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VIAGGIO APOSTOLICO NEGLI STATI UNITI E IN CANADA

CELEBRAZIONE EUCARISTICA PER I FEDELI DELLA
PROVINCIA ECCLESIASTICA DI LOS ANGELES

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

«Coliseum» (Los Angeles) - Martedì, 15 settembre 1987

 

E anche a te una spada trafiggerà l’anima” (Lc 2, 35).

Cari fratelli e sorelle dell’arcidiocesi di Los Angeles e delle diocesi di Orange, San Diego, San Bernardino e Fresno.

1. La meditazione della Chiesa oggi si sofferma sulle sofferenze di Maria, la Madre che sta ai piedi della croce di suo Figlio. Essa porta a compimento la festa dell’Esaltazione della croce celebrata ieri. Gesù ha detto: “Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12, 32). Queste parole si avverarono quando fu “innalzato” sulla croce.

La Chiesa, che vive costantemente questo mistero, sente molto profondamente le sofferenze della Madre sul Golgota. L’agonia del Figlio, che nel suo terribile dolore affida il mondo intero al Padre suo, è unita all’agonia del cuore della Madre lassù, sul Calvario. Il Vangelo di oggi ci ricorda che, quando Gesù aveva solo quaranta giorni, Simeone aveva profetizzato questa agonia nel cuore della Madre quando disse: “E anche a te una spada trafiggerà l’anima”(Lc 2, 35).

Tutto il mistero dell’obbedienza al Padre è racchiuso nell’agonia del Figlio: “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2, 8), come la liturgia di ieri ha proclamato. E oggi leggiamo nella Lettera agli Ebrei: “Egli nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte” (Eb 5, 7). Queste parole si riferiscono in modo particolare all’agonia nell’orto di Getsemani quando egli pregava: “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice” (Mt 26, 39-42). L’autore della Lettera agli Ebrei aggiunge immediatamente che Cristo “fu esaudito per la sua pietà” (Eb 5, 7). Sì, fu esaudito. Egli aveva detto: “non come voglio io, ma come vuoi tu” (Mt 26, 39). E così avvenne.

L’agonia di Cristo fu, e lo è ancora, il mistero della sua obbedienza al Padre. Al Getsemani. Sul Calvario. “Pur essendo Figlio - continua il testo - imparò l’obbedienza dalle cose che patì”(Eb 5, 8). Ciò significa l’obbedienza di Cristo fino alla morte, il sacrificio perfetto della Redenzione. “E, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono” (Eb 5, 9).

2. Mentre celebriamo la beata Vergine Addolorata in questo Anno mariano, ricordiamo l’insegnamento del Concilio Vaticano II sulla presenza di Maria, la Madre di Dio, nel mistero di Cristo e della Chiesa. Ricordiamo in particolare queste parole: “La Beata Vergine ha avanzato nel cammino della fede e ha conservato fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce dove, non senza un disegno divino, se ne stette ritta” (Lumen Gentium, 58).

Il pellegrinaggio nella fede di Maria! È proprio ai piedi della croce che questo pellegrinaggio di fede, che aveva avuto inizio con l’annunciazione, raggiunge il suo apice, il suo culmine. Qui esso è unito all’agonia del cuore materno di Maria. “Soffrì profondamente col suo Figlio unigenito . . . amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei generata” (Lumen Gentium, 58). Nello stesso tempo, l’agonia del suo cuore materno rappresenta anche l’adempimento delle parole di Simeone. “E anche a te una spada trafiggerà l’anima” (Lc 2, 33). Certamente queste parole profetiche esprimono il “disegno divino” secondo cui Maria è destinata a stare ai piedi della croce.

3. L’odierna liturgia riprende l’antico testo poetico della composizione che inizia con le parole latine “Stabat Mater”:

Addolorata, in pianto
la Madre sta presso la croce 
da cui pende il Figlio. 
Immersa in angoscia mortale 
geme nell’intimo del cuore / trafitto da spada.
O Madre, sorgente di amore / fa’ ch’io viva il tuo martirio 
fa’ che io pianga le tue lacrime. 
Fa’ che arda il mio cuore 
nell’amare il Cristo-Dio, 
per essergli gradito.

L’autore di questa composizione ha cercato, nella maniera più eloquente possibile, di presentare la “compassionedella Madre ai piedi della croce. Egli era ispirato da quelle parole della sacra Scrittura sulle sofferenze di Maria che, seppure poche e concise, sono profondamente commoventi.

