

7. La pace nei cuori fa parte del regno di Cristo, che è anche supremazia della verità e della giustizia; pace nei cuori che è anche amore sociale, quando consegue efficacemente la concordia tra le persone, le famiglie e le istituzioni.

Uomini e donne che mi ascoltate: tutti insieme componete la grande famiglia colombiana, desiderosa di conseguire e usufruire di questo bene insostituibile, condizione indispensabile per difendere e promuovere la vita a tutti i livelli. Questa cara comunità ama - lo so bene - dal più profondo del suo cuore la pace, immagine ed effetto della pace di Cristo, e si sacrifica per lei. È questa un’aspirazione e una missione che non deve affievolirsi nel vostro animo, neppure in momenti di inquietudine, di turbamento o di minaccia per l’ordine sociale, internazionale o mondiale. Si possono affidare giudiziosamente - mi chiedo - il bene degli uomini e dei popoli, il progresso della civiltà, a iniziative di individui o di gruppi organizzati che, ad esempio, pretendano di instaurare sistemi o ideologie che tollerano la violenza, perturbano sistematicamente l’equilibrio sociale con mezzi sovversivi, o anche pretendano di risolvere le situazioni critiche attraverso le vie sbrigative del terrorismo o della guerriglia?

Mi risulta, miei diletti, che il vostro cuore non e stato, non è totalmente estraneo a queste inquietudini; ma altrettanto certo è che, grazie alla guida sapiente dei vostri pastori e all’azione paziente e costante dei responsabili dell’amministrazione pubblica - gli uni e gli altri, nel proprio rispettivo campo - sono andati svolgendo sempre più i loro urgenti compiti, orientati rispettivamente a estendere il regno di Cristo e a “creare un ordine politico, sociale ed economico che serva meglio l’uomo e aiuti le persone e i gruppi ad affermare e a sviluppare la propria dignità” (Gaudium et Spes, 9).

“La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente” (Col 3, 16). Sì. La parola di Cristo è ricca. Serve alla costruzione e non alla distruzione. Serve alla giustizia, all’amore, alla pace e non all’odio. Instaura e rafforza i vincoli tra gli uomini e non scava abissi tra di loro. Promuove l’unione e non la discordia.

Preghiamo affinché questa parola di salvezza “dimori” in voi abbondantemente: nelle vostre famiglie, nelle vostre comunità, in tutte le genti che popolano la Patria colombiana, in tutta l’umanità. Possa dimorare in voi questa parola di salvezza! Che sia viva e operante! Che costruisca la civiltà dell’amore!

Amati fratelli e sorelle: “Tutto quello che fate in parole e opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre” (Col 3, 17). Amen.

 

© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana

 

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