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VISITA PASTORALE ALLA PARROCCHIA ROMANA
DI SANTA MARIA IN AQUIRO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 8 febbraio 1987

 

1. “Voi siete il sale della terra . . . Voi siete la luce del mondo” (Mt 5, 13.14).

Ascoltando queste parole di Cristo, pronunziate ai discepoli e oggi indirizzate a noi, ci prende un santo timore. Vorremmo subito rispondere al Maestro: sei tu la luce del mondo. Tu sei divenuto il sale della terra, che tutto conserva e rinnova.

Sei tu! Non noi.

E l’odierna liturgia sembra dire lo stesso, quando, prima del Vangelo, ricorda le parole di Cristo: “Io sono la luce del mondo . . . chi segue me avrà la luce della vita” (Gv 8, 12); e quando, col salmo responsoriale, proclama: “Spunta nelle tenebre come luce per i giusti, buono, misericordioso e giusto” (Sal 112, 4), intendiamo queste parole come dette profeticamente su Cristo.

2. “Tu - noi” . . . “Tu e noi” . . .

Tuttavia la parola dell’odierna liturgia non si ferma alla contrapposizione. Cristo, anzi, la elimina perché non dice soltanto di se stesso: “Io sono la luce del mondo”, ma dice anche dei discepoli, e ai discepoli, di noi e a noi: “Voi siete la luce del mondo”. Voi lo siete. Sì, lo siete, dato che mi seguite. Dato che voi ricevete questa luce che è in me. Io non sono venuto nel mondo solamente per “essere la luce”, ma per “dare la luce”, per trasferirla nelle menti e nei cuori umani, per accenderla nel profondo dell’uomo.

Di questa verità ebbe piena coscienza san Paolo, il quale scrive ai Corinzi di se stesso, della sua debolezza e del timore che l’accompagna sempre, quando egli deve rendere testimonianza a Cristo davanti agli uomini. Perciò confessa: “Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso... perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio” (1 Cor 2, 2.5).

3. L’Apostolo è per noi un modello di come attingere questa luce che è in Cristo - la luce che è Cristo - e di come trasferirla negli altri, di come trasmetterla.

Infatti Cristo vuole da noi proprio questo, quando dice “voi siete la luce del mondo”. Infatti aggiunge: “Non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa” (Mt 5, 14-15).

Abbiamo quindi un compito. Abbiamo una responsabilità per il dono ricevuto: la responsabilità per la luce che ci è stata tramandata. Non possiamo soltanto appropriarci di essa. Non possiamo chiuderla tra le quattro pareti del nostro “io”. Dobbiamo anche comunicarla agli altri. Dobbiamo “darla”. Dobbiamo risplendere con essa “davanti agli uomini” (Mt 5, 16).

4. Anche Isaia spiega che cosa vuol dire “risplendere”: quando la luce che è nell’uomo - “la tua luce” - sorge come l’aurora (cf. Is 58, 8). Questo avviene mediante le buone opere, con le quali la bontà del Signore compenetra il credente e si riverbera all’esterno.

Nella prima lettura, infatti, il profeta rivela quanto Dio chiede perché sia a lui reso un culto non formalistico, ma vero e interiorizzato: perché la pietà è genuina quando conduce a praticare attraverso le opere di misericordia ciò che la fede crede. L’autore sacro richiama in tal modo quale deve essere l’atteggiamento fondamentale del giusto verso Dio, che così concede una benedizione abbondante di luce e di gloria.

Con un premio che supera il merito, il vero credente risplende davanti agli uomini per pienezza di vita, per rettitudine di intenzione per longanimità e sollecitudine.

5. Gesù ribadisce il medesimo insegnamento, quando dice: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt 5, 16). Così dunque la luce che è nell’uomo per opera di Cristo, del suo Vangelo e della sua grazia si manifesta nella testimonianza delle buone opere. La nostra fede richiede le opere che derivano dalla fede, la cui luce può venir meno se non la si alimenta con l’amore.

E questa è al tempo stesso una testimonianza resa a Dio: ogni bene, che nasce sul terreno delle buone opere, arricchisce il mondo e nello stesso tempo reca gloria a Dio.

6. Così la metafora della “luce” s’incontra con quella del “sale”.

Come discepoli di Cristo dobbiamo essere il sale della terra. Il sale preserva il cibo dall’alterazione. I cristiani sono chiamati ad assicurare a questo mondo i valori che danno salute e freschezza ai cuori, alle coscienze e alle opere umane, che rendono la vita umana veramente tale e degna dell’uomo.

Così dunque “essere luce”, vuol dire insieme “essere sale della terra”, ed essere sale “vuol dire essere luce”. Non si possono separare queste due correnti della vita cristiana, questi due compiti, queste due dimensioni della missione che riceviamo mediante la partecipazione al mistero di Cristo: alla sua croce e risurrezione.

