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DIVINA LITURGIA IN RITO ARMENO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Basilica di Santa Maria in Trastevere - Sabato, 21 novembre 1987

 

1. “Gioisci, esulta, figlia di Sion, perché, ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te” (Zc 2, 14).

Con queste parole Dio si rivolgeva al popolo di Israele per bocca del profeta Zaccaria. Noi sappiamo come egli ha attuato questa sua promessa: Maria, l’arca dell’alleanza, fu davvero la dimora di Dio in mezzo al suo popolo. Il suo corpo di giovane sposa divenne più vasto dei cieli: questi infatti non possono contenere la gloria dell’Illimitato; il suo grembo invece racchiuse nel calore dell’affetto di una madre colui che non si può circoscrivere.

Quante volte la vostra Liturgia, carissimi fratelli e sorelle della Chiesa armena, canta, con accenti commossi, questo stupendo mistero! E quanti, tra i vostri santi poeti, seppero raggiungere vertici di spirituale contemplazione, tentando, sia pure nell’inadeguatezza del linguaggio umano, di far vibrare un raggio dell’infinita Sapienza divina, fattasi carne per quella che voi amate chiamare la “divina filantropia”, lo sviscerato amore di Dio per gli uomini. Ma una gemma in particolare, in questa corona di santi cantori di Dio, vorrei ascoltare insieme con voi questa sera, colui che ho voluto ricordare nella mia lettera enciclica sulla Madre del Redentore: Gregorio di Narek (Ioannis Pauli PP. II, Redemptoris Mater, 31).

Egli comprese bene quanto misterioso fosse quello scambio fra cielo e terra, che fece di Maria l’abitacolo dell’Altissimo, di fronte al quale non resta che lo stupore gioioso della lode: “Tu sii lodata, puro splendore - egli scrive -  . . . poiché il fanciullo che non ebbe padre, tu, Madre, l’accarezzasti come tuo figlio, e prendendo e sollevando tra le braccia e nelle tue mani l’Essenza incircoscritta, divenuta uomo, l’accostasti amorevolmente ai baci della tua bocca. A questa grazia, per mezzo tuo, anche noi fummo associati, Madre di Dio, chiamando “padre” il nostro Dio”. Il santo monaco Gregorio è il poeta della povertà umana, che aveva voluto rivestirsi a somiglianza del suo Signore. Eppure, con non minor vigore, nel mistero della Vergine santa, quella stessa natura di peccato si riveste ai suoi occhi di una stupenda dignità: “perché quest’umile terra - dice -, portando il Signore, si trovò simile al cielo che porta Dio” (Gregorio di Narek, Panegirico alla Vergine, 7.3).

È qui la radice di quel profondo amore per l’uomo, per tutto quanto è umano, che il cristiano reca nel cuore come un tesoro prezioso; esso incoraggia i suoi sforzi per un mondo più buono e più giusto, e gli dona una speranza capace di affrontare ogni sofferenza. Perché nulla può resistere alla forza di chi crede a un Dio che, assumendo la nostra umanità, l’ha trasfigurata, facendola capace di sé; egli che, come canta questa Liturgia che stiamo celebrando, “quale divino architetto, avendo edificato un’opera nuova, fece di questa terra un cielo”.

2. Maria è, al pari della Gerusalemme del profeta Zaccaria, la “prescelta” di Dio; è il tabernacolo, il talamo nuziale in cui si compie questo straordinario mistero della divina economia. Il mistico contempla la bellezza sublime di Maria, che è “angelo uscito dagli uomini, cherubino rivestito di un corpo visibile, regina del cielo, limpida come l’aria, pura come la luce, immacolata immagine fedele della stella del mattino, nel punto più alto del suo corso” (Preghiera LXXX, I). Prima ancora che dei lineamenti purissimi della Vergine d’Israele, si tratta qui della bellezza dell’essere umano, dell’essere compiuto, perfetto, reintegrato nella sua dignità totale, quale nasce dall’immagine e somiglianza di colui che è somma bellezza.

