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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN COLOMBIA

ORDINAZIONI EPISCOPALI NELL'AEROPORTO «OLAYA HERRERA»

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Medellin (Colombia) - Sabato, 5 luglio 1986

 

1. Carissimi fratelli nel sacerdozio di Cristo: “Non vi chiamo più servi . . . ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15, 15).

Durante la celebrazione dell’ultima cena Gesù pronunciò queste parole, rivolte agli apostoli mentre istituiva il sacramento del suo corpo e del suo sangue e incaricava loro: “Fate questo in memoria di me” (Lc 22, 19). Queste parole sono collegate in modo del tutto particolare con la vocazione sacerdotale. Cristo rende sacerdoti gli apostoli, affidando nelle loro mani il Sacramento del suo corpo e del suo sangue. Quel corpo che sarà offerto sulla croce, quel sangue che sarà sparso (ora sotto le specie del pane e del vino) costituiscono la Memoria del sacrificio della croce di Cristo.

Nel cenacolo, Cristo chiama amici gli apostoli, perché ha donato loro il suo corpo ed il suo sangue. Da quel momento, realizzando sacramentalmente questo sacrificio, dovevano operare in suo nome, rappresentandolo personalmente, “in persona Christi”.

2. In questo consiste la grandezza essenziale del sacerdozio ministeriale, della quale oggi farà partecipi, per mezzo del sacramento dell’Ordine, voi, figli della Chiesa di Colombia, della Chiesa di Medellín. È un giorno molto importante nella vostra vita e nella vita di questa Chiesa, che in questa circostanza desidero salutare cordialmente. Saluto con affetto il popolo cristiano che si è riunito questa sera nell’aeroporto di “Olaya Herrera”.

Siete, per la maggior parte, fedeli della Provincia ecclesiastica di Medellín, Antioquia, Jericó, Santa Rosa de Osos, Sonsón-Rionegro e di altre circoscrizioni vicine. La nobiltà cristiana delle vostre famiglie - vivai di vocazioni sacerdotali e religiose - e la profonda adesione alla Chiesa, sono state le caratteristiche di questa amata regione della Colombia.

3. La liturgia di oggi ci indica, in modo particolarmente profondo, la verità sulla vocazione sacerdotale. La vocazione è anzitutto una iniziativa di Dio stesso. Dio chiama continuamente persone concrete al sacerdozio, così come nel passato ha chiamato il profeta. È impressionante la descrizione che di tale chiamata fa Geremia: “Prima di formarti nel seno materno, ti conoscevo” (Ger 1, 5). Il “conoscere” di Dio significa elezione, chiamata a partecipare alla realizzazione dei suoi piani salvifici. Alla luce del mistero dell’Incarnazione, questa scelta si ricollega strettamente con Cristo sacerdote: “Ci ha scelti prima della creazione del mondo” (Ef 1, 4).

“Prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato” (Ger 1, 5). La consacrazione a Dio è dedizione piena, totale, per tutta la vita, a un incarico o missione, sotto l’azione dello Spirito del Signore che unge e invia (Is 61, 1). Mediante gli ordini sacri il sacerdote partecipa dell’unzione e della missione di Cristo sacerdote e buon pastore, “mi ha consacrato con l’unzione mi ha mandato ad annunziare ai poveri un lieto messaggio” (Lc 4, 18).

Da ciò consegue che l’impegno del sacerdozio porta il sigillo dell’eterno. Siete consacrati per sempre. Non è una decisione soggetta alle oscillazioni del tempo né alle vicissitudini della vita. Essa non può fondarsi su sentimenti o su emozioni passeggere. Comporta, come l’amore autentico, la permanenza nella fedeltà. Siete chiamati a restare sempre con il Signore, a perpetuare giorno dopo giorno la sua amicizia per modellarvi sul suo cuore. Soltanto alla luce di questo amore si possono comprendere e vivere le esigenze evangeliche che il sacerdozio ministeriale comporta. La vostra gioventù la dovete mettere pienamente e senza riserve al servizio di Cristo, per convertirvi in strumenti di salvezza senza frontiere.

“Non temerli”, ci dice la prima lettura del profeta Geremia: non c’è posto per i dubbi e per gli scoraggiamenti; “perché io sto con te” (Ger 1, 8), ci ripete il profeta. La debolezza umana non è un ostacolo, quando la sappiamo riconoscere e la poniamo fedelmente e con fiducia nelle mani di Dio. Gesù risuscitato sottolinea questa presenza: “Sono io” (Lc 24, 36), “sarò con voi” (Mt 28, 20). Per questo è possibile compiere la missione del Signore: “Va’ da coloro a cui ti manderò” (Ger 1,7); “Ecco, ti metto le mie parole sulla bocca” (Ger 1, 9). Sono “parole di vita eterna” (Gv 6, 68), che sostengono la generosità dell’inviato e assicurano il frutto dell’apostolato, anche se attraverso il mistero della croce.

