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VIAGGIO APOSTOLICO IN POLONIA

MESSA PER LA BEATIFICAZIONE DELLA GIOVANE
CONTADINA MARTIRE CAROLINA KÓZKA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Tarnów - Mercoledì, 10 giugno 1987

 

1. “Beati voi . . .” (Mt 5, 11).

Abbiamo ascoltato le parole di Cristo dal discorso della montagna. Ancora una volta il Maestro ci ha parlato con il linguaggio delle otto beatitudini: con il linguaggio della buona novella.

Beati voi . . .

In queste parole leggiamo il passato ed il futuro. Prima il passato. La Chiesa di Tarnów; che nello scorso anno ringraziava Dio per i duecento anni del suo servizio in questa terra sulla Vistola ed ai piedi dei Carpazi, legge nel messaggio delle otto beatitudini tutto il suo passato ultramillenario in questa terra.

Questo messaggio risuonava qui da oltre mille anni, cadendo sul terreno delle anime umane come il grano che gli stessi uomini gettavano allo stesso tempo sugli appezzamenti di questa terra. A volte - terra fertile, che produce il centuplo, a volte - terra difficile, sassosa, come in montagna, dove non è così facile avere un raccolto fertile ed abbondante.

Sono lieto di poter essere oggi con voi, per prolungare la forte eco ancor sempre risonante del vostro giubileo. So che esso si è fatto sentire con un inno ardente di gratitudine - nel tuo cuore, Vescovo e pastore della Chiesa di Tarnów, nel cuore dei tuoi fratelli, Vescovi e sacerdoti, nel cuore delle famiglie religiose maschili e femminili, nel cuore di tutti coloro che in questa terra sono “il Popolo di Dio” e “il sacerdozio regale” (cf. 1 Pt 2, 9).

2. Sono lieto di poter essere oggi con voi. Questa terra da anni mi era cara. Fissavo con ammirazione gli incanti del suo paesaggio, attraverso le catene montuose e le valli lungo i ruscelli. Ricevevo tanta ospitalità. E mi era cara questa Chiesa.

Anche se oggi vengo da voi come pellegrino dalla sede di san Pietro a Roma, per anni sono stato un vicino. Ed ho sperimentato un buon cordiale vicinato.

Il Vangelo . . . il messaggio delle otto beatitudini . . . non è esso sin dall’inizio inscritto nella storia della vostra Chiesa? Non annunziavano questo messaggio salvifico già quei primi santi eremiti sul Dunajec, e poi sul Vago slovacco - Swierad e Benedetto - alla soglia stessa della nostra storia?

E dopo: Stanislao di Szczepanow, Vescovo, martire sulla sede di Cracovia, con cui è legato il patrimonio comune di tutti i Polacchi.

E più tardi ancora: Kinga, principessa, madre della stirpe e monaca nel convento delle figlie di santa Chiara a Nowy Sacz.

3. Il messaggio delle otto beatitudini, la semina del Vangelo di Dio, cammina attraverso i secoli. Durante il Giubileo avete ricordato scrupolosamente tutte le persone, tutti i luoghi ed i tempi, mediante i quali spirava nella vostra storia comune lo stesso spirito di verità che si è manifestato agli apostoli il giorno di Pentecoste sotto forma di lingue di fuoco.

Ed ecco, durante i nostri tempi, in questo secolo, ancora una lingua di fuoco dello Spirito di verità, del Paraclito, si è soffermata sopra una semplice ragazza contadina: “. . . Dio ha scelto . . . ciò che è debole per confondere i forti, per confondere i sapienti” (cf. 1 Cor 1, 27).

I Santi, non sono essi per . . . confondere? Sì. Possono essere anche per questo. A volte è necessaria una tale salvifica confusione per vedere l’uomo in tutta verità. È necessario, per scoprire: o riscoprire la giusta gerarchia dei valori. È necessario a noi tutti, vecchi e giovani. Anche se questa giovane figlia della Chiesa di Tarnów; che da oggi chiameremo beata, parla con la sua vita e la sua morte prima di tutto ai giovani.

Ai ragazzi, alle ragazze. Agli uomini e alle donne. Parla della grande dignità della donna: della dignità della persona umana. Della dignità del corpo, anche se in questo mondo è soggetto alla morte e corruttibile così come anche il suo giovane corpo è stato sottoposto alla morte dall’assassino, ma questo corpo umano porta in sé il segno dell’immortalità che l’uomo deve raggiungere in Dio eterno e vivo mediante Cristo.

