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CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA ALL’«ATLETIC PARK»

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Solennità di Cristo Re - Wellington (Nuova Zelanda), 23 novembre 1986

 

Cari fratelli e sorelle.

1. Ringraziamo “il Padre che ci ha messo in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. È lui infatti che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto” (Col 1, 12-13).

Oggi nella solennità di Cristo Re, è mio onore e privilegio proclamare l’unità della Chiesa universale in questa terra del Pacifico: qui a Wellington, capitale della Nuova Zelanda. È con immensa gioia che oggi celebro con voi l’Eucaristia. Il mio cuore è colmo di un profondo senso di gratitudine per aver avuto la possibilità di unire la mia voce alla vostra nel lodare e glorificare la santissima Trinità.

Saluto con fraterno affetto l’arcivescovo di questa sede, il card. Thomas Williams, il vescovo Cullinane e gli altri miei confratelli nell’episcopato. Insieme a loro saluto cordialmente tutti i miei fratelli sacerdoti, religiosi e religiose nonché tutti i fedeli, in particolare quelli che appartengono all’arcidiocesi di Wellington e alla diocesi di North Palmerstone. A tutti voi dico: Rendiamo grazie al Padre! “È lui infatti che ci ha liberati dal potere delle tenebre. Ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto!” Sì, il Figlio che egli ama! Quello stesso Gesù di Nazaret, su cui fu udita una voce proveniente dall’alto dire: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo” (Lc 9, 35).

2. La liturgia ci conduce oggi al luogo in cui le parole di san Paolo trovano conferma in modo definitivo, il luogo in cui la verità della redenzione è rivelata pienamente. Siamo sul Calvario al momento della crocifissione. Insieme a Gesù anche due malfattori vennero crocifissi. Uno di loro lo insultò dicendo: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!”. Ma l’altro invece disse: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno” (Lc 23,39.42). Questi credeva nel regno del Cristo crocifisso. Egli credeva in quel regno che si avvicina a ogni persona umana attraverso Cristo crocifisso.

In verità, non furono la carne e il sangue a rivelare a lui questa verità, ma il Padre - quel Padre che ci ha liberati “dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto” (Col 1, 13). Il Figlio Gesù, agonizzante sulla croce, così rispose al suo fratello crocifisso: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso” (Lc 23, 43).

3. Il tema principale della liturgia di oggi è riassunto in questa frase: “La pace del cuore è il fondamento della pace”. Queste parole sulla solennità di Cristo Re vengono confermate da quanto afferma san Paolo nella seconda lettura. Cristo, l’immagine del Dio invisibile, è al tempo stesso “generato prima di ogni creatura” (Col 1, 15). Inoltre, “Piacque a Dio di far abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui, che ha ristabilita la pace col sangue della sua croce, volle riconciliare con sé tutto ciò che esiste sulla terra e nei cieli” (Col 1, 19-20). La pace del cuore, pace dell’umana coscienza, è precisamente il frutto di questa riconciliazione attraverso la croce.

4. L’immagine di Cristo agonizzante sulla croce, tra i due malfattori, è un simbolo meraviglioso del mistero della riconciliazione. In primo luogo, essa mostra in modo chiaro i terribili effetti del peccato, la dura e terribile realtà del male, le spaventose conseguenze della disobbedienza e dell’allontanamento da Dio. Chi potrebbe guardare la croce di Cristo, senza riconoscere la realtà del peccato? E senza vederne anche gli effetti distruttivi?

Il peccato è un atto individuale che spezza il proprio rapporto con Dio e che indebolisce l’intelletto e la volontà. Il peccato si ripercuote inoltre sugli altri. “Non c’è alcun peccato, anche il più intimo e segreto, il più strettamente individuale, che riguardi esclusivamente colui che lo commette. Ogni peccato si ripercuote, con maggiore o minore veemenza, con maggiore o minore danno, su tutta la compagine ecclesiale e sull’intera famiglia umana” (Reconciliatio et Paenitentia, 16).

Il passo del Vangelo odierno ci ricorda una realtà ancora più grande del peccato, una verità più alta e importante: vale a dire l’amore redentore di Cristo, un amore che è più forte del male, più forte della morte. È stato proprio in questo preciso momento della storia umana, quando stava offrendo la sua vita per noi sulla croce, che “Dio volle riconciliare a sé il mondo in Cristo” (2 Cor 5, 19). Come san Paolo dice riguardo a questo evento di amorevole misericordia, “mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione e la remissione dei peccati” (Ef 1, 7).

Sì, Cristo sulla croce “ha riconciliato a sé il mondo” (2 Cor 5, 19), tutta l’umanità di ogni tempo e luogo, “le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli” (Col 1, 20). Per questo il Figlio di Dio venne nel mondo: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3, 16).