4. È lecito aver paura della parola e della chiamata di Dio? No! Si può temere la debolezza umana, ma la chiamata che viene da Dio, mai. Essa, di fatto, indica sempre un cammino meraviglioso: chiama a una partecipazione peculiare alle “grandi cose di Dio”. Conviene, pertanto, ascoltare attentamente le parole dell’apostolo nella lettera agli Efesini: “Vi esorto dunque io, prigioniero del Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza” (Ef 4, 1-2).

Amatissimi figli, pensate inoltre che il cammino verso la santità sacerdotale e l’apostolato è un cammino di povertà biblica. Quando riconosciamo la nostra debolezza, allora siamo forti (cf. 2 Cor 12, 10). Questo atteggiamento di umiltà, che è autenticità e verità, vi farà riconoscere con gioia che la vocazione sacerdotale è un dono del cuore di Cristo e un’opzione che arriva nel più profondo del cuore e della coscienza.

Nella vocazione sacerdotale si sperimenta il contrasto tra la forza e la santità del Maestro che chiama, e la fragilità e la pochezza di coloro che sono scelti. Il timore davanti alla sublimità, e la grandezza della missione che vi viene affidata, lo avrete sperimentato già in voi stessi; però sentite anche la sicurezza e la gioia di sapere che è Gesù colui che chiama, che egli sarà sempre con voi e vi darà le energie e la gioia per essere fedeli al suo servizio. E lui non abbandona mai i suoi seguaci.

5. La vocazione sacerdotale è un dono per la Chiesa. Nella Chiesa esistono differenti doni, come ci insegna l’apostolo: “A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo” (Ef 4, 7). Tutti questi doni differenti costituiscono una “parte” essenziale e irripetibile di quel “dono di Cristo”. In effetti, tutte le grazie e i carismi servono congiuntamente “per edificare il corpo di Cristo” (Ef 4, 12). Fra tutti questi doni, il sacerdozio ministeriale acquista un’importanza peculiare.

Partecipiamo in modo speciale del sacerdozio di Cristo. Anche se “dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia” (Gv 1, 16) ciascuno partecipa di questo “dono di Cristo” secondo grazie e carismi particolari, sempre al servizio della comunità ecclesiale che è comunione di fratelli. La diversità e la peculiarità dei doni bisogna riconoscerla, amarla e viverla, proprio per costruire l’“unico corpo” di Cristo che è la Chiesa, animata da “un solo Spirito”. Nella misura in cui amerete gioiosamente il vostro sacerdozio, vi sentirete chiamati ad apprezzare, rispettare, suscitare e coltivare gli altri carismi della comunità ecclesiale, per costruire il Corpo di Cristo fino alla perfezione e alla pienezza (cf. Ef 4, 12). L’identità sacerdotale è perciò una realtà gioiosa che si sperimenta quando amiamo il dono ricevuto per servire e migliorare gli altri, con l’impegno di “dare la vita” come il buon pastore (Gv 10, 15).

6. Se la azione sacerdotale è un dono così grande per la Chiesa, ciò vuol dire che non appartenete più a voi stessi, ma siete divenuti proprietà di Cristo che vive nella Chiesa e che vi aspetta nei molteplici campi dell’apostolato. Appartenete a Cristo e appartenete alla Chiesa, che è la sua “Sposa senza macchia”, “quella che Cristo ha amato e ha dato se stesso per lei” (Ef 5, 25).

Questo si chiede a voi: che amiate. L’amore a Cristo e l’amore al sacerdozio non sarebbero possibili senza amare profondamente la Chiesa, la quale, nonostante le limitazioni proprie della sua condizione di pellegrina, non cessa di essere il corpo di Cristo, la sua sposa e il popolo di Dio.

7. Servite il gregge come presbiteri, “sorvegliandolo non per forza ma volentieri, secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo . . . facendovi modelli del gregge” (1 Pt 5, 2-3). Che le comunità vi possano riconoscere quali annunciatori del Vangelo, dediti a questa missione di cui il mondo ha tanta urgenza, a tempo pieno, senza invadere altri campi e lavori secolari che non vi riguardano, nel luogo indicatovi dal vescovo, del quale sarete collaboratori, in leale unità, quali pastori solleciti che rispecchiano in tutto la loro condizione sacramentale: nel profondo dell’anima, nel comportamento pastorale e nel comportamento esterno.