Così dunque: i santi sono per testimoniare la grande dignità dell’uomo. Testimoniare Cristo crocifisso e risorto “per noi e per la nostra salvezza”, vuol dire testimoniare allo stesso tempo la dignità che l’uomo ha davanti a Dio. Testimoniare la vocazione che l’uomo ha in Cristo.

4. Carolina Kózka era consapevole di questa dignità.

Consapevole di questa vocazione. Viveva in questa consapevolezza e maturava in essa. Con la stessa coscienza infine ha dato la sua giovane vita, quando bisognava darla, per difendere la sua dignità di donna. Per difendere la dignità di una ragazza polacca, contadina. “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio” (cf. Mt 5, 8.).

Ecco così il messaggio delle otto beatitudini si inscrive con nuovi caratteri nella storia della Chiesa di Tarnów, nella storia di questo popolo, che da generazioni - indipendentemente da storici torti ed umiliazioni - ha conservato in sé la consapevolezza di essere il santo Popolo di Dio, il popolo redento a prezzo del sangue di Cristo, il sacerdozio regale.

Là tra i boschi pianeggianti, vicino al paese Wal-Ruda, sembra perdurare questa vostra compaesana, figlia del popolo, “stella del popolo” - e testimoniare l’indistruttibile appartenenza dell’uomo a Dio stesso. “L’uomo è di Cristo - e Cristo è di Dio” (cf. 1 Cor 3, 23).

5. La liturgia dell’odierna beatificazione, e specialmente il salmo responsoriale, ci permette in un certo senso di leggere i singoli momenti di questa testimonianza. Di questo martirio.

Non è lei, Carolina, a dire così? “Proteggimi o Dio: in te mi rifugio. Ho detto a Dio: “Sei tu il mio Signore”” (Sal 16, 1-2).

Non è lei ad esprimersi tramite le parole del salmista? Al momento della terribile minaccia da parte di un altro uomo fornito di mezzi di prepotenza . . . si ripara presso Dio. E il grido: “Sei tu il mio Signore” significa: non prevarrà su di me la sporca prepotenza, perché tu sei la fonte della mia forza - nelle debolezze. Tu, unico Signore della mia anima e del mio corpo: mio creatore e redentore della mia vita e della mia morte. Tu, Dio del mio cuore, dal quale non si separa la mia memoria e la mia coscienza.

“Io pongo sempre innanzi a me il Signore, / sta alla mia destra, non posso vacillare. /  . . .anche di notte il mio cuore mi istruisce” (Sal 16, 8.7).

Così il salmista. E così Carolina al momento della prova mortale della fede, della purezza e della fortezza.

Camminiamo quasi sulle orme della fuga di questa ragazza che tenta di resistere all’aggressore armato, che cerca i sentieri per i quali potrebbe salvare la vita e la dignità in mezzo al bosco vicino al suo paese natale. “Tu mi indichi il sentiero della vita” (cf. Sal 16, 11).

Il sentiero della vita. Su quel sentiero della fuga le è stato inflitto l’ultimo colpo mortale. Carolina non ha salvato la vita temporale. Ha trovato la morte. Ha dato questa vita, per ottenere la vita: con Cristo in Dio.

6. In Cristo infatti, insieme al sacramento del battesimo, che lei ricevette nella chiesa parrocchiale a Radlow, è iniziata la sua vita nuova.

Ed ecco, cadendo per mano dell’aggressore, Carolina rende l’ultima testimonianza su questa terra, a quella vita che è in lei. La morte corporale non la distrugge. La morte significa un nuovo inizio di questa vita, che è da Dio, che diventa la nostra parte per mezzo di Cristo, per opera della sua morte e risurrezione.

Carolina dunque perisce. Il suo giovane corpo rimane tra il sottobosco. E la morte di un innocente sin d’ora, sembra annunciare con una forza particolare la verità espressa dal salmista:

“II Signore è la mia parte dell’eredità, / Il Signore è il mio destino. / Nelle sue mani è la mia vita” (cf. Sal 16, 5).

Sì. Carolina abbandonata nel bosco di Ruda è al sicuro, è nelle mani di Dio che è il Dio della vita.

