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CANONIZZAZIONE DEL BEATO GIUSEPPE MARIA TOMASI

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Basilica Vaticana - Domenica, 12 ottobre 1986

 

1. “Il Signore è il mio pastore” (Sal 22 [23], 1). La Chiesa ripete queste parole costantemente.

Le ripete oggi - in questa domenica d’ottobre - con spirito di particolare gratitudine e di spirituale entusiasmo.

Sì. Il Signore è il mio pastore. La verità di queste parole è riconfermata specialmente quando alla Chiesa è dato di costatare l’opera della santità nella vita dei suoi figli e delle sue figlie.

L’opera della santità, opera di Dio stesso, opera di Cristo, eterno Pastore, opera dello Spirito Santo che agisce nell’uomo.

L’opera della santità: opera dell’uomo dedito a Dio, obbediente alla grazia. “Gloria Dei vivens homo”,

2. Proprio oggi è dato alla Chiesa, e particolarmente a questa Sede Apostolica, di confermare ancora una volta la santità dell’uomo, la quale è l’opera suprema di Dio nell’universo creato. È il dono più pieno.

Questa santità si è manifestata nella vita e nelle opere di Giuseppe Maria Tomasi, proclamato Beato da Pio VII nel 1803.

Adesso, le ulteriori testimonianze con cui Dio ha voluto illustrare questo suo servo, inducono ad annoverarlo nell’albo dei Santi.

I motivi di convenienza pastorale per questa Canonizzazione sono numerosi. Quello principale può essere dato dall’importanza che la figura di San Giuseppe Maria riveste nel campo del culto liturgico, che largamente promosse con la sua vita e i suoi scritti scientifici. La testimonianza del nuovo santo cade particolarmente opportuna ai nostri giorni, a vent’anni dal Concilio Vaticano II, che tanto incremento ha dato al rinnovamento della vita liturgica. Il Santo che oggi proclamiamo ci aiuta a comprendere e a realizzare questo rinnovamento nel senso giusto.

Compiendo l’atto della Canonizzazione, possiamo ripetere con San Paolo: “investiti di questo ministero per la misericordia che ci è stata usata, non ci perdiamo d’animo; al contrario rifiutando le dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di Dio, ma annunziando apertamente la verità, ci presentiamo davanti a ogni coscienza, al cospetto di Dio” (2 Cor 4, 1-2).

3. Giuseppe Maria Tomasi ha risposto nella sua vita all’eterna chiamata del divino Pastore, secondo le parole del profeta Ezechiele proclamate nell’odierna Liturgia.

Sul solco e dietro l’esempio dei Dottori della Chiesa e dei grandi teologi, egli risponde in modo eminente alla figura del sacerdote, che unisce l’amore per la scienza a quello per la pietà, e ricorda quindi il modello offerto dal Profeta Malachia, quando dice: “Le labbra del sacerdote devono custodire la scienza e dalla sua bocca si ricerca l’istruzione, perché egli è il messaggero del Signore degli eserciti” (Me 2, 7).

Certamente, la “scienza” alla quale si riferisce qui il profeta, e nella quale ha rifulso il Card. Giuseppe Maria è sostanzialmente la conoscenza, per non dire l’“esperienza”, delle cose divine. Ma San Giuseppe Maria ci conduce a questa mistica conoscenza precisamente mediante la sua testimonianza di “scienziato” della Liturgia, nel senso moderno della parola.

Il Tomasi mostra quindi a tutti noi, e specialmente ai pastori di anime, quanto è importante, nel sacerdote, una sana sensibilità culturale, fondata su di un autentico amore alla verità, che si traduce nell’impegno generoso di comunicarla ai fratelli. Un impegno che dà al suo ministero una speciale dignità ed una particolare efficacia.

4. Fin da fanciullo, San Giuseppe Maria aveva sperimentato un’intima inclinazione ed una forte propensione per le “cose ecclesiastiche”, per le cose di Dio, come egli ebbe a dire. Perciò egli - anima sempre in ascolto - si decide assai presto, senza remore di sorta, a seguire la divina ispirazione, che lo chiama ad un genere di vita, nel quale il servizio ed il culto di Dio sono garantiti da una speciale e rinnovata consacrazione: quella della professione religiosa. E così entrò nell’Ordine dei Teatini.

Appartenente ad una nobile famiglia siciliana, egli, se fosse restato nel mondo, avrebbe potuto disporre di immense ricchezze e di un enorme prestigio sociale, che gli derivavano dai diritti di primogenitura nei confronti del Principato di Lampedusa e del Ducato di Palma di Monte Chiaro. Ma, attratto da ben altre ricchezze e dalla prospettiva di una gloria immensamente superiore a quella terrena, rinunciò a quei diritti, per seguire Cristo povero, casto e obbediente nella disciplina e nelle austerità della vita religiosa.

Ad imitazione di Nostro Signore, “da ricco che era, si è fatto povero” (2 Cor 8, 9), per arricchire i fratelli mediante la testimonianza di una totale disponibilità e di un amore disinteressato.

