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CELEBRAZIONE EUCARISTICA PER GLI UNIVERSITARI ROMANI

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Martedì, 13 dicembre 1988

 

1. Dio ha amato il mondo (cf. Gv 3, 16).

Queste parole sono state pronunziate da Cristo durante il colloquio notturno con Nicodemo. La loro importanza è straordinaria. Infatti esse provengono da colui che è testimone, “il testimone fedele” (cf. Ap 1, 5) del mistero interiore di Dio. Rende testimonianza il Figlio che “è nel seno del Padre” (cf. Gv 1, 18). Tra gli esseri creati, tra gli uomini, rimangono controverse le questioni: se Dio ami il mondo; se ami l’uomo. Come ammettere che Dio ami, se esiste il male nel mondo; se la storia umana è piena di sofferenza? Ma “Dio nessuno l’ha mai visto” (cf. Gv 1, 18), nessuno è penetrato nel mistero della “interiorità” divina. Seguendo la testimonianza delle creature, l’uomo può avvicinarsi a colui che è assolutamente trascendente, che è “dissimile” - ma può anche, strada facendo, perderne le tracce.

Il Figlio, invece, rende testimonianza. Colui che procede dal Padre, che viene dall’intimo del mistero di Dio. E questa testimonianza del Figlio è univoca: Dio ha amato il mondo. Essa si trova nel centro stesso del Vangelo, cioè della buona novella. Getta luce su tutte le vie delle indagini umane, su tutte le domande dell’uomo.

2. È la testimonianza resa al Padre. Ma nelle parole dette a Nicodemo è racchiusa, ad un tempo, la testimonianza del Figlio su se stesso. Cristo dice: “Dio . . . ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3, 16). Cristo è Figlio - cioè colui che “è stato dato” dal Padre come espressione del suo amore per il mondo: per le creature, soprattutto per l’uomo. Cristo. L’eterno Figlio, della stessa sostanza del Padre, “dato” per la salvezza del mondo.

In questo modo ritroviamo pure il senso fondamentale dell’Avvento, dell’Avvento liturgico, che è attualmente vissuto dalla Chiesa. La parola “avvento” significa “venuta”. Il Vangelo di Giovanni parla di questa venuta nella categoria del dono: l’avvento - è il Figlio “dato” dal Padre, “dato” nello Spirito Santo, come ne rendevano già testimonianza le parole del profeta Isaia, il suo testo messianico.

Questo è il “primo” avvento, unito storicamente con la vocazione di Israele come popolo dell’alleanza. Con la sua storia. L’Avvento trova il suo termine nella notte della nascita di Dio.

In questa notte l’eterno Verbo ha rivestito la carne umana. È stato messo al mondo come Figlio di una Vergine di Nazaret, il cui nome era Maria. È stato “dato” al mondo. Non vi è argomento più radicale in favore della verità dell’affermazione che Dio ha amato il mondo.

La notte di Betlemme pone fine alle indagini umane sul tema delle relazioni di Dio col mondo, con l’uomo. E, nello stesso tempo, è un inizio. Colui che, in questa notte, nasce da Maria rivelerà fino in fondo - mediante la sua vita terrena e la missione messianica - che cosa vuol dire che Dio ha amato il mondo. In che cosa consiste quest’amore.

3. L’espressione “adventus” suona come una promessa. Essa parla del futuro. Nel linguaggio della Bibbia e della fede della Chiesa la parola “adventus” dice che il mondo e l’umanità hanno il loro futuro definitivo e assoluto in Dio.

L’avvento storico conferma tale verità e, nello stesso tempo, la preannuncia. Ne proietta il contenuto oltre la venuta storica di Cristo, verso il futuro ulteriore e definitivo dell’uomo (e del mondo) in Dio.

Il cristiano è quindi chiamato a pensare nelle categorie dell’Avvento, non soltanto durante queste quattro settimane di dicembre, quando ci si prepara alla solennità di Natale.

Il cristiano è chiamato a pensare nelle categorie dell’Avvento durante tutta la sua vita. È chiamato a vivere in questa dimensione, alla quale rende testimonianza la venuta di Dio.

L’avvento è come una “linea” inafferrabile, e insieme molto reale, che corre tra il presente e il futuro, tra l’“oggi” concreto di ciascuno di noi - di ogni uomo che viene al mondo - e, nello stesso tempo, delle diverse comunità e società umane: una linea posta tra quest’“oggi” e un “domani” che si allontana costantemente e che è simbolo dell’avvenire.

L’Avvento significa la chiamata alla fede, per vivere in ordine al futuro.

4. Sì, in ordine al futuro. Dio è il futuro definitivo e assoluto dell’uomo e del mondo.
Ciascuno di noi s’avvicina a questo futuro, operando a favore del proprio futuro nel mondo: nelle dimensioni della propria vita terrena. Questo è contemporaneamente un lavoro “con gli altri e per gli altri” - nella comunità e per la comunità; nelle diverse comunità, nelle quali si realizza la nostra esistenza umana sulla terra.

