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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN BANGLADESH, SINGAPORE, FIJI,
NUOVA ZELANDA, AUSTRALIA I, ISOLE SEICHELLES

CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA NEL «DOMAIN PARK»

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Auckland (Nuova Zelanda), 22 novembre 1986

 

“Quale gioia quando mi dissero: Andremo alla casa del Signore” (Sal 121, 1).

Cari fratelli e sorelle in Gesù Cristo.

1. Sono felice di essere in mezzo a voi. E davvero mi rallegro di aver avuto la possibilità di venire alla casa del Signore qui, vale a dire dal popolo di Dio, la Chiesa di Auckland, la Chiesa della Nuova Zelanda. Qui la Chiesa è giovane. La buona novella di Gesù è stata predicata per la prima volta in queste isole meno di due secoli fa. Eppure la fede cattolica ha fatto presto a mettere le sue radici e a fiorire, arricchita come è da una molteplicità di culture da varie parti del mondo. Ognuna di queste tradizioni ha portato i suoi doni peculiari; nessuna è venuta a mani vuote.

Prima che la Chiesa o i molti immigranti vi giungessero, esisteva già nel vostro paese una ricca cultura: la cultura del popolo Maori. Questa cultura a sua volta si è rafforzata e arricchita grazie al potere del Vangelo che eleva e purifica.

Desidero estendere un saluto particolare a voi, la popolazione Maori di Aotearoa, e ringraziarvi per la vostra cordiale cerimonia di benvenuto. Il vigore della cultura Maori racchiude quei valori autentici che la società moderna rischia di perdere: il riconoscimento della dimensione spirituale in ogni aspetto della vita; un profondo rispetto per la natura e per l’ambiente; un senso della comunità, che dà sicurezza a ogni individuo, uomo o donna, che ne fa parte; fedeltà alla famiglia e una grande disponibilità alla condivisione; l’accettazione della morte come parte della vita e la capacità di addolorarsi e portare il lutto per i morti in modo umano.

Poiché voi, a buon diritto, custodite gelosamente la vostra cultura, lasciate che il Vangelo di Cristo continui a penetrarla e a permearla, confermando così il vostro senso di identità come parte unica della famiglia di Dio. Il Signore vi chiama in quanto Maori; è come Maori che voi fate parte della Chiesa, l’unico Corpo di Cristo.

Desidero inoltre porgere i saluti più cordiali ai nostri fratelli e alle nostre sorelle in Cristo che appartengono ad altre comunioni cristiane. Io spero che questa visita pastorale alla Chiesa della Nuova Zelanda promuova la causa dell’ecumenismo e ci porti tutti sempre più vicino al nostro unico Signore e Salvatore.

2. “E ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme... secondo la legge di Israele, per lodare il nome del Signore” (Sal 121, 2. 4). Quale vescovo di Roma e successore di san Pietro, desidero lodare il nome del Signore con tutta la Chiesa che vive in queste isole del Pacifico. Il salmo di lode che abbiamo cantato nella liturgia di oggi è un canto di pellegrini. E tutti noi – come Chiesa del Dio vivente – siamo un popolo pellegrino in cammino verso “la Gerusalemme celeste”. Come tutti i pellegrini, siamo un popolo di speranza, ben consapevoli dei mali e delle sofferenze del mondo, provati dalle tentazioni eppure fermamente convinti che “le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi” (Rm 8, 18).

Sant’Agostino descriveva la Chiesa “come uno straniero in un paese straniero”, “che avanza fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio” (De Civitate Dei, XVIII, 51, 2). Mentre avanza, cercando sempre di restare fedele a Cristo e al Vangelo, essa si rallegra di fare l’esperienza della grazia di Dio, che le dà la forza di abbracciare la croce quale via verso il trionfo della risurrezione. Ed essa trova sempre nuovi motivi per rendere grazie e lode a Dio: Padre, Figlio e Spirito Santo. Quali pellegrini pieni di speranza, uniamo quindi i nostri cuori e le nostre voci per lodare la santissima Trinità.

3. In effetti, abbiamo un grande motivo per rallegrarci continuamente, perché noi siamo il popolo a cui il Padre ha inviato il suo amato Figlio. E oggi noi ascoltiamo le parole che il Figlio ci ha rivolto nel Vangelo, così come le hanno udite un tempo i suoi contemporanei, quando egli passava attraverso la Galilea, la Giudea e la Samaria.

