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VIAGGIO APOSTOLICO NEGLI STATI UNITI E IN CANADA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

 «Campus» dell’Università dello Stato dell'Arizona (Phoenix)
 Lunedì, 14 settembre 1987

 

Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo” (Gv 3, 14).

Cari fratelli e sorelle.

1. In questo giorno in cui ho la gioia di celebrare l’Eucaristia con voi qui a Phoenix, volgiamo il nostro primo pensiero alla croce vittoriosa del nostro Salvatore, al Figlio dell’uomo che è stato innalzato! Adoriamo e lodiamo Cristo, nostro Signore crocifisso e risorto. A lui, al Padre e allo Spirito Santo sia gloria e grazie ora e sempre!

Com’è bello unire le nostre voci nella lode a Dio in questa festa dell’Esaltazione della croce. E quanto è opportuno celebrare la festa qui, nella città di Phoenix, che trae il nome da un antico simbolo spesso dipinto nell’arte cristiana per rappresentare il significato della croce vittoriosa. La fenice era un uccello leggendario che, dopo la morte, risorgeva nuovamente dalle proprie ceneri. Così divenne un simbolo di Cristo che, dopo la morte sulla croce, risorse trionfalmente sul peccato e sulla morte.

Possiamo giustamente affermare che, attraverso la divina Provvidenza, la Chiesa a Phoenix è stata chiamata in modo particolare a vivere il mistero della vittoria della croce. Certamente la croce di Cristo ha segnato il progresso dell’evangelizzazione di quest’area, fin dall’inizio: dal giorno, trecento anni fa, in cui padre Eusebio Kino portò per primo il Vangelo in Arizona. La buona novella della salvezza ha prodotto grandi frutti qui a Phoenix, Tucson e in ogni parte di questa regione. La croce è veramente l’albero della vita.

2. “Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo” (Gv 3, 14).

Oggi la Chiesa fa speciale riferimento a queste parole di Cristo, poiché essa celebra la festa dell’Esaltazione della croce. Al di là delle circostanze storiche particolari che hanno contribuito alla introduzione di questa festa nel calendario liturgico, restano queste parole che Cristo rivolse a Nicodemo durante quel colloquio che avvenne di notte: “Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo”.

Nicodemo, come sappiamo, era un uomo che amava la parola di Dio e ne studiava il significato con grande attenzione. Spinto dalla sua fame di verità, dalla sua ansia di capire, Nicodemo si presentò a Gesù di notte, per trovare risposte ai suoi problemi e ai suoi dubbi. Ed è proprio a lui, a Nicodemo, che Gesù rivolge queste parole che ancora risuonano in modo misterioso: “Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3, 14-15).

Nicodemo non avrebbe potuto sapere, a questo punto, che queste parole contengono, in un certo senso, la sintesi dì tutto il mistero pasquale che avrebbe coronato la missione messianica di Gesù di Nazaret. Quando Gesù parlò di essere “innalzato”, egli pensava alla croce sul calvario: essere innalzato sulla croce, essere innalzato per mezzo della croce. Nicodemo non avrebbe potuto intuire tutto ciò in quel momento. E così Cristo si riferì a un evento della storia del Vecchio Testamento di cui egli era a conoscenza, vale a dire, a quello di Mosè che innalza il serpente nel deserto.

3. Fu un evento insolito che accadde durante il cammino di Israele dall’Egitto alla Terra Promessa. Questo viaggio che durò quaranta anni fu pieno di prove, il popolo “mise alla prova” Dio con la sua infedeltà e mancanza di fiducia; e questo a sua volta provocò molte prove da parte del Signore allo scopo di purificare la fede di Israele e di approfondirla. Presso il monte Hor ebbe luogo una prova particolare, che era quella dei serpenti velenosi. Questi serpenti “mordevano la gente e un gran numero di Israeliti morì” (Nm 21, 6). Allora Mosè, dietro ordine del Signore, “fece un serpente di rame e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di rame restava in vita” (Nm 21, 9).

Potremmo chiederci: perché una simile prova? Il Signore ha scelto Israele perché fosse il suo popolo; egli aveva scelto questo popolo al fine di iniziarlo gradualmente al suo piano di salvezza.

4. Gesù di Nazaret spiega i disegni salvifici del Dio dell’alleanza. Il serpente di rame nel deserto era la figura simbolica del Crocifisso. Se qualcuno restava vivo, non perché aveva guardato il serpente, ma perché aveva creduto nel potere di Dio e nel suo amore che salva. Così quando il Figlio dell’uomo è innalzato sulla croce del Calvario, “chiunque crede in lui avrà vita eterna” (cf. Gv 3, 15).