Seguire Cristo comporta inoltre che vi sentiate davvero Chiesa, con amore di figli, disposti alla collaborazione responsabile, con un attaccamento pronto e generoso alla sua disciplina e alle sue norme, cooperando lealmente con il vostro vescovo. Soltanto rimanendo con Cristo, vivendo con lui, facendo sì che informi la nostra vita, sarà possibile annunciarlo con decisione, con franchezza, con slancio, comunicando l’esperienza che si vive nel mistero e nella comunione con la Chiesa “sacramento universale di salvezza” (Ad Gentes, 1).

8. In tal modo, carissimi fratelli e sorelle, sperimentiamo oggi, tutti noi qui presenti, in maniera particolare, quell’amore del Padre di cui parla Cristo agli apostoli nella vigilia della sua morte. “Come il Padre ha amato me, così anche io ho amato voi” (Gv 15, 9). In Cristo l’amore del Padre si converte per noi in sorgente inesauribile di vita e di luce. “Il sacerdozio è l’amore del cuore di Gesù”, soleva dire il santo curato d’Ars, di cui celebriamo, quest’anno della vostra ordinazione, il secondo centenario della nascita.

Effettivamente, “nessuno ha amore più grande di colui che dà la vita per i suoi amici” (Gv 15, 13). Ed è proprio Cristo colui che dà la vita per noi. E questo suo “dare la vita”, questo sacrificio rimane nella Chiesa e, mediante la Chiesa, rimane nell’umanità di generazione in generazione. Rimane attraverso la parola del Vangelo e nell’Eucaristia, sacramento della morte e risurrezione di Cristo. Rimane, pertanto, per mezzo del ministero dei sacerdoti. E attraverso questo ministero si rinnova e si fa presente in tutti i tempi.

Dall’alto della croce e dal cuore del suo sacrificio salvifico, Cristo continua dicendoci: “Rimanete nel mio amore” (Gv 15, 9).

9. Il Signore dice oggi a voi tutti, carissimi ordinandi, in modo del tutto particolare: “Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore”. Sì! “Come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore” (Gv 15, 10). In queste parole si manifesta davvero il vincolo o la relazione divina traslata alla dimensione dell’esistenza dell’uomo.

Sappiamo bene quali sono i comandamenti che costituiscono la fermezza di questo vincolo di permanenza nell’amore di Cristo. Sappiamo molto bene quali sono i principi della vita sacerdotale, quali sono le esigenze della disciplina sacerdotale che costituiscono la fermezza di questa corrispondenza. Si tratta davvero, di un seguire sacrificato che esclude ogni forma di collocazione ed esige la maggiore disponibilità possibile, come si richiede a colui che non ha dove poggiare il capo. È un impegno che include tutta l’esistenza, senza ritardi, senza compromessi, così come esige il Messia, Figlio di Dio, che con la sua parola calma la tempesta, cura gli infermi, evangelizza i poveri, caccia i demoni, riconcilia l’umanità per rigenerarla alla vita. Egli esige la piena sottomissione alla volontà del Padre, il quale vi può condurre, come Pietro, là dove non vorreste andare (cf. Gv 21, 18). Però egli va sempre avanti, portando amorosamente la stessa croce che mette sulle nostre spalle e che rende più leggera. In effetti, dice il Signore: “Il mio giogo è soave e il mio carico è leggero” (Mt 11, 30).

Una vita coerente con queste esigenze, una vita vissuta con questo amore, apre davanti a noi nello stesso tempo la prospettiva della gioia divina. “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15, 11). “È questa la vera gioia pasquale” (Presbyterorum Ordinis, 11), caratteristica dell’identità sacerdotale e preludio alla fioritura di vocazioni sacerdotali. Questo è il senso della vocazione sacerdotale e del servizio, o ministero sacerdotale del popolo di Dio.

“Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Gv 15, 16), dice il Signore. Queste parole le abbiamo tutti incise a fuoco nei nostri cuori: voi e io! Sono le parole di Gesù nel contesto familiare e intimo dell’ultima cena, quando il Signore apre amichevolmente il suo cuore ai discepoli. È la gratuità della scelta di quelli che costituisce suoi ministri, ai quali affida una missione di particolare importanza. È Dio che inizia il dialogo nella storia della salvezza, intessuta della meravigliosa realtà del suo amore. È lui che prende l’iniziativa con la forza trasformante della sua Parola che tutto ricrea. “Lui ci ha amato per primo” (1 Gv 4, 9).