Gesù ci insegna che Dio è nostro Padre amorevole e ci istruisce sulla divina Provvidenza. Egli ci fa guardare con attenzione alla bellezza della creazione e alla cura di Dio per essa. In tal modo egli dà a chi lo ascolta una maggiore consapevolezza della bontà di Dio: “Guardate i gigli come crescono: non filano, non tessono; eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro”. Allo stesso tempo, Gesù sottolinea la natura corruttibile e transitoria della creazione dicendo: “Se dunque Dio veste così l’erba del campo che oggi c’è e domani si getta nel forno quanto più voi, gente di poca fede?” (Lc 12, 27-28). In tal modo incita i suoi ascoltatori a guardare al di là delle cose create, per quanto possano essere buone o belle, e di concentrarsi su ciò che non passa, sull’eternità.

Cristo invita quindi i suoi ascoltatori a riporre la propria fiducia nella cura amorevole del Padre: “Non cercate perciò che cosa mangerete e berrete, e non state con l’animo in ansia... Il Padre vostro sa che ne avete bisogno. Cercate piuttosto il regno di Dio” (Lc 12, 29-31). La pace giunge quando impariamo ad affidarci all’amorevole provvidenza di Dio, consapevoli che questo mondo passerà e che soltanto il suo regno durerà in eterno. Volgere i nostri cuori alle cose che dureranno sempre vuol dire avere la pace in noi stessi.

4. Siamo seguaci di Cristo così come lo erano quegli uomini e quelle donne che per primi udirono queste parole. Noi siamo la generazione moderna di quel popolo che egli ha redento col suo sangue. Anche noi abbiamo creduto che il Padre vuole darci il suo regno. E desideriamo rispondere a questo dono.

Cristo dice: “Non temere, piccolo gregge” (Lc 12, 32). Dobbiamo quindi farci coraggio e cercare di “superare i nostri timori tramite il potere interiore della fede, volgendo i nostri cuori innanzitutto al regno di Dio (cf. Lc 12, 31). È proprio in questo modo che noi mostriamo di essere la Chiesa. Poiché la Chiesa è la comunità dei popoli che ripongono la loro fiducia nelle promesse di Dio, promesse come quelle che abbiamo udito oggi nella prima lettura tratta dal profeta Ezechiele.

5. Ezechiele parla a un popolo in esilio, allontanato dal proprio paese e dalle proprie radici. Essi sanno di aver abbandonato la retta via; essi sono diventati estranei a Dio e fra di loro. Ma adesso Dio promette loro di portarli in patria. Egli darà loro un nuovo cuore e un nuovo spirito. Essi impareranno a osservare la sua legge, non per costrizione esteriore, ma per convinzione intima. Essi scopriranno la vera pace, perché lo Spirito del Signore sarà in loro: “Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio” (Ez 36, 28).

Come suonano attuali le parole del Vecchio Testamento! Queste parole si adattano a tante persone oggi, che sono lontane da Dio ed estranee le une alle altre. Possiamo vedere cosa accade attorno a noi quando le parole del profeta sono neglette: se lo Spirito del Signore non soffia nei nostri cuori, essi diventano presto duri come pietre. Ma la Chiesa è il luogo in cui alita lo Spirito Santo, quella comunità di persone che sono state lavate dei loro peccati nel Battesimo e che, anche se disperse su tutta la terra, sperimentano con gioia l’autentica comunione fra di loro.

Che meraviglioso mistero è la Chiesa! Mentre i suoi membri appartengono a tutte le nazioni della terra, essa resta indivisa, sempre una. La Chiesa è sia universale che particolare, in quanto i suoi membri, anche se appartengono a diverse culture e popolazioni, hanno ricevuto lo stesso Battesimo e condividono dello stesso Spirito Santo. Siamo come quel gruppo di primi credenti descritto negli Atti degli apostoli: cerchiamo di rimanere “fedeli nell’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere” (At 2, 42).

