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VISITA ALLA PARROCCHIA DI SAN LUIGI
GONZAGA
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO
II
Domenica,
6 novembre 1988
1. “Loda anima mia il Signore, tuo creatore” (cf. Sal 146 [145], 1).
Ecco ci riuniamo nel giorno del Signore per lodare Dio. Nel giorno in cui
il Creatore (come leggiamo nel libro della Genesi) (Gen 2, 2) “cessò da
ogni lavoro”, dopo aver portato a termine l’opera della creazione - rendiamo
gloria a lui insieme con tutto l’universo, che da lui prende il suo inizio.
Lo facciamo a nome di tutte le creature partecipando al sacrificio di
Cristo. Questo è il giorno del Signore per ogni cristiano. Per ogni
comunità. Per la vostra parrocchia.
2. Lodiamo Dio insieme col salmista: egli “è fedele per sempre”: il Dio
dell’alleanza. Egli è colui che “rende giustizia agli oppressi”, che “dà
il pane agli affamati” - come gli chiediamo ogni giorno. Dio è colui che
“ridona la vista ai ciechi”: ridona in particolare la vista dello spirito.
Egli “rialza chi è caduto”. Egli “sostiene l’orfano e la vedova” . . . (Sal
146 [145], 6-9).
3. Proprio la vedova si trova al centro della odierna liturgia della
Parola. Questa è una ben nota figura del Vangelo: la povera vedova che gettò
nel tesoro “due spiccioli, cioè un quattrino” (Mc 12, 42) - (quale è il
valore approssimativo di questa moneta?). Gesù osservava “come la folla
gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte” (Mc 12,
41).
Vedendo la vedova e la sua offerta disse ai discepoli: “Questa vedova ha
gettato nel tesoro più di tutti gli altri . . . Tutti hanno dato del loro
superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva,
tutto quanto aveva per vivere” (Mc 12, 43-44).
4. La vedova del Vangelo ha il suo parallelo nell’antica alleanza. La prima
lettura della liturgia dal libro dei Re, ricorda un’altra vedova, quella di
Zarepta, che su richiesta del profeta Elia divise con lui tutto ciò che aveva
per sé e per suo figlio: il pane e l’olio, anche se ciò che aveva bastava solo
per loro due.
Ed ecco - secondo la predizione di Elia - avvenne il miracolo: la farina
della giara non si esaurì e l’orcio dell’olio non si svuotò . . . e così fu
per diversi giorni (cf. 1 Re 17, 14-17).
5. Una comune caratteristica unisce ambedue le vedove - quella dell’antica
e quella della nuova alleanza -. Tutte e due sono povere e al tempo stesso
generose: danno tutto quello che è nella loro possibilità. Tutto ciò che
possiedono. Tale generosità del cuore è una manifestazione del totale
affidamento a Dio. E perciò la liturgia odierna giustamente ricollega queste
due figure con la prima beatitudine del discorso della montagna di Cristo:
“Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei cieli” (Mt
5, 3). I “poveri in spirito” - così come quella vedova di Zarepta ai tempi
di Elia, e quell’altra del tempio di Gerusalemme, ai tempi di Cristo -
dimostrano nella loro povertà una grande ricchezza dello spirito. Infatti:
il povero in spirito è ricco nello spirito. E proprio solo colui che è ricco
in spirito può arricchire gli altri. Cristo insegna che “di essi è il
Regno dei cieli”.
6. Per noi che partecipiamo al sacrificio eucaristico questa indicazione è
particolarmente importante. Solo quando la nostra presenza qui rivela quella
“povertà in spirito” di cui parla la beatitudine di Cristo, solo allora
possiamo offrire la nostra offerta al grande “tesoro spirituale” della Chiesa:
possiamo portare questa offerta all’altare in quello spirito che Dio, nostro
creatore, e Cristo, nostro redentore, s’aspettano da noi.
La lettera agli Ebrei parla di Cristo, eterno sacerdote, che intercede in
nostro favore presentando al cospetto di Dio Padre il sacrificio della croce
sul Golgota. E questo unico, santissimo e indefinito valore del sacrificio
di Cristo abbraccia anche le offerte che noi portiamo all’altare. Occorre
che queste offerte siano simili allo spicciolo di quella vedova del tempio
gerosolimitano, ed anche all’offerta della vedova di Zarepta dei tempi di
Elia. Occorre che queste nostre offerte presentate all’altare - la nostra
partecipazione all’Eucaristia - portino in sé un segno della beatitudine di
Cristo circa i “poveri in spirito”.