È opportuno che il canto di lode di Maria, il Magnificat, trovi posto nella nostra celebrazione: “L’anima mia magnifica il Signore . . . perché ha guardato l’umiltà della sua serva . . . Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente.. Di generazione in generazione la sua misericordia . . . Come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza per sempre” (Lc 1, 46-55).

Non possiamo supporre che queste parole, che riflettono il fervore e l’esultanza del cuore della giovane madre, risuonino vere, anche ai piedi della croce? Che esse continuino a rivelare il suo cuore ora che si trova in agonia con suo Figlio? Umanamente parlando, questo non ci sembra possibile. Tuttavia, nella pienezza della verità divina, le parole del Magnificat trovano il loro pieno significato alla luce del mistero pasquale di Cristo dalla croce alla risurrezione.

È proprio in questo mistero pasquale che le “grandi cose” che Dio onnipotente ha fatto per Maria trovano la loro piena realizzazione non solo per lei, ma per tutti noi e per tutta l’umanità. È proprio ai piedi della croce che si adempie la promessa un tempo fatta da Dio ad Abramo e ai suoi discendenti, il popolo dell’antica alleanza.

È ai piedi della croce che vi è una profusione alla misericordia mostrata all’umanità di generazione in generazione attraverso Colui il cui nome è santo. Sì, ai piedi della croce, l’“umiltà della Serva del Signore” - quella che “Dio ha guardato” (cf. Lc 1, 48) - raggiunge la sua pienezza accanto alla totale umiliazione del Figlio di Dio. Ma dallo stesso punto ha inizio anche la “benedizione” di Maria da parte di tutte le generazioni a venire. Lì, ai piedi della croce - per usare la descrizione del profeta Isaia nella prima lettura - la Vergine di Nazaret è pienamente “rivestita delle vesti di salvezza” (cf. Is 61, 10): lei che già nell’annunciazione l’arcangelo aveva salutata come “piena di grazia” (Lc 1, 28); lei che era stata redenta nella maniera più perfetta; lei che era stata concepita senza macchia per i meriti del suo Figlio. Al prezzo della croce. In virtù del mistero pasquale di Cristo.

4. Cari fratelli e sorelle di Los Angeles e della California del Sud: oggi è per me una gioia celebrare questa liturgia con voi. La California è stata un simbolo di speranza e promessa per milioni di persone che continuano a venire qui per trovare un focolare per loro e per le loro famiglie. Oggi il popolo della California ha un ruolo preminente nella formazione della cultura degli Stati Uniti, che hanno un’influenza tanto profonda sul resto del mondo. Il vostro Stato si distingue anche nella ricerca e nella tecnologia volte a migliorare la qualità della vita umana e a superare gli ostacoli che impediscono la libertà e il progresso umano.

Tuttavia, tra le tante benedizioni di cui potete godere in questo Stato bello e fiorente, io so che ricordare Maria come Madre Addolorata può ancora rappresentare una nota dolente nei vostri cuori. E questo perché tutti noi, in qualche modo, sperimentiamo il dolore e la sofferenza nella nostra vita. Nessun progresso economico, scientifico o sociale - per quanto grande esso sia - può eliminare la nostra vulnerabilità nei confronti del peccato e della morte. Al contrario, il progresso offre nuove possibilità al male come al bene. La tecnologia, ad esempio, aumenta le nostre potenzialità, ma non può insegnarci quello che è giusto fare. Aumenta le nostre possibilità di scelta, ma siamo noi a dover scegliere tra il bene e il male. Inoltre la sofferenza morale, le pene fisiche e psichiche sono parte di ogni vita umana. Il messaggio evangelico non è certamente nemico del progresso umano né della promozione del nostro benessere temporale, ma neppure il mistero pasquale ci permette di sfuggire all’umano dolore e alla sofferenza.

5. Il messaggio del Figlio crocifisso e di sua Madre ai piedi della croce è che i misteri della sofferenza, dell’amore e della redenzione sono indissolubilmente legati tra loro. Nell’amarezza e nell’allontanamento da Dio e dai nostri fratelli non troveremo mai la risposta alla domanda: “perché” la sofferenza? Il Calvario ci insegna che troveremo una risposta solo nell’“obbedienza” di cui parla la Lettera agli Ebrei. Non obbedienza a un Dio ingiusto o crudele, ma obbedienza al Dio che “ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio unigenito” (Gv 3, 16). Gesù pregava: “Non come voglio io, ma come vuoi tu . . . sia fatta la tua volontà” (Mt 26, 39.42). E Maria iniziò il suo pellegrinaggio di fede con le parole: “Sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1, 38).