Con questi accenti così elevati, in cui la teologia sa farsi poesia e parlare al cuore, il vostro Gregorio di Narek leva alla Vergine un canto imperituro, patrimonio di fede e di arte che è ricchezza comune a tutti i popoli.

3. “Vergine Maria, incorrotta, la santa Chiesa ti proclama Madre di Dio; da te ci sono dati il pane immortale e il calice della gioia”.

Questa antifona liturgica ci fa comprendere come la Madre di Dio sia intimamente unita al mistero eucaristico che stiamo celebrando: è lei che ci dona colui che qui si offre come pane di vita.

L’odierna celebrazione dell’Eucaristia ha un significato particolare, dal momento che, per la prima volta, viene usato il testo riportato alla tradizione comune a tutti gli Armeni, cattolici e ortodossi. È un segno che manifesta condivisione profonda, non solo nell’unica fede, ma anche nel modo di esprimerla. Vorrei che fosse il simbolo di quell’atteggiamento fermo della Sede apostolica, che il Concilio ha così efficacemente ribadito, nel chiedere alle Chiese orientali in piena comunione con essa il coraggio di riscoprire le autentiche tradizioni della propria identità, ripristinando, ove necessario, la purezza originaria, se alterazioni estrinseche, intervenute nei secoli, l’avessero alterata (cf. Orientalium Ecclesiarum, 6).

E questo vale in modo tutto particolare per voi, dilettissimi figli dell’Armenia, ai quali mi è caro dare il benvenuto in questo tempio illustre, dedicato alla santa Vergine. Siate i benvenuti, durante questo anno che ho voluto consacrare alla Madre di Dio, l’umile fanciulla di Galilea, che oggi nel Vangelo ci appare pellegrina di carità presso la cugina Elisabetta. Alcuni tra voi non hanno esitato ad affrontare, come lei, un lungo viaggio, dalla Francia e persino dal tanto travagliato Libano, per essere qui, oggi, a pregare in questa assemblea il Dio della vita, per intercessione di Maria, regina della pace. Vi ringrazio di cuore per questo gesto di comunione e di fede.

La vostra storia di sofferenza e di martirio è una perla preziosa di cui va fiera la Chiesa universale. La fede in Cristo, redentore dell’uomo, vi ha infuso un coraggio ammirevole nel cammino, spesso tanto simile a quello della croce, sul quale avete avanzato con determinazione, nel proposito di conservare la vostra identità di popolo e di credenti. La Comunità cristiana non può rinunciare all’apporto ricchissimo del vostro patrimonio di fede. Sappiatevi perciò sempre compresi e sostenuti dalla Chiesa, madre fedele e affettuosa, la quale desidera che la vostra voce continui a risuonare, pur nella diaspora, con immutato vigore. La vostra storia è tutta intessuta di fede: senza la presenza di Cristo Signore, quale riferimento e sostegno, difficilmente si comprendono la vostra letteratura e la vostra arte, persino le vostre tradizioni popolari e lo stesso alfabeto, che si ama ritenere ispirato dall’alto al vostro santo dottore san Mesrob.

La liturgia è il luogo in cui questa fede si fa proclamazione e adorazione. Ecco perché riveste un’importanza tutta particolare, quale vincolo di comunione e di fraternità: in essa è l’anima armena che canta a Dio la sua speranza e le sue pene, ma soprattutto l’incrollabile fiducia che la vita ha vinto la morte per sempre. È la liturgia secondo la quale hanno pregato i vostri padri e i vostri martiri; la fonte che ha infuso loro il coraggio della fedeltà.

La Chiesa desidera che la comunità armena cattolica, e tutte le comunità orientali in piena comunione con questa Sede di Pietro, si sforzino di divenire sempre più modelli di autenticità, nel rispetto e nella piena valorizzazione della propria identità, riscoprendola, come impegno assolutamente primario, là dove si fosse col tempo indebolita o offuscata. Sarà questo un modo efficacissimo di preparare la strada che conduce all’unione di tutti i cristiani in un’unica professione di fede e nella comunione al medesimo calice. La vostra apertura alla comunione cattolica non limita, ma corrobora la vostra identità di armeni e vi chiede di esprimerla in tutte la sue articolate ricchezze, a vantaggio di tutti.