Eppure la riconciliazione viene offerta ad ogni persona individualmente. Ognuno deve decidere liberamente se accettarla o rifiutarla. Dobbiamo ricordare i due malfattori crocifissi insieme a Gesù. Ognuno di loro, agendo secondo una propria libera scelta, rispose a Gesù, in maniera diametralmente opposta. Dio rispetta la nostra libertà umana. Egli generosamente ci offre il dono della riconciliazione, ma non ci costringe ad accettarlo. Egli ci dà la libertà di rifiutarlo. Sta a noi scegliere liberamente se appartenere al regno di Dio.

5. E se desideriamo appartenere al regno di Dio, quali saranno i modi in cui tale regno comincerà a radicarsi nel cuore umano? Come potranno la riconciliazione e la pace giungere in noi stessi?

Innanzitutto attraverso la preghiera. Mi riferisco sia alla preghiera liturgica, nella quale ci uniamo a Cristo, il Sommo Sacerdote, nel culto ufficiale della Chiesa, che alla preghiera individuale nella quale incontriamo il Signore soli nel profondo della nostra anima. La preghiera apre la mente e il cuore a Dio. Essa approfondisce l’ardente desiderio che abbiamo di appartenere al suo regno. La preghiera ci unisce consapevolmente alla comunione dei santi che ci sostengono con la loro continua intercessione.

In secondo luogo è accettando il messaggio del Vangelo che si ottiene la pace. Gesù iniziò la sua predicazione pubblica con un invito alla conversione: “Convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,15). La Chiesa continua la missione di Cristo, condannando il peccato, esortando gli individui alla conversione e invitandoli a riconciliarsi con Dio. E in ogni epoca la Chiesa proclama la bontà e la misericordia del Signore. Essa ci invita tutti a “deporre tutto ciò che è di peso e il peccato che ci intralcia” e a “correre con perseveranza nella corsa, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede” (Eb 12, 1-2).

Il dialogo rappresenta un’ulteriore via verso la riconciliazione e la pace, quel dialogo di fede che deriva da un profondo rispetto per il prossimo e dalla fiducia nel trionfo finale della verità. Per far sì che un sincero dialogo si instauri, “occorre che tutti ci confrontiamo con la parola di Dio e, abbandonate le proprie vedute soggettive, cerchiamo la verità laddove essa si trova, cioè nella stessa divina Parola e nell’interpretazione autentica, che ne dà il magistero della Chiesa” (Reconciliatio ei Paenitentia, 25). A questo proposito, sono lieto di sapere che in Nuova Zelanda vi state impegnando a diffondere una maggiore conoscenza della parola di Dio e ad approfondire il vostro amore per Cristo.

Le vie della conversione implicano la penitenza, la carità, il digiuno e tutto ciò che ci aiuta veramente a sostituire il peccato con la libertà spirituale, l’egoismo con la giustizia e l’amore, l’odio con il desiderio di pace. Attraverso tutti i sacramenti della Chiesa, Cristo stesso costruisce il regno di Dio nei nostri cuori. Nell’Eucaristia, noi accogliamo l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo e che dona a noi la pace. Con il sacramento della Penitenza il Signore si riconcilia con noi inviandoci nel mondo come servitori della riconciliazione. Ogni sacramento, a suo modo, ci unisce al nostro Salvatore risorto e rinnova in noi i doni dello Spirito Santo.

6. La pace, come l’amore, nasce da un cuore nuovo, un cuore rinnovato dal dono divino della riconciliazione. Un cuore rinnovato è il fondamento della pace nel mondo. Tutte le azioni autenticamente umane, vengono dal cuore, fulcro interiore della persona umana, dimora della nostra coscienza e delle nostre più profonde convinzioni. È questo il motivo per cui la pace del cuore è il cuore della pace: pace in seno alle famiglie, pace nei villaggi, nelle cittadine e nelle metropoli, pace tra le nazioni, e nella vita internazionale. La pace ovunque nel mondo, è possibile soltanto se essa regnerà prima di tutto nei cuori.

Ma questa pace interiore è continuamente minacciata nel mondo moderno. È corrotta dalle passioni umane: dall’odio, l’invidia, il desiderio di potere, l’orgoglio, il pregiudizio e da un desiderio smodato di ricchezza. Violenza e guerra derivano dalla cecità del nostro spirito e dal disordine dei nostri cuori. Entrambi conducono all’ingiustizia, che a sua volta provoca tensioni e conflitti. Inoltre, le coscienze degli individui, sono oggi spesso disorientate da strumentalizzazioni ideologiche dell’informazione.

Chiaramente ci vuole molto coraggio per aprire noi stessi alla conversione dei cuori e per custodirla in umiltà e libertà. Gli ostacoli alla pace sono molti. “Essi sono gravi e comportano serie minacce. Ma poiché dipendono dallo spirito, dalla volontà e dal «cuore» umano, con l’aiuto di Dio gli uomini possono superarli. Devono rifiutarsi di cedere al fatalismo e allo scoraggiamento. Alcuni segni positivi traspaiono già attraverso le ombre” (IOANNIS PAULI PP. II Nuntius ob diem ad pacem fovendam Calendis Ianuariis a. 1984 celebrandam, 5, die 8 dec. 1983: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VI 2 [1983] 1288). E non dimentichiamoci mai che la vittoria finale sulle tenebre è stata già conseguita da Gesù Cristo, Luce del mondo.

