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VISITA PASTORALE AD ANAGNI

CELEBRAZIONE EUCARISTICA IN PIAZZA INNOCENZO III AD ANAGNI

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Anagni (Frosinone) - Domenica, 31 agosto 1986

 

“Sei tu, Signore il Padre degli umili”.

1. Abbiamo cantato insieme questo versetto del salmo responsoriale, che è come il motivo conduttore di tutta la liturgia della Parola di questa domenica, che ho la gioia di celebrare insieme con voi, in questa storica cattedrale.

I giusti si rallegrino . . . e cantino di gioia. Cantate a Dio, inneggiate al suo nome. “Signore” è il suo nome (cf. Sal 67). La gioia a cui siamo invitati è quella di saperci amati da Dio: da quel Dio che è il Signore e, allo stesso tempo, il Padre degli umili. Siamo chiamati a prostrarci davanti a lui, alla sua maestà, nella consapevolezza della nostra pochezza. È lui che esalta e consola (Manzoni). È lui che ama i piccoli e i poveri. È lui che disperde i superbi, rovescia i potenti, e innalza gli umili (cf. Lc 1, 51).

“Sei tu, Signore, il Padre degli umili”.

2. La parola di Dio ritorna insistentemente in questa Messa sul valore e sulla necessità dell’umiltà. È una lezione molto importante, che dobbiamo imparare a fondo se vogliamo davvero camminare per la via della Verità. Infatti l’umiltà è verità. E la prima fondamentale Verità è l’assoluta trascendenza di Dio creatore, manifestata nell’infinita bontà di Cristo redentore: realtà supreme e decisive, davanti alle quali l’uomo si sente insieme esaltato come figlio e abbassato come umile creatura, che non può vantarsi di nulla.

Tutto ciò nel mondo ci educa a ciò: la nostra piccolezza di fronte alle meraviglie della creazione, la nostra impotenza davanti alle forze della natura, terribili e indomate. La scienza stessa ci aiuta a mantenere in noi questo spirito di umiltà: considerando l’immensità dell’universo che ci attornia, con i suoi spazi forse in espansione e con la moltitudine sconfinata delle galassie e dei sistemi planetari; meditando sul microcosmo che è l’atomo, con le sue particelle subatomiche e le sue forze coesive, e sul prodigio organico dei cromosomi, con i geni e le componenti chimiche che li strutturano; riflettendo sulle straordinarie azioni e reazioni dei neuroni del cervello umano, del cui apporto l’anima si serve per esprimere il pensiero, si giunge logicamente alla lode e all’ammirazione di quella Intelligenza infinita, che tutto ha creato e ordinato in modo così armonioso e perfetto.

Non rimane allora che il riconoscimento della propria totale dipendenza dall’Altissimo: la vera saggezza è solo l’umiltà di fronte a Dio, che di conseguenza diventa senso dell’adorazione, della confidenza nel suo amore, della fiducia nella sua Provvidenza, anche quando i suoi disegni possono apparire oscuri e intricati.

Ecco perciò risplendere di suprema sapienza le parole del Siracide: “Figlio, nella tua attività sii modesto . . . Quanto più sei grande, tanto più umiliati; così troverai grazia davanti al Signore, perché dagli umili egli è glorificato” (Sir 3, 17-20). La storia insegna che purtroppo l’orgoglio è stato ed è la causa di infiniti mali; anche la negazione di Dio o la rivolta contro di lui sono quasi sempre espressione della ragione che si crede autosufficiente, e non vuole piegarsi di fronte alla maestà onnipotente del Creatore, né accettarne il mistero.

3. Su questa stessa linea è l’insegnamento del Vangelo odierno, che espone in forma semplice e piana questa realtà. Gesù, infatti, partecipando a un pranzo in casa di uno dei capi dei farisei, coglie l’occasione per insegnare ad essere umili. Ci dice di scegliere l’ultimo posto, di accontentarci del poco, di cercare non l’appariscenza del sembrare, ma la realtà dell’essere. Davanti a Dio siamo nulla; e anche davanti agli uomini siamo ben poco, anzi diventiamo ridicoli, persino miserevoli se prendiamo pose e atteggiamenti di autosufficienza, di vanagloria.