6. In questi ultimi quattro giorni, ho celebrato l’Eucaristia con la Chiesa del Bangladesh, la Chiesa di Singapore, la Chiesa delle Figi e ora la Chiesa della Nuova Zelanda. In ognuno di questi Paesi la Chiesa ha usi e costumi differenti, diverse necessità e diversi carismi. La fede cristiana non distrugge la cultura ma la purifica e la eleva. Non toglie nulla del valore genuino di una società o di una nazione, ma rafforza tutto ciò che è buono per il miglioramento di tutti. Nessuna Chiesa particolare è uguale all’altra, eppure la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica è presente e attiva in ciascuna. Il popolo di Dio non è una società internazionale liberamente associata e neppure una federazione di Chiese particolari. No, è lo Spirito Santo stesso a unire le Chiese particolari l’una con l’altra in una comunione di vita sotto la guida di Cristo, nostro Redentore. Per questa ragione esse son chiamate a vivere insieme in pace e unità. E, secondo il disegno di Cristo, il successore di Pietro è chiamato a servire tutte le Chiese locali mediante un ministero di fede e carità.

7. Questa unità e cattolicità nell’unico corpo di Cristo non deve mai essere data per scontata; è un dono che deve essere accolto con gratitudine e un dono che esige una risposta. Come afferma il Concilio Vaticano II: “In virtù di questa cattolicità, le singole parti portano i propri doni alle altre parti e a tutta la chiesa, di maniera che il tutto e le singole parti si accrescano con l’apporto di tutte, che sono in comunione le une con le altre, e coi loro sforzi verso la pienezza dell’unità” (Lumen Gentium, 13).

In considerazione del dono della cattolicità, non sembra che le parole di san Pietro si applichino non solo ai singoli individui ma anche alle Chiese particolari? “Ciascuno – egli scrive – viva secondo la grazia ricevuta, mettendola al servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio” (1 Pt 4, 10). È sempre stato necessario che le Chiese locali si assistano e si aiutino vicendevolmente, e soprattutto assistano quelle vicine e quelle che sono maggiormente nella necessità. Questi compiti promuovono la comunione fra queste Chiese e mostrano la fertile natura della cattolicità della Chiesa.

I doni di unità e universalità ci spingono inoltre a un maggiore progresso nel campo dell’ecumenismo. Il desiderio della comunione completa fra tutti i cristiani è cresciuto notevolmente in tutta la Chiesa cattolica del tempo del Concilio Vaticano II. Per questo ci rallegriamo e rendiamo grazie a Dio. Ma le nostre preghiere per la piena unità devono intensificarsi ancor più. Il dialogo spirituale e teologico deve proseguire a tutti i livelli. E noi, in tutti i modi opportuni, dobbiamo collaborare negli sforzi di servizio e di testimonianza comune a Cristo, affinché la Chiesa possa essere vista da tutti come il sacramento di unità e riconciliazione, e affinché essa possa promuovere più efficacemente la causa della pace.

8. Il Vangelo della Messa di oggi ricorda le parole di san Paolo: “E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo” (Col 3, 15). La preghiera dell’Apostolo diviene oggi la nostra preghiera, perché anche noi desideriamo ardentemente che la pace di Cristo regni in ogni cuore.

La Chiesa è ben consapevole dell’ardente desiderio di pace dei popoli e ha intrapreso numerose iniziative per promuoverla. Ogni anno, a partire dal 1968, essa ha invitato tutti gli uomini di buona volontà a unirsi a lei nella celebrazione della Giornata mondiale della pace che si tiene il primo giorno dell’anno. Inoltre i cristiani di ogni paese, sia individualmente che collettivamente, pregano e operano per la pace.

Gesù ha detto: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi” (Gv 14, 27). E a tutti voi oggi dico: “La pace sia con voi”

9. Insieme in pace, quali membri di una Chiesa pellegrina, desideriamo ancora una volta sostare in ispirito alle porte di Gerusalemme, ripetendo le parole del Salmo: “Domandate pace per Gerusalemme: / sia pace a coloro che ti amano, / sia pace sulle tue mura, / sicurezza nei tuoi baluardi. / Per i miei fratelli e i miei amici / io dirò: «su di te sia pace»! / Per la casa del Signore nostro Dio, / chiederò per te il bene” (Sal 121, 6-9).

Pace per Gerusalemme! Pace per la comunità della Chiesa! Pace per il mondo. La pace che è frutto dell’amore. E l’amore fiorisce laddove i fedeli sono uniti con i pastori della Chiesa, dove i sacerdoti lavorano in armonia con i vescovi, dove i vescovi sono uniti in comunione collegiale fra di loro e con il vescovo di Roma.

