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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN BANGLADESH, SINGAPORE, FIJI,
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SANTA MESSA PER I SEMINARISTI NELLA CATTEDRALE DI SAN PATRIZIO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Melbourne (Australia), 28 novembre 1986

 

“Canterò senza fine le grazie del Signore” (Sal 88, 2).

Cari fratelli sacerdoti, cari seminaristi.

1. Queste parole che abbiamo appena cantato esprimono efficacemente i miei sentimenti nel momento in cui mi incontro con voi, miei fratelli in Cristo, sacerdoti e seminaristi dell’Australia. Poiché il mio cuore è colmo di lode ogniqualvolta penso alla vocazione sacerdotale che condividiamo. Questa chiamata di Cristo rispecchia veramente la bontà del Signore. Il mistero che ha toccato ciascuna delle nostre vite è racchiuso nelle parole di san Paolo: “Dio . . . rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo” (2 Cor 4, 6).

Sono lieto di questa occasione di essere con voi; questo incontro è infatti una parte molto importante della mia visita pastorale nel vostro paese. Vengo a sostenervi nella fede, a incoraggiarvi nella speranza che è stata accesa nei vostri cuori, e a ricordarvi l’amore profondo di colui che ci ha chiamati a essere suoi amici e collaboratori. Vengo come successore di Pietro, al quale venne affidato il compito di confermare i suoi fratelli; e vengo anche come fratello sacerdote, come operatore nel Signore, a cui sono stati affidati i misteri di Dio.

Sono lieto che il nostro incontro avvenga in questa cattedrale ispiratrice dedicata a san Patrizio, un sacerdote e vescovo la cui opera apostolica ha avuto un’immensa influenza sulla Chiesa in tutto il mondo. Rendo omaggio alla memoria degli arcivescovi di Melbourne qui sepolti, in particolare al card. Knox, il quinto arcivescovo di questa arcidiocesi, che conobbi così bene e che così fedelmente servì la Chiesa.

2. Voi tutti sapete che ho l’abitudine di scrivere una lettera ai sacerdoti ogni anno in occasione del Giovedì santo. Lo faccio perché, in quel momento dell’anno liturgico, mi sento particolarmente vicino a tutti voi che condividete con me il sacerdozio ministeriale. La liturgia della Settimana santa e della Pasqua ci pone dinanzi agli occhi Cristo nel suo mistero pasquale. Lo contempliamo nell’atto di offrire se stesso al Padre per la redenzione della razza umana. Lo vediamo all’ultima cena, quando dice: “Questo è il mio corpo . . . questo è il mio sangue”. Lo udiamo dire ai suoi discepoli: “Fate questo in memoria di me”. È qui che tutti noi siamo uniti nella fonte della nostra vocazione e missione. È qui che ci rendiamo conto quanto strettamente il nostro sacerdozio sia legato alla croce. Come dice san Paolo, portiamo “sempre e ovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel vostro corpo” (2 Cor 4, 10).

La nostra vocazione al sacerdozio ministeriale è un invito all’unione con Cristo sul Calvario sia come sacerdote che come vittima. È così che condividiamo l’opera di Cristo, il sommo sacerdote eterno; è qui che troviamo la grazia e l’ispirazione di servire fedelmente nella Chiesa, in modo che i frutti di salvezza della redenzione possano essere portati alle genti di ogni tempo e luogo.

3. Essere sacerdote richiede coraggiosa fede e perseveranza. “Perciò, investiti di questo ministero per la misericordia che c’è stata usata, non ci perdiamo d’animo” (2 Cor 4, 1). Ci troviamo a vivere in un’epoca di grandi sfide. Abbiamo bisogno sia di creatività che di fedeltà nel proclamare il messaggio eterno della salvezza. Abbiamo una scelta: possiamo abbandonarci allo sconforto o essere uomini di ferma speranza. La nostra speranza sarà forte e “non ci perderemo d’animo” se riponiamo tutta la nostra fiducia in Dio, la cui provvidenza sta guidando la Chiesa, anche lungo strade che non sempre comprendiamo.

“Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che la potenza straordinaria viene da Dio e non da noi” (2 Cor 4, 7). Queste parole dell’Apostolo ci toccano la mente e il cuore, non è vero? Più un uomo ha il privilegio di servire come sacerdote, più diviene consapevole dei limiti e delle carenze umane, e più profondamente sente il peso della sua debolezza umana. Tuttavia, invece che scoraggiarci, questa scoperta deve ricordarci che se noi siamo deboli Cristo è forte. Essa deve dimostrare “che una potenza tanto straordinaria viene da Dio e non da noi”. Questo rendersi conto della nostra debolezza umana deve ricordarci che abbiamo bisogno di ricevere frequentemente la grazia e il perdono di Cristo nel sacramento della Penitenza. Nell’accostarci a questo sacramento riconosciamo che la grazia di Cristo è infinitamente più forte del peccato. La nostra confessione è anche un atto di fede nella volontà di Dio la cui la misericordia ci raggiunge per mezzo della sacra umanità del suo Figlio e della strumentalità umana di coloro che condividono il sacerdozio del suo Figlio.

Quant’è importante, dunque, mantener vivo dentro di noi un profondo senso di Dio, il mistero di Cristo, il suo amore, la sua compassione, la sua grande misericordia. Come manteniamo questa consapevolezza nella nostra vita quotidiana? Trascorrendo del tempo da soli col Signore, pregando e riflettendo sulla parola di Dio, mediante la devozione a Cristo nel santissimo Sacramento. Dobbiamo tener vivo il nostro senso di Dio in modo da poterlo trasmettere agli altri. È dalla nostra fede che traiamo il nostro senso di missione.

4. Per tutti noi, sacerdoti e seminaristi, san Paolo è un eccellente esempio di uomo di Dio con un chiaro senso di missione. Egli assunse il suo compito apostolico, convinto di essere stato “conquistato da Cristo” (cf. Fil 3, 12), e di essere stato investito del suo ministero mediante un atto di grazia (cf. 2 Cor 4, 1). Il suo compito era proclamare il mistero della salvezza in Gesù Cristo. Egli predicò questo messaggio appieno e con coraggiosa determinazione. Affermò molto esplicitamente: “Rifiutando le dissimulazioni vergognose senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di Dio, ma annunziando apertamente la verità, ci presentiamo davanti a ogni coscienza, al cospetto di Dio” (2 Cor 4, 2).

Oggi abbiamo bisogno di questo stesso spirito coraggioso per proclamare la parola di Dio e per trasmettere, nella sua interezza, l’autentico insegnamento della Chiesa. Il ministero della parola è strettamente legato al ministero sacramentale del sacerdote: con il Battesimo che egli amministra, le Confessioni che ascolta, i matrimoni a cui presenzia, le Unzioni che conferisce e in particolare con l’Eucaristia. Come afferma il Concilio Vaticano II: “L’Eucaristia si presenta come fonte e culmine di tutta l’evangelizzazione” (Presbyterorum Ordinis, 5).

Noi che celebriamo l’Eucaristia ogni giorno siamo invitati ad avvicinarci a Cristo nella sua passione, morte e risurrezione. E per tutta la nostra giornata, la liturgia delle Ore concentra la nostra attenzione sul mistero pasquale quando ci uniamo al grande coro di lode della Chiesa al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. Da queste ricche fonti di unione con Gesù, ricaviamo la forza necessaria a rinnovare il nostro senso di missione e a servire il popolo di Dio con gioiosa fedeltà.

Il sacerdote deve avere l’obiettivo costante di essere un servitore dell’unità e della riconciliazione, ricordando che Cristo è venuto “per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 11, 52). In molti modi diversi costruiamo la comunione dei fedeli: con la bontà e la carità personali, provando sincero interesse per tutti i diversi gruppi che serviamo, dedicando generosamente molto tempo e possibilità al sacramento della Penitenza, impegnandoci sul piano ecumenico e coltivando un vero amore per la diocesi e per la Chiesa universale, di cui la comunità locale è una parte vitale.