E la martire esclama insieme al salmista: “Benedico il Signore”.

Figlia di genitori semplici, figlia della terra sulla Vistola, “stella” del tuo popolo, oggi la Chiesa si unisce in questo alto grido della tua anima - e ti chiama: beata!

Cristo è diventato tua “Sapienza, giustizia, santificazione, redenzione” (1 Cor 1, 30).

È diventato tua forza. Ringraziamo Cristo per la potenza che ha manifestato nella tua casta vita e nella tua morte per martirio.

7. “Considerate infatti la vostra vocazione, fratelli!” (1 Cor 1, 26).

Così scrive l’apostolo Paolo ai Corinzi, e io ripeto oggi a voi, qui riuniti, queste sue parole.

Siete giunti da diverse parti di questa vasta diocesi, che ha il suo centro nella storica città di Tarnów.

Vi trovate insieme a me di fronte all’eloquenza della vita di questa giovane, Carolina Kózka, e di questa morte per martirio. Considerate cari fratelli e sorelle, la vostra vocazione.

Voi, cari fratelli e sorelle, a cui parlo: operai, artigiani, rappresentati qui dalle corporazioni artigiane. Voi, ex prigionieri di Auschwitz - da qui, dalla prigione di Tarnów, partì il primo trasporto per il campo di Auschwitz.
Voi, rappresentanti di Skalne Podhale, associati nel circolo dei suoi amici.
Voi, combattenti, specialmente da Szczawa. Gioventù delle “Oasi” e membri del Movimento “Luce-Vita”.
Le scouts e gli scouts.
Fratelli pellegrini dall’Ungheria (da Paks). Fratelli slovacchi e cechi, fratelli venuti dalla Moravia. Connazionali dall’America che in questo importante momento vi siete presentati nella terra della vostra origine, il vecchio paese.
Pellegrini dall’arcidiocesi di Cracovia e dalle diocesi di Kielce e di Sandomierz-Radom, di Przemysl e dell’arcidiocesi di Lubaczow. Tutti, da qualunque parte veniate. Tutti voi che siete qui presenti. Considerate la vostra vocazione.

8. In modo speciale desidero rivolgermi nel giorno della beatificazione di questa figlia della campagna polacca, dell’inizio del nostro secolo, a coloro la cui vocazione di vita - anche oggi, verso il termine di questo secolo, è la vita rurale e il lavoro della terra.

Agli agricoltori polacchi presenti qui mediante le loro delegazioni da tutto il paese. Come è significativo il fatto, che nell’insegnamento sul regno di Dio, Cristo si è servito dell’analogia e delle immagini attinte dalla vita della natura e dalla cultura agricola che da essa scaturisce - mediante l’operato dell’uomo. E anche in questo modo ha dimostrato come la creazione e la redenzione crescono dalla stessa fonte: dal creativo e redentivo amore di Dio. Come ciò, che è stato contenuto nella creazione, raggiunge - nonostante il peccato dell’uomo - la sua pienezza nella redenzione.

“Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo” - l’agricoltore, dicevano le antiche traduzioni (Gv 15, 1). “Voi siete i tralci” (cf. Gv 15, 5).

Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra” (Mc 4, 26).

La stessa morte e risurrezione di Cristo, ed anche la vita interiore dell’uomo, da esse condizionate e formate, trovano la loro convincente illustrazione nel mondo della natura, nella vostra esperienza quotidiana.

“. . . se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12, 24).

In questo modo la terra e colui che la coltiva, il suo lavoro, diventano una particolare immagine di Dio e la chiave per comprendere il suo regno. E questo è anche una conferma, indiretta, ma estremamente profonda, della dignità del lavoro della terra. Pensiamo che per comprendere il Vangelo, per comprendere che cosa è il regno di Dio e la vita eterna, chi è lo stesso Cristo, bisogna conoscere l’agricoltura e la cura degli animali di campagna. Bisogna sapere che cosa è l’ovile e il pastore.

Che cosa è il seme e la terra coltivabile. Chi è il seminatore, quale è il ruolo della terra fertile, del vento e della pioggia. Questo da parte del linguaggio e delle immagini, da parte della comprensione della Rivelazione. Ma l’agricoltura è infatti il pane. Questo pane di cui vive l’uomo. Non di solo pane vive l’uomo, però l’uomo per vivere deve avere il pane. Perciò ci sta così a cuore che questo pane non manchi a nessuno sul nostro globo terrestre, che esso non manchi nella nostra patria.