Esiste un legame essenziale e dinamico fra l’unità e la pace. Come ci dice san Paolo: “In Cristo Gesù, voi che un tempo eravate i lontani siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace (Ef 2, 13-14). L’amore di Cristo abbatte l’inimicizia e le barriere che tengono i popoli divisi l’uno dall’altro. E attraverso il suo Spirito, egli pianta nei nostri cuori i semi della comunione ecclesiale. Da questo operare internamente dello Spirito Santo, tutto il corpo di Cristo viene costruito “per essere tempio santo nel Signore”, “dimora di Dio per mezzo dello Spirito” (Ef 2, 21-22), in una comunione di amore e di pace.

Come fratelli e sorelle in Cristo, come coloro che Gesù chiama suoi amici, proclamiamo al mondo che Gesù “è venuto ad annunziare la pace” (Ef 2, 17). La Chiesa continua l’opera di Cristo nel mondo, rallegrandosi nelle sue benedizioni soprattutto nella benedizione della pace. “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5, 9). Amen.


Il Santo Padre rivolge alcune parole in francese a pellegrini di Tahiti e di altre isole del Pacifico in cui si parla francese

Je suis heureux de saluer tous les pèlerins de langue française venus de leurs îles lointaines pour prier avec le successeur de Pierre qui ne peut malheureusement pas se rendre chez eux cette fois-ci.

Chers Frères et Sœurs de Tahiti, des Iles Marquises, de Vanuatu, de Wallis et Futuna, de la Nouvelle-Calédonie, soyez les bienvenus Vous souffrez parfois de votre dispersion, et de bien d’autres épreuves que je porte avec vous dans ma prière. Mais vous demeurez attachés massivement à la foi catholique, à votre culture française qui s’épanouit en symbiose avec vos cultures locales, à votre patrie, à la communion autour de votre Evêque et autour de l’Evêque de Rome. Je pense notamment au groupe nombreux de Tahiti, dont le diocèse a fêté le cent cinquatième anniversaire de l’évangélisation. Approfondissez la foi qui vous a été transmise par de courageux missionaires; exprimez-la dans la prière qui vous est si spontanée et dans toutes les actions de charité, de justice et de paix, pour qu’elle imprègne vos mœurs, anciennes ou nouvelles. Rayonnez-la, dans le respect des personnes et des cultures. Que chacun, prêtre, religieux, laïc, jeune ou adulte, prenne sa part dans la vie de l’Eglise et dans son témoignage! Et que vos familles brillent par leur fidélité et leur générosité! L’Eglise universelle, loin de vous oublier, vous aime, vous soutient, compte sur vous pour que Dieu soit glorifié dans vos îles et que tous vos frères parviennent à la plénitude de la foi et du salut qui est en Jésus-Christ.

De tout cœur, je vous bénis, et je bénis tous ceux qui vous sont chers ou qui sont dans l’épreuve. Que le Seigneur vous garde dans sa paix!

Ecco una nostra traduzione italiana delle parole del Santo Padre.

Cari fratelli e sorelle di Tahiti, delle isole Marquises, di Vanuatu, di Wallis e Futuna, della Nuova Caledonia, siate i benvenuti. Voi soffrite talvolta per la vostra dispersione e per molte altre prove che io porto con voi nella mia preghiera. Ma voi restate attaccati alla fede cattolica, alla vostra Patria, alla comunione attorno al vostro vescovo e attorno al vescovo di Roma. Penso in particolar modo al folto gruppo di Tahiti la cui diocesi ha celebrato il 150° anniversario dell’evangelizzazione. Approfondite la fede che vi è stata trasmessa da parte di coraggiosi missionari; esprimetela nella preghiera che è per voi così spontanea e in tutte le azioni di carità, giustizia e di pace, affinché essa impregni i vostri costumi, antichi o nuovi che siano. Diffondetela nel rispetto delle persone e delle culture. Che ciascuno, sacerdote, religioso, laico, giovane o adulto, assuma il suo ruolo nella vita della Chiesa e nella sua testimonianza! E che le vostre famiglie brillino per fedeltà e generosità. La Chiesa universale, ben lungi dal dimenticarvi, vi ama, vi sostiene, conta su di voi perché Dio sia glorificato nelle vostre isole e perché tutti voi fratelli perveniate alla pienezza della fede e della salvezza che è in Gesù Cristo.

Di tutto cuore vi benedico e benedico tutti coloro che vi sono cari o che sono nella prova. Che il Signore vi conservi nella sua pace.

 

© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana

 

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