Il mio pensiero riverente e affettuoso va anche ai fratelli della Chiesa armena apostolica. Auspico di vero cuore che il cammino già iniziato possa proseguire con rinnovato slancio, creando sempre nuove occasioni di contatto e di scambio cordiale, nella crescente consapevolezza di ciò che ci unisce, nella comune testimonianza di carità e di servizio ai fratelli. Mi è particolarmente caro auspicare che lo studio comune della liturgia e dei suoi necessari adattamenti possa essere un campo privilegiato di collaborazione fra Armeni cattolici e ortodossi.

4. Amati fratelli e sorelle del popolo armeno, la via della Chiesa è la via dell’unità; senza la passione per l’unità noi tradiremmo il mandato di Cristo, che ha chiesto ai suoi discepoli di essere una sola cosa, sul modello della Trinità santissima. Domandiamoci reciprocamente perdono per le mancanze di carità che nel passato, e talora forse ancora oggi, ci dividono e continuano a tracciare la tunica inconsutile di Cristo. Ascoltiamo con cuore contrito le parole del vostro e nostro santo vescovo Nerses di Lambron, che ancora nel XII secolo si esprimeva in termini così attuali: “Abbiamo abbandonato la carità, che è il primo dei comandamenti e la fonte del bene, e ci siamo attaccati all’inimicizia che è la fonte di tutti i mali”.

È qui, nell’Eucaristia, che il nostro peccato diviene manifesto: il pane della comunione si fa segno della divisione: “Abbiamo l’abitudine - continua Nerses - di benedire sempre questo pane per la gloria e in memoria di Cristo: unica è la benedizione, unico il nome di Cristo che noi, le nazioni, vi pronunciamo, ciascuno in lingua diversa . . . Il pane che, grazie a una stessa preghiera, a una stessa benedizione, noi chiamiamo Cristo, che ciascuno di noi ha consacrato con la grazia di uno stesso Spirito, questo pane, degli uni e degli altri, noi ora lo disprezziamo” (Nerses di Lambron, Discorso sinodale, passim) Dal significato dell’Eucaristia scaturisce l’impegno del nostro cammino verso la piena unità, e qui, nell’Eucaristia, siamo certi che essa si compirà nella pienezza della comunione di fede ritrovata.

5. Santa Madre di Dio, che nel cenacolo di Pentecoste ricevesti l’effusione dello Spirito, unico nella diversità delle sue fiamme, tu che ami i piccoli, perché Dio ha guardato alla tua umiltà e ti ha fatto grande per grazia, benedici il popolo armeno: Gregorio di Narek ti canta come colei “che non si immolò per opera di coltello, ma bruciando in olocausto una vita di austero travaglio” (Gregorio di Narek, Panegirico alla Vergine, 9): volgi il tuo sguardo sulla terra d’Armenia, sulle sue montagne, ove vissero schiere immense di monaci santi e sapienti, sulle sue chiese, rocce che sorgono dalla roccia, penetrate dal raggio della Trinità; sulle sue croci di pietra, ricordo del tuo Figlio, la cui passione continua in quella dei martiri; sopra i suoi figli e le sue figlie, che sempre portano nel cuore il canto del trisagio e le lodi di te, che sei per loro Madre di tenerezza. Proteggili per le strade del mondo; sostieni il ricordo, tante volte dolente, degli anziani, l’impegno di uomini e donne, spesso ormai cittadini del mondo; ispira i desideri e le speranze dei giovani, perché restino fieri della loro origine. Fa’ che, dovunque vadano, ascoltino il loro cuore armeno, perché in fondo ad esso ci sarà sempre una preghiera rivolta al loro Signore e un palpito di abbandono a te, che li copri col tuo manto di protezione. O Vergine dolcissima, o Madre di Cristo e Madre nostra, Maria!

 

© Copyright 1987 - Libreria Editrice Vaticana

 

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