Gesù, però, non vuole soltanto suggerire delle indicazioni di buona educazione e di comportamento avveduto; egli vuole soprattutto quadrare la mente, e dare idee grandi e luminose per la nostra vita. Egli infatti soggiunge: “Chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato” (Lc 14, 11). Questo talvolta può già avvenire su questa terra, in questa nostra vita; ma ciò è secondario. Essenziale è che l’umile sarà esaltato in cielo da Dio stesso. “Vuoi essere grande?”, chiedeva sant’Agostino; e rispondeva: “Comincia dalle cose più piccole. Vuoi innalzare una costruzione di grande altezza? Prima pensa al fondamento della bassezza” (S. Augustini Sermo 69, 1,2). Se vogliamo veramente costruire l’edificio della nostra santificazione, bisogna fondarlo sull’umiltà.

Gesù ci è di modello. Egli, come dice san Paolo, “pur essendo di natura divina . . . spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo . . .; umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2, 6-8). Come non sentirsi, come non essere piccoli e umili davanti al mistero dell’incarnazione e della redenzione, davanti al Figlio di Dio che vagisce a Betlemme, che si avvolge di silenzio a Nazaret, che vive un’esistenza di povero, che muore su una nuda croce? È Gesù il primo, il vero umile, l’unico che ha veramente glorificato Dio - infatti Dio è “glorificato dagli umili”, ci ha ancora detto il Siracide (Sir 3, 20) - perché si è umiliato in tutta la sua esistenza, pur manifestando vittoriosamente la sua potenza di Signore, ed è stato ciò che egli stesso si è definito: “mite e umile di cuore” (Mt 11, 29).

“Sei tu, Signore, il Padre degli umili”.

4. Quando l’uomo si colloca davanti a Dio in questa dimensione, che è l’unica giusta, allora, come per uno straordinario paradosso, Dio lo esalta. Dio si china verso la sua bassezza per elevarlo fino a sé; gli dona se stesso in eredità; lo chiama al possesso dei beni più grandi, lo rende partecipe della sua vita, dei suoi doni, delle realtà eterne che sono le sole che rendono grande l’uomo.

Questo insegnamento ci è dato dal brano della Lettera agli Ebrei che abbiamo udito nella seconda lettura. L’autore fa notare che, mentre il popolo d’Israele si avvicinava a Dio con paura e timore, ora, dopo che Gesù, il Verbo incarnato, è venuto ad abitare tra noi, ci possiamo accostare con gioia “al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti portati alla perfezione, al mediatore della nuova alleanza” (Eb 12, 22-24).

Carissimi fratelli e sorelle! Ecco, tutte queste realtà trascendenti sono diventate nostre nell’atmosfera soprannaturale, in cui siamo immersi. La parola di Dio ci spinge e ci stimola alla fiducia piena e totale in Colui che ci ha creati per il fatto che Cristo è diventato uno con noi e come noi, tutto ciò che è suo è diventato nostro, come ben sottolinea san Giovanni della Croce in un suo celebre passo: il cielo e la terra, il presente e l’avvenire, i meriti dei santi, la Chiesa dispensatrice di grazia, l’amore e la comunione di vita con Dio Trinità, tutto è ormai nostro possesso: “Tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio” (1 Cor 3, 22-23). Ecco la vera grandezza dell’uomo e della donna, la grandezza che non passa mai, che non si altera con l’alternarsi delle vicende storiche, che non appassisce né muore. Tutto è nostro perché Dio si è abbassato fino a noi per elevarci fino a sé. La vera grandezza è quella data da Dio a chi lo accoglie con cuore umile e puro.

“Sei tu, Signore, il Padre degli umili”.

5. Da questi ampi orizzonti oggi Cristo ci invita ad aprire il cuore alle stesse dimensioni del suo cuore santissimo. Come lui, noi dobbiamo far nostre le sofferenze e le ansie di tutti gli umili del mondo, dei poveri, degli affamati, degli emarginati. Gesù è venuto per questo, come abbiamo cantato al versetto dell’Alleluia: “Il Signore mi ha mandato ad annunziare ai poveri la buona novella a proclamare ai prigionieri la liberazione” (Lc 4, 18).