5. Il nostro senso di missione, che è sempre legato alla nostra unione con Gesù Cristo, è rinnovato anche mediante una regolare consuetudine allo studio e attraverso un rapporto fraterno col vescovo e i nostri fratelli sacerdoti. Una regolare consuetudine allo studio è importante per noi perché Cristo ci ha chiamato a essere messaggeri del Vangelo. Dobbiamo dunque approfondire continuamente la nostra comprensione della parola di Dio e del modo in cui essa si applica alle circostanze concrete della vita. Oltre alla nostra pratica regolare di lettura e riflessione sulla Bibbia, dobbiamo dedicare del tempo a leggere i grandi classici della Chiesa, in particolare i Padri, e cercare di tenerci aggiornati sulle dichiarazioni del magistero e sugli scritti teologici importanti. Incontri e seminari organizzati nelle diocesi locali o programmi più estesi di arricchimento teologico e spirituale possono essere di grande aiuto a questo riguardo.

Uno dei molti frutti del Concilio Vaticano II è stata una rinnovata accentuazione dei rapporti spirituali e fraterni che uniscono i sacerdoti tra loro e coi loro vescovi. Il fatto che noi tutti condividiamo lo stesso sacerdozio di Cristo è manifestato nella concelebrazione dell’Eucaristia, nei raduni presbiteriali, nella liturgia della Messa del crisma del Giovedì santo e in molti altri modi.

La nostra fratellanza sacramentale rifulge quale eloquente testimonianza del Vangelo quando è veramente vissuta, quando i sacerdoti più giovani e i sacerdoti più vecchi si incoraggiano e si aiutano a vicenda, quando l’ospitalità è offerta e accettata, quando ciascun sacerdote sente una responsabilità nei confronti di tutta la diocesi e della Chiesa in tutto il mondo, quando la nostra vita si conforma all’esortazione di san Paolo: “Non fate nulla per spirito di rivalità o per vana gloria, ma ognuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Non cerchi ciascuno il proprio interesse, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2, 3-5).

6. Il nostro impegno nel celibato, cari fratelli, è un’espressione positiva di una capacità particolare di amare che ci permette di essere pienamente al servizio della Chiesa. Come afferma il Concilio Vaticano II: “È infatti segno e allo stesso tempo stimolo della carità pastorale e fonte speciale di fecondità spirituale nel mondo . . . con la verginità o celibato osservato per il regno dei cieli, i presbiteri si consacrano a Cristo con un nuovo ed eccelso titolo, aderiscono più facilmente a lui con un cuore non diviso, si dedicano più liberamente in lui e per lui al servizio di Dio e degli uomini” (Presbyterorum Ordinis, 16). Quando promettiamo di essere celibi, lo facciamo liberamente e nella convinzione che Dio ci offre questo dono: un dono carismatico che non dà a tutti, un dono che nulla toglie alla bellezza o alla bontà del matrimonio, ma che mette in luce un amore specificatamente diretto a Dio e al suo popolo. Allo stesso tempo, noi sacerdoti sappiamo che non stiamo solo ricevendo un dono; stiamo dando un dono. Stiamo offrendo il dono di tutta la nostra persona a Cristo e alla Chiesa, un dono offerto liberamente e consapevolmente e con gratitudine. E questo dono, come il dono di sé da parte di Cristo, richiede sacrificio.

La promessa del celibato è un legame permanente. Sappiamo che saremo per sempre fedeli nell’amore celibe. Ma non è un dono effettuato una volta per tutte come si potrebbe donare una grande somma di denaro. È un dono che viene effettuato più e più volte; deve essere continuamente rinnovato. La generosità che ci spinse alla nostra promessa di tutta una vita deve essere tenuta viva giorno per giorno, attraverso l’unione in preghiera con Cristo e il costante desiderio di offrire un fedele servizio alla Chiesa. Non solo dobbiamo evitare l’impurità; dobbiamo anche evitare la cupidigia e l’egoismo, e qualsiasi altra cosa possa indebolire il nostro impegno di amare Cristo con cuore indiviso.

7. Desidero ora rivolgere alcune parole in particolare ai seminaristi, benché quanto ho già detto valga anche per voi. Sono sicuro di parlare per tutti i sacerdoti qui presenti e per tutti i sacerdoti dell’Australia quando dico quanto sono grato a Dio per voi. Come sacerdoti, amiamo la Chiesa; siamo interessati al suo futuro; siamo desiderosi di vedere il nostro ministero, la missione di Cristo, continuare negli anni a venire. Ma ancor più di questo, vogliamo che scopriate nel sacerdozio la gioia di Cristo, la gioia che abbiamo trovato nel dare noi stessi a colui che disse di se stesso: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” (Mt 20, 28).