Perciò la Chiesa - anche nella sua missione magisteriale e pastorale - vede la propria responsabilità particolare per le questioni della fede e della morale. Le custodisce congiuntamente. Esse costituiscono insieme l’eredità della nostra redenzione. Esse sono la nostra partecipazione a questa sapienza e potenza che è in Cristo.

7. A motivo di questa comunione, la mente diventa acuta e saggia, capace cioè di riconoscere in Cristo la risposta stupenda e inaudita - ma incessantemente attesa - all’anelito dell’uomo. A motivo di questa intima partecipazione, la volontà è in grado di conformarsi al volere di grazia del Padre, che oggi ha dato a me e a voi, fratelli carissimi, la gioia di poterci raccogliere in questo tempio, per celebrare le meraviglie del suo amore, ricordando in modo particolare, nel 450° anniversario della morte, l’esempio e la figura di san Girolamo Emiliani, che in questo amore si fece pellegrino. Questo santo si recò, infatti, in diversi luoghi del Veneto e della Lombardia, per fondare e organizzare istituti per orfani o per altre persone bisognose. Egli fu toccato in modo prodigioso dalla misericordiosa sollecitudine della Vergine santissima e palesò la propria trasformazione interiore con una dedizione a Dio così profonda e con un amore così autentico, da essere ovunque chiamato apostolo della carità.

Egli non esitò neppure ad assistere gli ammalati di peste, sempre nella consapevolezza che, solamente quando riflette lo splendore di Dio, ogni azione posta davanti agli uomini viene utilmente compiuta per la loro spirituale edificazione. Per soccorrere con questo spirito gli indigenti, san Girolamo Emiliani diede inizio alla “Compagnia dei servi dei poveri”, in seguito elevata a congregazione dal sommo pontefice Pio V. Fedeli al carisma del Fondatore i “chierici regolari di Somasca”, svolgono il loro ministero, in questa parrocchia, come negli altri campi di apostolato, ben sapendo che il Signore ha talmente legato a sé, in Cristo, il destino dell’uomo, che non si raggiunge Dio se, al tempo stesso, non si va verso l’uomo attenti a quel bene e a quella dignità, che mai possono essere disattese.

8. In questa casa di preghiera, insieme col card. vicario e mons. Filippo Giannini, Vescovo ausiliare per il settore, saluto il card. Antonio Innocenti, titolare di questa chiesa, mons. Ettore Cunial, le autorità civili qui presenti, i responsabili dei vari seminari e i superiori e le superiore dei numerosi istituti religiosi, che risiedono e operano nel territorio della parrocchia.

Il mio saluto va in particolare al parroco, padre Giovanni Incitti, CRS, e al viceparroco. Voi mi avete informato di come conducete - coadiuvati dal consiglio pastorale - i credenti alla consolazione di ricevere l’acqua, che libera dal peccato originale; il pane di vita, che assimila al Redentore; il crisma che genera forti persone cristiane, e l’unzione, che conforta gli infermi.

In questa casa di benedizione, degnamente si celebra il sacramento, che santifica l’amore umano, e il peccatore pentito viene liberato dalle sue colpe.

Un particolare saluto rivolgo alla comunità giovanile, che prosegue la tradizione educativa, nella quale venne formato Eugenio Pacelli, Papa Pio XII, mentre a tutti rivolgo la mia parola di esortazione a perseverare nella devozione alla Madonna, qui solennemente invocata anche nel giorno in cui si celebra la memoria della Vergine apparsa a Lourdes. Siate, come Maria, attenti alla presenza di Cristo, per gioirne e camminare fedelmente sulla strada della santità. Questa è unione con Dio e bontà di opere con le quali si manifesta la verità, la letizia, la perfezione delle nostre persone. Accettare Dio nella propria vita vuol dire affermare il valore dell’uomo, sempre e dappertutto.

9. Cari fratelli e sorelle!

Sono lieto che nel centro di Roma si trovi la vostra parrocchia, dedicata alla beata Vergine: Santa Maria in Aquiro.

Gioisco di potervi fare questa visita nell’odierna domenica in cui voi, in omaggio ai religiosi che hanno la cura pastorale di questa parrocchia, ricordate san Girolamo Emiliani. Insieme abbiamo meditato la verità circa “la luce del mondo” e “il sale della terra”.

Per opera di Maria, Cristo sia per voi, in ogni tempo e sempre di più, “la luce” che fa nascere in tutta la comunità la testimonianza della fede e delle buone opere.

Risplenda quindi “la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone”. Risplenda, perché mediante queste opere tutti rendano gloria al Padre.

Quanto tutto questo è indispensabile nel mondo contemporaneo! Quanto è indispensabile a Roma alla fine del secondo millennio dell’eredità apostolica della fede e della morale cristiana!

 

© Copyright 1987 - Libreria Editrice Vaticana

 

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