Guardando al Figlio e alla Madre sofferenti alla luce delle Scritture, non possiamo identificare la loro obbedienza con il fatalismo o la passività. Al contrario, il Vangelo è la negazione della passività di fronte alla sofferenza (Ioannis Pauli PP. II, Salvifici Doloris, 30). Ciò che vi troviamo è un atto amorevole di autodonazione da parte di Cristo per la salvezza del mondo e da parte di Maria come protagonista attiva, fin dall’inizio, della missione salvifica di suo Figlio. Quando ci siamo sforzati di alleviare o di annullare la sofferenza, quando, come Cristo, abbiamo pregato “passi da me questo calice” (cf. Mt 26, 39), eppure la sofferenza rimane, allora dobbiamo intraprendere il “cammino regale” della croce. Come ho detto poc’anzi, la risposta di Dio alla nostra domanda “perché” è soprattutto una chiamata, una vocazione. Cristo non ci dà una risposta astratta; egli dice invece “Seguimi!”. Egli ci offre l’opportunità, attraverso la sofferenza, di prender parte alla sua opera di salvezza nel mondo. E quando noi prendiamo sulle spalle la nostra croce, allora gradualmente ci si rivela il significato salvifico della sofferenza. È allora che nella nostra sofferenza troviamo la pace interiore e anche la gioia spirituale (cf. Ioannis Pauli PP. II, Salvifici Doloris, 26).

La Lettera agli Ebrei (cf. Eb 5, 8-10) ci dice anche che siamo resi perfetti dalla sofferenza. Questo perché la fiamma purificatrice della prova e del dolore ha il potere di trasformarci dal di dentro liberando il nostro amore, insegnandoci la compassione verso il prossimo e attirandoci così più vicino a Cristo. Accanto al suo Figlio, Maria è il più perfetto esempio di ciò. Ed è proprio come Madre Addolorata che ella è la madre di ciascuno di noi e di tutti noi. La spada spirituale che trafigge il suo cuore fa scaturire un fiume di compassione per tutti coloro che soffrono.

6. Miei cari fratelli e sorelle: mentre celebriamo questo Anno mariano in preparazione del terzo millennio della cristianità, uniamoci alla Madre di Dio nel suo pellegrinaggio di fede. Impariamo la virtù della compassione da lei il cui cuore fu trafitto da una spada ai piedi della croce. È la virtù che induce il buon samaritano a fermarsi accanto alla vittima lungo la strada invece di proseguire o di passare dall’altro lato della strada. Sia che si tratti del nostro vicino o di popoli e di nazioni lontane, dobbiamo essere buoni samaritani con tutti coloro che soffrono. Dobbiamo essere il “prossimo”, che ha compassione dei bisognosi, non solo quando ciò è emozionalmente gratificante o conveniente, ma anche quando non ci viene richiesto e non ci conviene (cf. Ioannis Pauli PP. II, Salvifici Doloris, 28-30). La compassione è una virtù che non possiamo trascurare in un mondo in cui la sofferenza umana di tanti nostri fratelli e sorelle è indiscriminatamente accentuata dall’oppressione, dalla privazione e dal sottosviluppo: dalla povertà, dalla fame e dalla malattia. La compassione è necessaria anche di fronte al vuoto spirituale e alla mancanza di un obiettivo che le persone possono spesso sperimentare in condizioni di prosperità materiale e di agio nei Paesi evoluti come il vostro. La compassione è una virtù che dona la salute spirituale a quanti la esercitano, non solo in questa vita ma per l’eternità: “Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia” (Mt 5, 7).

7. Attraverso la fede di Maria, dunque, fissiamo il nostro sguardo sul mistero di Cristo. Il mistero del Figlio dell’Uomo, scritto nella storia terrena dell’umanità, è allo stesso tempo, la manifestazione definitiva di Dio nella storia.

Simeone dice: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione” (Lc 2, 34). Quanto sono profonde queste parole! Quanto scavano nel profondo della storia dell’uomo. Nella storia di tutti noi: Cristo è stato mandato per la rovina e la risurrezione di molti! Cristo è un segno di contraddizione! Non è forse così anche nel nostro tempo? Nella nostra epoca? Nella nostra generazione?

E vicino a Cristo c’è Maria. A lei Simeone dice “. . . Perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima” (Lc 2, 35).

Oggi chiediamo l’umiltà del cuore e una chiara coscienza:
davanti a Dio
per mezzo di Cristo.

Sì, chiediamo che siano svelati i pensieri dei nostri cuori. Chiediamo che la nostra coscienza sia pura:

davanti a Dio,
attraverso la croce di Cristo,
nel cuore di Maria. Amen.

 

© Copyright 1987 - Libreria Editrice Vaticana

 

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