Esiste dunque una profonda analogia tra quella figura e questa realtà, tra quel segno di salvezza e questa realtà di salvezza contenuta nella croce di Cristo. L’analogia colpisce ancora di più se consideriamo che la salvezza della morte fisica, provocata dal veleno dei serpenti nel deserto, avviene attraverso un serpente. La salvezza dalla morte spirituale - la morte che è il peccato e che fu causata dall’uomo - avviene attraverso un Uomo, attraverso, il Figlio dell’uomo “innalzato” sulla croce.

In questa conversazione notturna, Gesù di Nazaret aiuta Nicodemo a scoprire il senso autentico dei disegni di Dio. Mentre Gesù sta parlando, la realizzazione di questi disegni divini appartiene al futuro, ma a questo punto il futuro non è lontano. Lo stesso Nicodemo sarà testimone del loro realizzarsi. Egli sarà un testimone degli eventi pasquali a Gerusalemme. Sarà un testimone della croce, sulla quale colui che parla con lui questa notte - il Figlio dell’Uomo - sarà innalzato.

5. Gesù va anche oltre. La conversazione si fa ancor più approfondita: Perché la croce? Perché il Figlio dell’uomo deve essere “innalzato” sul legno della croce? Perché “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3, 16). Sì, la vita eterna. Questo è il tipo di salvezza di cui Gesù sta parlando: la vita eterna in Dio.

Poi Gesù aggiunge: “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (Gv 3, 17). Molti hanno pensato che il Messia sarebbe stato, innanzitutto, un giudice severo che avrebbe punito, “separando il grano dalla pula” (cf. Mt 3, 12). Se in un certo momento egli dovrà venire come giudice - alla fine del mondo - ora “nella pienezza del tempo” (cf. Gal 4, 4) egli viene per essere giudicato per i peccati del mondo, e quindi a causa dei peccati del mondo. E così Cristo innalzato sulla croce diventa il Redentore della razza umana, il Redentore del mondo.

Gesù di Nazaret prepara Nicodemo, l’appassionato studioso delle Scritture, affinché egli possa capire in tempo il mistero della salvezza contenuto nella croce di Cristo. E noi sappiamo che Nicodemo capì in tempo, ma non quella notte.

6. Cosa significa dunque questo “essere innalzato”?

Nella seconda lettura dell’odierna liturgia, tratta dalla Lettera di san Paolo ai Filippesi, “essere innalzatosignifica prima di tutto “essere umiliato”. L’Apostolo scrive di Cristo dicendo: “pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso assumendo condizione di schiavo e divenendo simile agli uomini” (Fil 2, 6-7). Il Dio uomo! Il Dio fatto uomo. Il Dio che assume la nostra natura umana: questa è la prima dimensione dell’“essere umiliato” e al tempo stesso è un “innalzamento”. Dio si è umiliato, affinché l’uomo possa essere innalzato. Perché? Perché “Dio ha tanto amato il mondo”. Perché egli è amore!

Quindi l’Apostolo scrive: “Cristo spogliò se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2, 7-8). Questa è la seconda e definitiva dimensione dell’umiliazione. È la dimensione dell’essere annullato che conferma nella maniera più decisa la verità di queste parole: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito”. Egli ha dato. Questo annullamento stesso è il dono. È il più grande dono del Padre. Esso supera tutti gli altri doni. È la sorgente di ogni dono. In questa assoluta umiliazione, in questo annullamento è il principio e la sorgente di ogni “innalzamento”, l’origine dell’innalzamento dell’umanità.

7. La croce fu “innalzata” su Golgota. E Gesù fu inchiodato alla croce e quindi innalzato con essa. All’occhio umano ciò rappresenta il culmine dell’umiliazione e della disgrazia. Ma agli occhi di Dio fu diverso. Fu diverso nei disegni eterni di Dio.

L’Apostolo continua: “Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre” (Fil 2, 9-11).

Cristo è il Signore! Ciò sarà confermato nella risurrezione, ma è già contenuto nella crocifissione. Proprio nella crocifissione.