E infatti il Vangelo oggi ascoltato è anche e soprattutto una grande lezione di amore ai fratelli più provati. Nell’accettare l’invito a pranzo, Gesù dimostra di gradire molto la gentilezza dell’ospite; ma lo invita a una più grande generosità: “Quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi”. Così Gesù dimostra la sua preferenza per i sofferenti, e lancia il messaggio fondamentale del Vangelo, che è servizio compiuto per amore di Dio e dei fratelli: “Sarai beato perché non hanno da ricambiarti . . . Riceverai la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti” (Lc 14, 13-14).

Tali parole sono una continua sfida alla nostra fede. Bisogna credere, ma bisogna anche agire, cioè testimoniare e vivere il cristianesimo mediante la carità disinteressata e concreta. Anche ai nostri giorni, nonostante tutte le conquiste della scienza e della tecnica e la più vasta dilatazione della cultura e del benessere, la carità continua ad essere necessaria, perché è sempre presente tra noi il fratello che soffre. Tutti devono esserne consapevoli, a livello sia personale sia sociale. Quindi ogni cristiano, come ogni diocesi e parrocchia, ogni famiglia cristiana e ogni gruppo laicale devono sentirsi impegnati nell’esercizio della carità, nelle forme che oggi si offrono alla disponibilità di ciascuno: “Caritas”, Volontariato, Conferenze di san Vincenzo, opere assistenziali e di ricupero, aiuto e assistenza alle persone anziane, inferme o in comunque handicappate. Per vivere in modo autentico la propria fede cristiana, bisogna fare in modo di giungere alla sera di ogni giorno dopo aver realizzato l’impegno della carità: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli - dice il divin Maestro - se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 35).

6. Carissimi fedeli di Anagni. Vi ripeto la mia gioia per essere venuto tra voi a celebrare questa Eucaristia. Ringrazio e saluto ancora una volta mons. Umberto Florenzani, il sindaco e le altre autorità; ringrazio e saluto i vostri sacerdoti, i religiosi e le religiose, e tutti voi che siete venuti così numerosi. Mi è caro esprimervi il mio vivo compiacimento per quanto avete realizzato sotto la guida del vostro pastore: la Missione popolare nell’aprile scorso e il IV Congresso eucaristico diocesano; e ricordo l’indizione del Sinodo, che verrà celebrato nell’autunno del 1989. Invoco dal Signore sui vostri propositi e sulle varie iniziative pastorali l’abbondanza dei celesti favori: egli continuerà a illuminarvi e a confermarvi nella via del bene, per un’autentica prosperità umana e cristiana, mantenendo sempre vivi e fervorosi i principi religiosi ereditati dai vostri antenati fin dal secolo II dopo Cristo, quando il Vangelo raggiunse queste terre e si radicò anche a prezzo di martirio.

7. “I giusti si rallegrino . . . e cantino di gioia”. Questa gioia perenne vi auguro dal profondo del mio cuore: la gioia di amare Dio, di vivere in Cristo, di essere Chiesa. E vi raccomando di prepararvi al Sinodo con impegno esemplare, nella preghiera assidua e nello studio volenteroso della dottrina cristiana, perché siano illuminate le vostre menti, infervorati i vostri cuori, e anche i lontani possano essere toccati dalla grazia.

Che Maria santissima sia sempre la stella limpida e benigna che guida i vostri passi sulle vie del Signore. In questa terra che fu del grande Leone XIII non possiamo dimenticare con quanta insistenza e premura, con quanta ricchezza di dottrina e tenerezza di pietà egli abbia raccomandato a tutto il mondo l’amore a Maria, specialmente con la recita del Rosario, da lui stupendamente illustrato con innumerevoli documenti. Lei, che nel Magnificat ha celebrato quel Dio che innalza gli umili; lei, che ha affidato queste parole alle labbra della Chiesa orante, ci insegni ad amare la vera grandezza, che consiste nell’umiltà, e a praticare il Vangelo che è la buona novella ai poveri.

Sei tu, Signore, il Padre degli umili. Per Cristo, mite e umile di cuore. Con Maria, l’umile Vergine di Nazaret. Amen.

 

© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana

 

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