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SOLENNITÀ DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Santa Maria Maggiore - Martedì, 8 dicembre 1987

 

1. “Dove sei?” . . . “Ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto” (Gen 3, 9-10).

La liturgia della Solennità dell’Immacolata Concezione ci conduce in primo luogo al Libro della Genesi. Immacolata Concezione significa inizio della vita nuova nella grazia. Significa liberazione radicale dell’uomo, dal peccato. Sin dal primo momento della sua concezione Maria fu libera dall’eredità del primo Adamo.

Seguendo questa logica, la liturgia odierna ci mostra, prima di tutto, Adamo e l’inizio di quest’eredità, che poi è diventata l’eredità del peccato e della morte.

Ecco Adamo, che prima camminava in tutta semplicità dinanzi a Dio - dopo il peccato sente il bisogno di nascondersi dallo stesso Dio: “Ho udito il tuo passo . . . e mi sono nascosto” (Gen 3, 9-10).

Effettivamente, la realtà del peccato è più potente. Adamo ne diventa consapevole e proprio da ciò derivano la sua paura e vergogna. Dinanzi agli occhi di Dio niente si può nascondere né il bene né il male. Dinanzi agli occhi di Dio non si poteva nascondere il peccato del primo uomo.

2. Anche quanto si svolge a Nazaret di Galilea, si svolge alla presenza di Dio. Dio è dappertutto. La sua presenza abbraccia tutto. Tuttavia in questo momento è in modo particolare là: a Nazaret, nella casa della Vergine, il cui nome è Maria.

Ella pure rimane turbata alla parola del divin messaggero. Ma questo è un timore diverso da quello del Libro della Genesi: “Ho udito il tuo passo . . . e mi sono nascosto”. Anche Maria sente la voce di Dio nelle parole di Gabriele. Tuttavia non cerca un nascondiglio. Va incontro a queste parole con semplicità e dedizione totale.

Va incontro a Dio, che le fa visita, e allo stesso tempo entra profondamente in sé. “Si domandava che senso avesse un tale saluto” (Lc 1, 29). La Vergine si domanda . . . e quando - con l’aiuto della spiegazione del divin messaggero - capisce, risponde: “ . . . avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1, 38).

3. La liturgia della solennità odierna ci pone dinanzi agli occhi queste due immagini. Riconosciamo in esse il contrasto fondamentale del peccato e della grazia. L’allontanamento da Dio e il ritorno a Dio. Rifiuto e Salvezza.

Non si riesce a descrivere bene questo contrasto. Nessun quadro visibile, nessuna descrizione sensibile è in grado di riprodurre il male del peccato, ma neppure riesce a riprodurre la bellezza della grazia, il bene della santità.

La liturgia dunque - come tutta la rivelazione - ci conduce attraverso il visibile verso l’invisibile. È la via sulla quale l’uomo tende continuamente verso l’incontro con colui, che “abita una luce inaccessibile” (1 Tm 6, 16).

Tuttavia su questa strada, sulla quale ci conduce la liturgia della solennità odierna, diventa completamente chiara la differenza tra ciò che è scritto nel Libro della Genesi, al III capitolo, e quello che leggiamo nel Vangelo di san Luca. È una differenza, anzi una contrapposizione: è il compimento di quella “inimicizia”, a cui si riferiscono le parole del Protovangelo: “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe” (Gen 3, 15).

Queste parole nel Libro della Genesi costituiscono un preannunzio. Nel Vangelo trovano il compimento. Ecco quella “Donna” sta dinanzi al divin messaggero e sente: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio” (Lc 1, 35) . . . “la sua stirpe”. E Maria risponde: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me . . .” (Lc 1, 38).

4. In tale modo la liturgia della solennità odierna ci avvicina alla comprensione del mistero dell’Immacolata Concezione. Questo avvicinamento ci viene consentito prima mediante l’immagine del peccato all’inizio della storia dell’Uomo - l’immagine del peccato originale - e poi mediante le parole che la Vergine di Nazaret ha udito nel momento dell’Annunciazione: “Ti saluto, o piena di grazia” (Lc 1, 28).

Però la logica della rivelazione divina, che è in pari tempo la logica della parola di Dio nella liturgia odierna, risale oltre.

Ecco, leggiamo nella lettera dell’apostolo Paolo agli Efesini: “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo . . . (che) ci ha scelti in lui, prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati al suo cospetto” (cf. Ef 1, 3-4).

E dunque: per avvicinarsi al mistero dell’Immacolata Concezione di Maria bisogna trascendere la soglia del peccato originale, di cui leggiamo nel Libro della Genesi. Di più: è necessario trascendere la soglia della storia dell’uomo. Porsi oltre questa soglia.

Occorre mettersi davanti a tutto il tempo, “prima della creazione del mondo” e ritrovarsi nell’imperscrutabile “dimensione” di Dio stesso. In un certo senso “nella dimensione puradell’eterna elezione, con la quale tutti noi siamo abbracciati in Gesù Cristo: nel Figlio Eterno-Verbo, che si è fatto carne nella pienezza dei tempi.

E siamo eletti in lui alla santità, cioè alla grazia: “per essere santi e immacolati al suo cospetto”.

5. Chi è eletto meglio e più pienamente di colei, a cui l’angelo dice: “piena di grazia”?

Non è proprio lei la più pienamente prescelta tra tutti gli uomini, discendenti dal primo Adamo, ad essere “santa e immacolata” al cospetto di Dio?

Nello spirito proprio di questa logica della rivelazione, che è pari tempo la logica della nostra fede, la Chiesa insegna che Maria in vista dei meriti del suo Figlio, redentore del mondo, è stata concepita dai genitori terreni libera dall’eredità del peccato originale, dall’eredità di Adamo.

È stata redenta da Cristo in modo sublime ed eccezionale, come ha confermato il Concilio Vaticano II (cf. Lumen Gentium, 53).

Proprio questo mistero professiamo oggi, 8 dicembre, nel periodo di Avvento. Lo professiamo e nello stesso tempo ci raccogliamo attorno all’Immacolata Madre del Redentore con gioiosa venerazione chiamandola: “Alma Redemptoris Mater”. E il tempo d’Avvento mette in particolare evidenza ciò che questo mistero significa sulle vie degli eterni destini divini. Su queste vie, sulle quali Dio non cessa di avvicinarsi all’uomo. Di venire a lui . . . Proprio questo significa “avvento”.

Perché: “nella carità, ci ha predestinati a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo” (cf. Ef 1, 4-5).

 

© Copyright 1987 - Libreria Editrice Vaticana

 

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