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VEGLIA NATALIZIA NELLA BASILICA DI SAN
PIETRO
OMELIA DI GIOVANNI
PAOLO II
Sabato, 24 dicembre 1988
1. “Vi annunzio una grande gioia . . . oggi vi è nato . . . un
salvatore” (Lc 2, 10-11).
Ascoltiamo questa voce che giunge dal profondo della notte di Betlemme.
L’hanno ascoltata per primi i pastori “che vegliavano di notte facendo la
guardia al loro gregge” (Lc 2, 8). Perciò la liturgia di mezzanotte
viene, a volte, chiamata la “Messa dei pastori”.
Siamo riuniti nella Basilica di San Pietro, per ascoltare ancora una volta
le stesse parole: “Vi annunzio una grande gioia”. Insieme con noi -
mediante la radio e la televisione - ascoltano quest’annunzio gli uomini di
diverse lingue, nazioni, Paesi e continenti.
Così, ogni anno, i pastori di Betlemme sono in qualche modo di nuovo
presenti nei diversi luoghi della terra. E anche se le parole, che
ascoltiamo nella notte di Natale, sono ogni anno le stesse, esse sono però
sempre da noi attese e per noi sempre nuove.
2. “Oggi . . . è nato . . . un salvatore, che è il Cristo Signore”.
È nato ancora una volta. Ancora una volta è venuto nel mondo, nella notte
di Betlemme. Infatti quell’“oggi” di prima, di quasi duemila anni fa, lo
riviviamo come nostro.
“Vi è nato un salvatore”. Può sembrare che l’umanità abbia già fatto tanto,
e continui a farlo, per “salvare” se stessa con le proprie forze, perché
l’uomo sia sufficiente a se stesso. Tuttavia questi si convince sempre di più
che non lo è; che tutto ciò che si chiama “civiltà”, “progresso”, “sviluppo”,
non raggiunge le radici del male, che permane nella storia dell’umanità - e
perfino, in un certo senso, diventa ancor più profondo e più diffuso. E,
d’altra parte, tutto ciò che serve a “elevare” l’esistenza umana, ciò che la
fa “migliore”, non raggiunge la pienezza di quel bene, al quale è indirizzato
l’essere umano.
Intanto le parole: “vi è nato un salvatore”, continuano a toccare ciò che
nell’uomo è permanente e reale, ciò che è profondamente vero. E ogni anno sono
attese con le stesse motivazioni di fondo in questa nostra umanità, anche se
molte volte non ne siamo consapevoli.
3. I pastori di Betlemme hanno sperimentato, quella notte, un grande
stupore. Ciò che hanno ascoltato li ha riempiti, prima, di timore. Ma, “Non
temete” - dice il messaggero - “Vi annunzio una grande gioia”.
Nel momento in cui Dio - il Figlio, della stessa sostanza del Padre - nasce
come uomo, viene nel mondo come figlio dell’uomo, come figlio di Maria, l’uomo
non può non lasciarsi prendere da un grande stupore.
Tutto il Vangelo è il libro di un grande stupore! Dio, infatti, è
eterno e invisibile. Egli abbraccia tutto: “In lui . . . viviamo, ci muoviamo
ed esistiamo” (At 17, 28). Dio è onnipotente. È “totalmente altro”:
altro da tutto il creato. È la trascendenza assoluta. È possibile che egli
si faccia uomo? Che nasca in una stalla abbandonata, come un bambino di
genitori senza tetto?
Perché? “Cur Deus homo”?
La notte di Betlemme è l’inizio di questo stupore. I primi a viverlo sono
stati proprio i pastori. E in questo stupore vi è prima una paura, e in
seguito la gioia. Esso non dura soltanto un momento. È custodito dalla
coscienza umana per tutta la vita.
Occorre che ogni uomo si ponga costantemente la domanda: “cur Deus homo”?
Ne cerchi costantemente la risposta - e la trovi gradatamente. Che il mistero
rivelatosi questa notte lo abbracci e lo compenetri sempre di più.
Sì. Il mistero!
È bene, quando l’uomo prova un timore, un tremore interiore. Ed è bene
quando trova la gioia. Ma non è bene quando manca l’uno o l’altra. Non è bene.
L’uomo non può essere indifferente di fronte al mistero della notte di
Betlemme. Non può respingere la domanda: “cur Deus homo”?
Questo dovrebbe costituire una “lacerazione” di fondo nella sua umanità.
4. Così tutti gli uomini sono chiamati a partecipare a questa notte . . .
“in mezzo ai popoli narrate la sua gloria, a tutte le nazioni dite i suoi
prodigi” (cf. Sal 96 [95], 3).
Nel mistero del Natale la storia dell’uomo - di ciascuno e di tutti - è
chiamata a superare il limite che interiormente può bloccare il cammino verso
la salvezza di Dio. L’uomo può ignorare questa chiamata. Può perfino non
accettarla. Ma la “salvezza” non può venire all’uomo se non da Dio. Ed è
venuta!
Proprio questa notte. Dio è nato come uomo, che è creatura. Tutto il
creato non trova forse il suo posto in questo mistero? Quale significato
ha il fatto che noi invitiamo la terra e il mare a partecipare alla gioia del
Natale? “Gioiscano i cieli, esulti la terra, frema il mare e quanto
racchiude; esultino i campi e quanto contengono si rallegrino gli
alberi della foresta” (Sal 96[95],11-12).
5. “Bet-lehem” - significa letteralmente la “casa del pane”. Cristo, che là
è nato, senza trovare un tetto, costruirà nella storia del mondo una casa che
corrisponde al significato di questo nome: “Bet-lehem”.
La casa del pane: l’Eucaristia. Lui stesso, il Salvatore, abiterà in
questa casa in modo sacramentale. Anzi, lui stesso sarà questa casa: il suo
corpo e il suo sangue. L’intera umanità, nella quale ha inizio la
trasformazione divina dell’uomo.
In questo modo l’uomo potrà superare costantemente il limite frapposto alla
salvezza - alla salvezza eterna - che Dio stesso ha aperto con la nascita
umana del Verbo, dell’eterno suo Figlio. Con la nascita umana di Dio.
Veramente!
“Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su
coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse” (Is 9,
1).
Veramente!
“Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia”.
© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana
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