5. Il Card. Tomasi si presenta come modello di pastore, perché egli per primo ha seguito il divino Pastore, si è messo alla sua scuola, ha cercato di penetrarne il mistero - Mysterium pietatis -, ha cercato - soprattutto - di rivivere questo mistero nella sua vita di fedele e di sacerdote, e nella sua stessa attività di studioso e di ricercatore.

Da vero Ministro dell’Altare, il Tomasi comprese di dover cercare Cristo, come dice il Salmo, soprattutto nel “suo Santuario” (Sal 62 [63], 3), “abitando nella Casa del Signore” (cf. Sal 22 [23], 6), vale a dire rendendo alla Sacra Liturgia il dovuto onore, che non si esaurisce in un atteggiamento esteriormente ritualistico, ma che sa vedere nel culto divino una suprema fonte di luce e di energia operativa per tutta la giornata del cristiano, quasi che questa non sia né debba essere altro che un prolungamento dell’azione liturgica, soprattutto quella eucaristica.

Questo è stato il modo particolare col quale egli ha seguito il divino Pastore ed insegna a noi a seguirlo. Messosi alla scuola del divino Maestro, egli si è fatto a sua volta per noi maestro.

6. “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16, 15).

Come ha risposto il nostro santo a questo fondamentale mandato apostolico? Con l’esercizio di molteplici attività, che testimoniano sia della sua umiltà che della sua grandezza d’animo; sia della sua disponibilità ad ogni richiesta, come della sua coscienziosa e metodica preparazione specifica.

La promozione della vita liturgica - alla quale egli si applicò in modo speciale - va così dalla pubblicazione della ricerca o della scoperta erudita, all’opera che egli svolse per l’educazione liturgica del popolo e dei semplici fedeli.

Il suo spirito di servizio e l’ardente amore per le anime, coltivati dallo studio e dall’esercizio dell’osservanza coscienziosa della Regola del suo Ordine, lo rendono disponibile sia all’assistenza nei confronti dei poveri e dei malati, come allo svolgimento di incarichi presso la Curia Romana, fino a ricevere, da Papa Clemente XI, la porpora cardinalizia, che egli invano, per umiltà, tentò di ricusare. Dopo aver compiuto i doveri liturgici inerenti all’ufficio cardinalizio, egli, come poteva fare un parroco, si metteva a spiegare i rudimenti della fede e il catechismo ai ragazzi ed agli altri fedeli, offrendo premi a coloro che progredivano nella dottrina cristiana.

A somiglianza del divino Pastore, il Card. Tomasi seppe così radunare il gregge a volte disperso (cf. Ez 34, 12), e seppe condurlo a riposare presso “pascoli erbosi ed acque tranquille” (cf. Sal 22 [23], 2).

Seppe condurlo in “ottime pasture” (Ez 34,14): quelle, soprattutto, della Parola di Dio illustrata e “fatta carne” nel mistero eucaristico della Santa Liturgia.

7. Nella vita di Giuseppe Maria Tomasi si è compiuto ciò che San Paolo aveva scritto di se stesso. “Dio . . . rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo” (2 Cor 4, 6).

Camminava, quindi, in questa “conoscenza della gloria” - e la portava agli altri.

“Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore, - quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù” (2 Cor 4, 5).

Camminava nella vita, consapevole di aver portato un grande tesoro! E nuovamente - così come l’apostolo Paolo - pensava e operava in conformità alle parole della seconda lettura dell’odierna liturgia: “Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che la potenza straordinaria viene da Dio e non da noi” (2 Cor 4, 7).

8. Sì. Da Dio venne questa potenza, caro fratello Giuseppe Maria.

Da Dio.

La santità è sempre da Dio, non dall’uomo.

Nello stesso tempo essa è nell’uomo.

La Chiesa gioisce di poter proclamare oggi che questa santità, che è da Dio, era in te.

In te, che ti sei sentito un “vaso di creta”.

In te, che nell’annunziare apertamente la verità, ti sei presentato davanti a ogni coscienza, al cospetto di Dio (cf. 2 Cor 4, 2).

Oggi la Chiesa ringrazia insieme con te il divino Pastore, che passa costantemente “in rassegna il suo gregge” (cf. Ez 34, 11) per averti prescelto, chiamato e mandato, affinché tu conducessi a Lui gli altri.

Oggi la Chiesa ringrazia insieme con te per l’indicibile tesoro della tua intercessione presso l’Altissimo.

E con la Chiesa, ringrazia con te il divino Pastore anche la tua Famiglia Religiosa, l’Ordine dei Chierici Regolari Teatini, che tu illustri con la santità, dopo quella di San Gaetano e di Sant’Andrea Avellino.

E con la Chiesa, ringrazia il divino Pastore anche la tua Sicilia. Essa esulta per la luce che tu le doni, e che si aggiunge a quella di tanti altri santi della sua bimillenaria storia cristiana.

San Giuseppe Maria, prega per noi!

Per il tuo Ordine, per la tua Sicilia, per tutta la Chiesa!

Amen.

 

© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana

 

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