Per questo aggiunge il Signore: “Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga” (Gv 15, 16). Così come rimane, in modo ammirevole, il frutto della prima semina del Vangelo in questa terra e in questo continente, così resterà il vostro frutto, oggi, in questo scorcio finale del secondo millennio cristiano, mentre si sta per compiere il quinto centenario dell’inizio dell’evangelizzazione dell’America Latina.

10. Perché rimane questo frutto di vita cristiana? Forse perché coloro che lo hanno seminato seppero, nello stesso tempo, pregare, chiedere nel nome di Cristo: “perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome ve lo conceda” (Gv 15, 16). E lo concederà anche a noi. L’amore fraterno sarà la garanzia della nostra unione con Cristo e segno efficace di evangelizzazione: “Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri” (Gv 15, 17). L’efficacia del Vangelo produce frutti che molte volte i nostri occhi non vedono. La grazia del Signore attende segretamente nei cuori. Viviamo oggi del seme che generazioni di generosi missionari piantarono nella feconda terra colombiana e che la grazia di Dio ha fatto germogliare e dare frutto.

In questo giorno così importante per la Chiesa della Colombia, guardiamo verso il futuro con fiducia. La Chiesa vi ringrazia per lo sforzo che voi, amati fratelli vescovi e superiori religiosi, state realizzando nel campo delle vocazioni, con la cooperazione di solleciti e idonei formatori, attenti alle norme della Chiesa e all’integra formazione spirituale, accademica e pastorale dei candidati al sacerdozio e alla vita religiosa. Ringrazio e benedico per l’ingente lavoro che si è realizzato nella pastorale delle vocazioni. L’incremento di questa deve aprire generosamente il cuore con spirito di corresponsabilità e missionario, in modo che si possa prestare l’aiuto necessario alle altre Chiese sorelle che soffrono oggi di carenza di sacerdoti.

Guardando Maria, Madre della Chiesa e Madre amorosa dei sacerdoti, in questo momento così solenne, ognuno si sentirà invitato a imitare il suo amore materno: “La Vergine infatti nella sua vita fu il modello di quell’amore materno, del quale devono essere animati tutti quelli che nella missione apostolica della Chiesa cooperano alla rigenerazione degli uomini” (Lumen Gentium, 65).

“Passa la scena di questo mondo” (1 Cor 7, 31). Passano le generazioni di tutti i popoli e di tutte le nazioni. Ma le parole del Signore non passano. Le parole di Gesù pronunciate nell’ultima cena si faranno adesso realtà per mezzo del sacramento dell’Ordine che stiamo per conferire ai candidati qui presenti. L’intera Chiesa della Colombia intorno ai suoi vescovi; la Chiesa universale intorno al successore di Pietro, rivolge la sua fiduciosa orazione al Padre per questi diaconi che oggi, nella città di Medellín, riceveranno l’ordine del presbiterato. Amen.


Al termine della concelebrazione

Questo è un giorno di gioia e di speranza per la Chiesa di Dio, che è pellegrina in Colombia, così come per la Chiesa universale. Ma la gioia che risveglia in noi questa fiorente primavera sacerdotale di ordinazioni, è profondamente turbata nel mio spirito e in quello di tutti i figli della Chiesa - anzi, direi che anche in tutte le persone sensibili all’esigenza della libertà e del dovuto rispetto ai diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino - è profondamente turbata, dico, per la triste notizia che mons. Pablo Antonio Vega Mantilla, vescovo prelato di Juigalpa e vicepresidente della Conferenza episcopale di Nicaragua, è stato allontanato con la forza dalla sua prelatura ed espulso dalla sua propria patria. Questo fatto quasi incredibile mi ha profondamente rattristato, tanto più che evoca epoche oscure - non ancora troppo lontane nel tempo, ma che ben si potevano ragionevolmente credere superate - nell’attività che compie la Chiesa. Vorrei sperare bene che i responsabili di questa decisione riflettano sulla gravità della misura presa, che inoltre contraddice reiterate affermazioni di volere una pacifica e rispettosa convivenza con la Chiesa. Nella mia pastorale sollecitudine per la Chiesa nicaraguense innalzo, con la mia più viva deplorazione, la mia fervida preghiera all’Altissimo perché assista con la sua grazia mons. Vega, il clero, i religiosi e le religiose e i fedeli della sua prelatura di Juigalpa, i miei fratelli nell’episcopato col caro cardinale Obando Bravo, e tutta la Chiesa del Nicaragua, in questi momenti di prova, nei quali contano la preghiera di tutta la Chiesa e la mia affettuosa benedizione apostolica.

 

© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana

 

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