Questo è lo stesso pane, che Cristo “la vigilia della sua passione . . . prese . . . nelle sue mani sante e venerabili, e alzando gli occhi al cielo a te, Dio Padre suo onnipotente, rese grazie con la preghiera di benedizione, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi”.

L’uomo ha dunque bisogno del pane. Sia di quello che è “frutto della terra e del lavoro dell’uomo”, sia di quello “che discende dal cielo e dà la vita al mondo” (Gv 6, 33).

9. Come ospite e partecipante del Secondo Congresso Eucaristico Nazionale in Polonia, vengo a pregare a Tarnów insieme ai miei connazionali: “dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Non vengo come un esperto dell’agricoltura e non porto delle soluzioni. Desidero in un certo senso trovarmi sulle orme della pastorale del mondo rurale polacco, dell’agricoltore polacco. Condividere le vostre preoccupazioni ed inquietudini. Ricordare e confermare il rapporto della Chiesa verso di voi. In tutto il mondo tutti sono concordi che la mancanza di pane è uno scandalo. Nella nostra terra tutti sono concordi che non dovrebbe e non può mancare il pane in essa.

Allo stesso tempo si sa che il mondo rurale polacco d’oggi, in conseguenza delle drammatiche esperienze che sono divenute la sua parte, sta vivendo una complessa crisi: la crisi economica e morale.

Quanto sarebbe facile elencare gli errori commessi nel passato e quelli che sempre perdurano e testimoniano la sottovalutazione della agricoltura, che è diventata terreno di esperimenti non ponderati, di mancanza di fiducia e persino di discriminazione. E i coltivatori sono infatti non solamente quelli che nutrono, ma anche coloro che costituiscono un elemento di stabilità e di permanenza.

Come non citare qui, a Tarnów, il grande leader del popolo polacco e l’uomo di Stato, agricoltore, Wincenty Witos, figlio di questa terra. Egli scriveva tra l’altro: “Chi deve costituire la forza dello Stato e un rifugio infallibile? Per me la risposta si imponeva da sola: i contadini polacchi, consapevoli, indipendenti, soddisfatti, perché quelli sono pronti a dare la salute e la vita per ogni zolla di terra patria, e che cosa dire in difesa dell’integrità della patria. Bisogna però, non solo cercare di basare il futuro su questi contadini, ma conquistare ad ogni prezzo la loro fedeltà ed il loro attaccamento allo Stato, e quando lo si conquisterà, mantenerlo e consolidarlo per sempre” (W. Witos, Moje wspomnienia, vol. I, Parigi 1964, p. 35).

Le parole citate di Witos tracciano la via non solo agli agricoltori polacchi, ma anche a tutti coloro che sono responsabili dell’organizzazione della vita socio-economica della campagna polacca.

Anche in questo spirito, conforme alla tradizione polacca, sono stati negli ultimi tempi, stretti i patti di Rzeszow-Ustrzyki nella questione dell’agricoltura (del 18 e del 20 febbraio 1981), nei quali i coltivatori hanno tentato di trovare insieme alle autorità la soluzione a vari, dolorosi problemi. Sembra che nei tempi attuali questi patti non solo non dovrebbero passare sotto silenzio, ma dovrebbero trovare la loro piena realizzazione. Che l’agricoltura polacca esca dalla multiforme minaccia e cessi di essere condannata solo alla lotta per la sopravvivenza. Che essa sperimenti il molteplice aiuto da parte dello Stato.

Molte deformazioni della vita rurale trovano la loro fonte nel secondario status dell’agricoltore, come lavoratore e come cittadino. Perciò anche il modello dell’agricoltore, oppure del contadino-operaio che lavora con poco risultato e al di sopra delle proprie forze, dovrebbe essere sostituito dal modello di un produttore redditizio e indipendente, consapevole e capace di far uso, non meno degli altri, dei beni della cultura e capace di moltiplicarla. “Elevare le ispirazioni popolari ad una potenza che penetri e comprenda l’umanità intera, elevare ciò che è popolare all’umanità - scrive Norwid - mediante lo sviluppo interiore della maturità . . .” (C.K. Norwid, Promethidion, Epilogo). Bisogna ammettere che la Polonia meridionale è sempre una fonte viva di cultura. Qui lavorano centinaia di “artisti popolari”.