7. La Chiesa intera oggi medita la verità racchiusa in queste parole della
liturgia. Mi è dato oggi, come Vescovo di Roma, meditarle insieme con voi
fedeli della parrocchia di san Luigi Gonzaga, ai Parioli. Il vostro patrono,
san Luigi, ha vissuto in pienezza ia beatitudine evangelica della povertà in
spirito, cioè dello spogliamento degli onori e dei beni terreni per
conquistare la vera ricchezza, che è il Regno di Dio. Diceva infatti al padre,
marchese di Castiglione delle Stiviere: “Un marchesato non mi basta, io miro
un regno”; intendeva riferirsi evidentemente al Regno dei cieli. Per attuare
questo suo desiderio Luigi rinunciò al titolo e all’eredità paterna per
entrare nel noviziato romano della Compagnia di Gesù. Si fece povero per
diventare ricco. Annoterà più tardi in un suo scritto: “Anche i principi sono
cenere, come i poveri”. Così come la “povera vedova”, diede tutto al Signore
con generosità e slancio, che ha dell’eroismo. Scelse infatti per sé le
incombenze più umili, dedicandosi al servizio degli ammalati, soprattutto
nell’epidemia di peste che colpì Roma nel 1590, e dando la sua vita per essi.
8. Desidero salutare cordialmente tutti i presenti: il Cardinale vicario, Ugo
Poletti; il Vescovo ausiliare del settore nord, Monsignor Salvatore Boccaccio;
il parroco, Monsignor Stefano De Grado, e i sacerdoti suoi collaboratori
nell’animazione cristiana di questa zona dei Parioli.
Un pensiero speciale va anche alle religiose ed alle persone consacrate,
che vivono ed operano nell’ambito della parrocchia: alle suore dorotee di
Vicenza; alle suore del PIME; alle Ancelle dell’Immacolata ed alle Suore
Oblate di san Luigi.
Un saluto affettuoso e riconoscente rivolgo pure a tutti i laici, impegnati
insieme nella catechesi e nella testimonianza della fede e della carità. Mi
riferisco a tutti gli appartenenti all’Azione Cattolica, alla Conferenza di
san Vincenzo, all’Apostolato della Preghiera, alla Comunità dei
Neocatecumenali, ai Gruppi del Vangelo e degli Scouts, al consiglio
parrocchiale.
Il mio saluto vuole essere un atto di ringraziamento per l’opera di
apostolato che avete svolto in questi anni, ma anche un atto di
incoraggiamento a perseverare in questa testimonianza evangelica, ben
consapevoli che nell’operare il bene non vi mancherà l’aiuto del Signore,
anche se a volte potrete sentirvi deboli ed incapaci.
Vi esorto ad accettare il vostro impegno con generosità per trasformare
veramente la vostra parrocchia in una comunità solidale, in cui ciascuno si
senta coinvolto e corresponsabile.
Il mio saluto si allarga a tutto il Popolo di Dio che è in questa
parrocchia, a cominciare dai sofferenti nel corpo e nello spirito; ai poveri
ed ai bisognosi, agli anziani, agli handicappati, agli emarginati ed a coloro
che vivono nella solitudine.
A tutte le persone di buona volontà che si sentono parte viva ed operante
della comunità parrocchiale dico: non stancatevi di cercare tutte le occasioni
che il Signore vi offre per allargare contatti e portare avanti quell’opera di
promozione fondata sulla verità, sulla giustizia e sul rispetto della persona
altrui, che costituisce, per chi si sente lontano dalla fede, il preambolo
necessario alla conoscenza di Cristo, che voi avete la fortuna di professare
con la vostra vita e con la pratica dei sacramenti della fede.
9. Siate lode vivente di Dio agli occhi di chi cerca il Signore, ma non lo
ha ancora trovato. Ripetete col salmista: “Loda, anima mia, il Signore, tuo
creatore”. Cari fratelli e sorelle! Imparate a lodare Dio; rendete
gloria a lui a nome di tutte le creature. Imparate a farlo nello spirito
della “povera vedova” dell’odierna liturgia, perché il sacrificio della gloria
trovi la sua “risonanza” evangelica nel cuore di Cristo. Imparate - sempre
nuovamente - imparate a partecipare all’Eucaristia perché la vostra vita
cristiana maturi e s’arricchisca mediante “la povertà in spirito”.
Amen!
© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana
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