Vi sono molte cose delle quali vorrei parlare con voi dettagliatamente: per esempio, l’importanza dello studio e della disciplina, la necessità della generosità e della fedeltà, il valore del celibato e della carità pastorale. Non c’è tempo per farlo qui, ma lasciatemi solo sottolineare l’importanza vitale della preghiera. Nella mia prima lettera ai sacerdoti del Giovedì santo, nel 1979, scrissi (IOANNIS PAULI PP. II Epistula ad universos Ecclesiae sacerdotes, adveniente Feria V in Cena Domini, anno MCMLXXIX, 10, die 8 apr. 1979: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, II [1979] 858): “È la preghiera che mostra lo stile essenziale del sacerdote; senza la preghiera questo stile si deforma. La preghiera ci aiuta sempre a trovare la luce che ci ha guidato fin dagli inizi della nostra vocazione sacerdotale e che non cessa mai di guidarci. La preghiera ci dà la possibilità di convertirci continuamente, di rimanere in uno stato di continua tensione verso Dio, che è essenziale se vogliamo condurre gli altri a lui. La preghiera ci aiuta a credere, a sperare e ad amare”. Sì, cari fratelli, è sempre la preghiera a mostrare lo stile essenziale del seminarista.

8. Nel parlare ai fratelli sacerdoti e a chi si prepara al sacerdozio, desidero accennare alla necessità di vocazioni sacerdotali. Spesso sentiamo che il numero di coloro che si consacrano al sacerdozio e alla vita religiosa è diminuito. Con voi sacerdoti e seminaristi e con i genitori e altre persone che possono udire le mie parole, insisto nel dire che non possiamo accettare questa situazione come inevitabile e immutabile.

Ripeto l’appello che quest’anno ho rivolto a tutta la Chiesa nel mio messaggio per la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni: (IOANNIS PAULI PP. II Nuntius oblata occasione diei ad sacerdotales et religiosas vocationes fovendas statuti, 2, die 26 feb. 1986: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IX, 1 [1986] 517) “La Chiesa ha immenso bisogno di sacerdoti. È questa una delle urgenze più gravi che interpellano la comunità cristiana. Gesù non ha voluto una Chiesa senza sacerdoti. Se mancano i sacerdoti, manca Gesù nel mondo, manca la sua Eucaristia, manca il suo perdono. Per la propria missione la Chiesa ha anche immenso bisogno della molteplicità delle altre vocazioni consacrate. Il popolo cristiano non può accettare con passività e indifferenza il declino delle vocazioni. Le vocazioni sono il futuro della Chiesa. Una comunità povera di vocazioni impoverisce tutta la Chiesa; al contrario una comunità ricca di vocazioni è una ricchezza per tutta la Chiesa”. Dobbiamo a Gesù Cristo il fatto di non dubitare del potere del suo mistero pasquale. Egli è sempre capace, attraverso la sua morte e risurrezione, di far nascere vocazioni nella sua Chiesa, e di sostenere i giovani nel generoso amore sacrificale.

Cari fratelli: voi avete arricchito tutta la Chiesa rispondendo alla chiamata di Cristo a un servizio speciale quali sacerdoti e seminaristi. Siate certi che la gioia che provate e comunicate agli altri, con la grazia di Cristo, contribuirà a promuovere le vocazioni. Non è affatto da stolti essere “fuori di senno per Cristo”. Comunicate questo messaggio agli altri. Pregate per le vocazioni. Pregate affinché i genitori spronino i figli a chiedersi se hanno una vocazione e ad accettare questa sfida. E non dubitate mai della verità che i sacerdoti rimangono essenziali per la piena vita della Chiesa, oggi e sempre. Il Signore Gesù ha bisogno di voi per adempiere il suo progetto per la salvezza del mondo.

Andiamo avanti, dunque, con gratitudine per il sacerdozio, con fiducia nell’amore di Dio, con la lode nei nostri cuori. Cantiamo: “Canterò senza fine le grazie del Signore”!

 

© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana

 

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