Desidero incoraggiare loro e tutti gli altri e volgere l’attenzione nel loro lavoro sui legami tra la cultura spirituale e la religione. Sulla profondità di questa vocazione pensava il poeta-vaticinatore, mentre scriveva che l’agricoltore “con una mano cerca per noi il pane, con l’altra trae dal cielo una sorgente di freschi pensieri” (C. K. Norwid, Pismo, vv. 21-22).

he vada in questa direzione e si sviluppi la pastorale degli agricoltori, formando i partecipanti delle comunità pastorali agricole ed elaborando forme sempre più profonde di vita interiore, che mostreranno la fatica della vita agricola come realizzazione della volontà di Dio, del quotidiano dovere dell’uomo.

10. “Considerate infatti la vostra vocazione, fratelli”.

Nel contesto del giubileo che sta vivendo la Chiesa di Tarnów, mi è dato oggi di celebrare questo servizio salvifico della parola di Dio e dell’Eucaristia.

Tramite la figura di Carolina, beata figlia di questa Chiesa, considerate, fratelli e sorelle la vostra vocazione attraverso tutte le generazioni che la divina Provvidenza ha legato con la vostra terra sulla Vistola, ai piedi dei Carpazi, pianeggiante, collinosa e montuosa . . . con questa bella terra.

Con questa terra difficile. Questa terra ha accolto in sé il messaggio evangelico delle otto beatitudini come la luce del destino divino dell’uomo. Come luce di quell’eredità, che è la nostra parte in Gesù Cristo.

“Beati i poveri in spirito . . . beati quelli che hanno fame e sete della giustizia . . . beati i misericordiosi . . . i puri di cuore . . . gli operatori di pace . . . i perseguitati per causa della giustizia, perché: troveranno misericordia . . . vedranno Dio . . . saranno chiamati figli di Dio . . . di essi è il regno dei cieli” (cf. Mt 5, 3-10).

“Stirpe regale dei Piast” (M. Konopnicka, Rota): figli e figlie di questa stirpe, qui dalla Vistola ai Carpazi, perseverate in questa eredità!

A voi appartiene il regno dei cieli!

Perseverate come perseveravano le altre generazioni! Come i santi eremiti sul Dunajec, come il Vescovo Stanislao, che “vive sotto la spada”, come Carolina, che nel nostro secolo ha reso testimonianza a Cristo: una testimonianza di vita mediante la morte.

Perseverate in questa sacra eredità.

A voi appartiene . . . il regno dei cieli. Amen.


Al termine della solenne Beatificazione il Santo Padre annuncia ai fedeli della città e della diocesi la nomina ad arcivescovo di Monsignor Ablewicz. Queste le parole del Papa.

Cari fratelli e sorelle! Tutti i pellegrini di questa diocesi di Tarnow e delle diocesi confinanti, tutti quanti professano la fede in Cristo, figli e figlie sia della Chiesa latina sia quanti viventi tra noi sono legati alla Chiesa orientale, tutti gli agricoltori qui riuniti.

Sono giunto per un anniversario e anniversario significa rallegrarsi. Il Signore Gesù ha detto: “Vengo a voi perché la vostra gioia sia piena”. Come servitore di Cristo desidero che la gioia della Chiesa di Tarnow sia piena e per questo, in occasione del duecentesimo anniversario dell’esistenza della diocesi, su richiesta del Cardinale Metropolita di Krakow e a nome di tutto il circondario ecclesiastico, dopo essermi accordato con i dicasteri responsabili della sede apostolica, conferisco oggi il titolo di arcivescovo al vostro pastore. Tale titolo è legato alla sua persona in qualità di vescovo di Tarnow, dopo venticinque anni di attività pastorale in questa diocesi e inoltre per sottolineare un particolare servizio alla Chiesa universale, soprattutto nel campo della missione - numerosi sacerdoti e suore di questa diocesi lavorano nelle missioni, e il nome della Chiesa di Tarnow è nelle missioni ben conosciuto - e per riconoscere il servizio che il vostro vescovo, vescovo di Tarnow, arcivescovo Jerzy Ablewicz ha ripetutamente compiuto nei confronti della sede apostolica. Gloria a Dio!

 

© Copyright 1987 - Libreria Editrice Vaticana

 

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