7. La nostra speranza nella vittoria della pace, è radicata nella nostra fede in Dio, creatore del cielo e della terra. È proprio dal principio, nell’atto della creazione stessa, che la bontà e la provvidenza divina si sono rivelate. Come dice il libro della Genesi: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gen 1, 31). Il mondo creato, non è il risultato del caso. Esso deriva dall’amore di Dio; è sorretto dall’amore di Dio, e tutti gli eventi della storia umana dipendono dall’amorevole Provvidenza divina.

Nel meraviglioso evento dell’incarnazione - il mistero di Dio che si fa uomo - noi comprendiamo molto meglio il mistero della creazione. Poiché Cristo è, come dice san Paolo, “generato prima di ogni creatura, poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili” (Col 1, 15-16). Egli ha amato così tanto il mondo fin dall’inizio da unirsi all’umanità attraverso la natura umana di Gesù suo Figlio diletto. Gesù, in quanto divino e umano, ha potuto sanare ciò che il peccato aveva distrutto; egli ha potuto riportare la creazione al suo destino originario. Quindi, come dice san Paolo, “piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli” (Col 1, 19-20).

Il mistero della creazione è dunque parte della nostra celebrazione di oggi in questa gioiosa festa di Cristo Re, poiché Cristo è anche il Signore del cielo e della terra, colui che ha riconciliato a sé tutto il creato “rappacificando con il sangue della sua croce” (Col 1, 20). Con cuore grato lodiamo il Signore con le parole del Salmo: “Riconoscete che il Signore è Dio. / Egli ci ha fatti e noi siamo suoi, / suo popolo . . . / lodatelo e benedite il suo nome, / poiché è buono il Signore, / eterna la sua misericordia, / la sua fedeltà per ogni generazione” (Sal 99, 3-5).

8. Dio ci ha creati. Non solo egli ci ha creati, ma ci ha anche “messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. È lui infatti che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto . . . per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle visibili e quelle invisibili. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui” (Col 1, 12-17).

Cristo Re è il principio. Egli è il primo a risorgere dalla morte. Cristo Re, è il capo del suo corpo che è la Chiesa. In lui noi abbiamo la redenzione, il perdono dei nostri peccati. In Cristo Re, dimora tutta la pienezza! Amen.


Al termine della concelebrazione

Ringrazio l’arcivescovo di Wellington e il vescovo di Palmerston North per le parole che mi hanno rivolto. Il card. Williams ha ricordato la mia precedente visita a Wellington nel 1973. Venni in quella occasione per visitare i miei fratelli e le mie sorelle polacchi. Venni anche in missione speciale presso il Governo e la popolazione neozelandese per dare atto della solidarietà dimostrata dopo la seconda guerra mondiale allorché furono invitati spontaneamente in questo Paese numerosi orfani di soldati polacchi caduti durante la guerra. Questi orfani, oggi presenti tra noi, erano allora dei bambini. Oggi sono padri e madri, genitori di famiglie che hanno propri figli. Vorrei rivolgere loro qualche parola nella nostra lingua madre.

Cari connazionali, mi rallegro di potervi visitare nuovamente. Questa visita non è rivolta unicamente a voi, ma all’intera Chiesa. So però che ci siete, che costituite una parte viva di questo società - della Nuova Zelanda, lontana dalla Polonia - e nello stesso tempo della stessa Chiesa cattolica. Così, come in Polonia, anche qui vi riunite davanti all’immagine di Nostra Signora di Jasna Gora, con i vostri pastori e con i vescovi di qui. Desidero ripetervi tutto ciò che già vi ho detto tredici anni fa: Dio vi benedica in questa nuova terra, che è divenuta la vostra nuova patria, almeno per i vostri bambini.

Ricordatevi però che le vostre radici sono là, che di là siete nati e questo legame con la patria, il cui cammino storico non è facile, richiede una particolare solidarietà. Che Dio vi benedica, che sostenga tutte le vostre comunità, che benedica la vostra unione con la gente di qui e il legame con la vostra vecchia benemerita patria sulla Vistola, con la Polonia.

Sono molto felice di trovarmi tra voi in questa particolare ricorrenza domenicale, la solennità di Cristo Re. Stiamo celebrando il regno di Cristo. Stiamo vivendo in questo regno. L’intera umanità sta vivendo in questo regno. È questa la nostra fede. Noi celebriamo questa nostra fede ogni giorno, ma particolarmente oggi. Rendiamo grazie a Dio.

Dio vi benedica tutti, voi tutti, ogni comunità con la sua differente storia, con le sue differenti radici, sia in Nuova Zelanda che al di fuori di essa. Grazie a voi tutti, a ognuno di voi, per la vostra partecipazione. Ringrazio i miei confratelli vescovi e i miei confratelli sacerdoti, per la loro concelebrazione. E dico: sia lodato Dio! Sia lode al Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’universo.

 

© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana

 

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