Essere crocifissi, umanamente parlando, significa essere caduti in disgrazia e umiliati. Ma dal punto di vista di Dio vuol dire essere innalzati. Cioè essere innalzati per mezzo della croce. Cristo è il Signore e diventa il Signore di tutto e di ciascuno in questa elevazione per mezzo della croce. È in questo modo che noi guardiamo alla croce con gli occhi della fede, istruiti dalla parola di Dio, guidati dal potere di Dio.

Qui, dunque, è il mistero dell’Esaltazione della croce.

8. Questo mistero ci tocca in modo particolare e con un potere speciale quando la Chiesa celebra il sacramento dell’unzione degli infermi, come questa sera. Per mezzo di questo sacramento e di tutto il suo servizio pastorale, la Chiesa continua ad aver cura degli infermi e dei moribondi come fece Gesù durante il suo ministero terreno. Con l’imposizione delle mani da parte del sacerdote, l’unzione con olio e le preghiere, i nostri fratelli e sorelle sono rafforzati con la grazia dello Spirito Santo. Essi sono capaci di sopportare le loro sofferenze con coraggio e quindi abbracciare la croce e seguire Cristo con fede e speranza più forti.

Questa sacra unzione non impedisce la morte fisica, né tantomeno promette una miracolosa guarigione del corpo umano. Ma porta realmente una grazia e una consolazione speciale ai moribondi, preparandoli all’incontro con il nostro amorevole Salvatore con fede viva e amore, e con la ferma speranza della vita eterna. Porta inoltre conforto e forza a coloro che non stanno per morire ma che stanno soffrendo a causa di gravi malattie o per l’età avanzata. Per costoro la Chiesa chiede la guarigione sia del corpo che dell’anima, pregando affinché tutta la persona possa essere rinnovata dal potere dello Spirito Santo.

Tutte le volte che la Chiesa celebra questo sacramento, proclama il suo credo nella vittoria della croce. È come se noi stessimo ripetendo le parole di san Paolo: “Io sono infatti persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né presente, né avvenire, né potenze, né altezze, né profondità, né alcun’altra creatura, potrà mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8, 38-39).

Dai tempi più remoti fino ad oggi, Phoenix è stata una città in cui la gente è venuta per curare la salute, per alleviare le sofferenze, per ricominciare e trovare nuovi stimoli. Oggi, come in passato, la Chiesa accoglie queste persone, offrendo loro amore e comprensione. Essa è grata agli infermi e agli anziani per la speciale missione che essi adempiono nel regno del nostro Salvatore. La vostra ospitalità, che io stesso ho ricevuto, rispecchia il bellissimo detto spagnolo: “mi casa, su casa”. Prego affinché restiate sempre fedeli a questa tradizione di comunità cristiana e generoso servizio.

Attraverso tale fedeltà alla vostra eredità cristiana, attraverso il sacramento dell’unzione degli infermi, nella celebrazione della santa Eucaristia, voi esprimete il profondo convincimento che la sofferenza e la morte non hanno l’ultima parola. L’ultima parola è il Verbo fatto carne, il Cristo crocifisso e risorto.

9. Il salmo responsoriale della liturgia odierna ci esorta:

Popolo mio, porgi l’orecchio al mio insegnamento,
ascolta le parole della mia bocca . . .
rievocherò gli arcani dei tempi antichi” (Sal 78, 1-2).

Fu esattamente in questo modo che Cristo rivelò il mistero della salvezza a Nicodemo e a noi. E a tutto il popolo.

Le parole che seguono, nello stesso salmo, ci dicono inoltre:

“Lo lusingavano con la bocca e
gli mentivano con la lingua,
il loro cuore non era sincero con lui,
e non erano fedeli alla sua alleanza” (Sal 78, 36-37).

E tuttavia:

“Quando li faceva perire, lo cercavano,
ritornavano e ancora si volgevano a Dio.
Ricordavano che Dio è loro rupe
e Dio, l’Altissimo, il loro salvatore” (Sal 78, 34-35).

Ed è così che Dio continua a vivere in mezzo a noi, da una generazione all’altra, come nostra rupe, nostro redentore. Questo è il mistero dell’Esaltazione della croce, la rupe della nostra salvezza.

Fissiamo il nostro sguardo sulla croce!
Rigeneriamoci in Essa!
Torniamo a Dio!
Possa l’umiliazione di Cristo - essendo stato umiliato per mezzo della croce - servire ancora una volta a innalzare l’umanità verso Dio.

Sursum corda! Innalzate i vostri cuori! Amen.

 

© Copyright 1987 - Libreria Editrice Vaticana

 

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