Evidentemente anche nella comunità della Chiesa.
A questo punto tocchiamo un argomento che investe personalmente quanti e quante partecipiamo a questo incontro d’Avvento nella Basilica di San Pietro. Ci investe personalmente e, al tempo stesso, ci unisce con gli altri - nell’ambito di comunità sempre più ampie.

5. Sento il bisogno, a questo punto, di rivolgere il mio benvenuto e il mio saluto al signor ministro della Pubblica Istruzione, onorevole Giovanni Galloni, ai magnifici rettori delle università romane e delle università italiane qui presenti. La loro partecipazione ci fa comprendere ancor più profondamente il significato di questa assemblea liturgica.
Saluto i presidi di facoltà, i professori, i ricercatori e i rappresentanti del personale non-docente.

E accolgo con grande affetto voi, studenti delle università romane e delle scuole superiori, nel desiderio di partecipare al vostro impegno di studio teso a costruire un domani più onesto e più libero, perché illuminato dai valori della fede.
Svolgo la presente meditazione sul futuro, pensando a tutti. Anzi: chiedo a tutti di affrontare questo tema nella propria riflessione e preghiera.

6. Che cosa è il futuro di ciascuno e di ciascuna nella dimensione del proprio “oggi” e “domani” temporale? In relazione a questo, quali problemi ci poniamo?
Nella società contemporanea, complessa e dinamica, gli uomini sono interpellati da un forte richiamo alla corresponsabilità circa le mete da raggiungere in ogni campo della vita sociale. Esiste però un profondo disagio, specie tra i giovani, nell’individuare tali mete e nel proporre le strade capaci di raggiungerle.

Oggi si è in genere propensi a privilegiare soluzioni “immediate” e “opportunistiche”. Sotto questa spinta, l’università offre in larga misura l’iniziazione e l’accesso sistematico al sapere scientifico, con preferenza per ciò che è empiricamente controllabile e misurabile, vedendosi in esso la base del prodigioso progresso tecnologico, medico e industriale che regge la nostra esistenza. Gli stessi studi umanistici manifestano una generale tendenza a sganciarsi dai criteri di giudizio sulla verità, per limitarsi ad una presentazione puramente storica delle tematiche, comprese quelle schiettamente umane del senso, delle norme e del fine dell’esistenza, con esclusione di ogni ricerca fondatrice di “ethos”, di significato sul piano spirituale. Inoltre, nel contesto di una mentalità consumistica, anche per l’università è forte il rischio della “mercificazione del sapere”, mediante la sua offerta eclettica a scegliere pragmaticamente ciò che si vuole.

7. Occorre riaffermare con forza che il ruolo dell’università non può ridursi a quello di semplice trasmettitrice di nozioni e di informazioni. Essa deve essere un luogo di coerenza intellettuale che formi all’autonomia, alla responsabilità e al vivere autenticamente. Il futuro dell’uomo, oggi, è condizionato dalla capacità di ciascuno di noi di farsi coinvolgere responsabilmente nello sforzo per la costruzione di una civiltà dove l’uomo, tutto l’uomo sia promosso.

È un compito arduo, ma di immenso valore. Per fare questo è necessario che ogni comunità universitaria, nelle diversità dei compiti, favorisca un continuo dialogo interpersonale, una forte tensione morale, una grande capacità di recepire le domande, un instancabile impegno nella ricerca delle risposte e nella loro verifica.

La comunità cristiana, consapevole del ruolo storico dell’università, desidera farsi presente in questo impegno per illuminarlo, nel rispetto dei diversi ambiti e metodi investigativi, con la luce dell’evento del Verbo di Dio fattosi carne. La fede non ostacola ma assume, eleva, purifica e unifica la ricerca culturale dell’uomo, secondo il celebre assioma tomistico.

Come Vescovo della Chiesa che è in Roma, ho davanti agli occhi in questo momento la complessa realtà universitaria di questa città: le due università statali La Sapienza e Tor Vergata, l’Università Cattolica del Sacro Cuore e il Magistero Maria Assunta, la Libera Università Internazionale di Scienze Sociali e le numerose università pontificie. Vorrei incoraggiare il crearsi di una rete di rapporti e di dialogo tra tutti questi centri di ricerca, che costituiscono in Roma un grande capitale culturale e teologico, giacché l’università ha bisogno della teologia e la teologia ha bisogno dell’università. Occorre stimolare la fantasia e la creatività dei credenti per irradiare il Vangelo sulla cultura universitaria e umanizzarla.

Sono al corrente del lavoro pastorale svolto in diversi modi da sacerdoti, religiosi e laici in vari ambiti universitari. So che esiste anche la commissione per la pastorale universitaria, che raccoglie membri di istituzioni, movimenti, associazioni e gruppi parrocchiali impegnati nel vasto campo della evangelizzazione della cultura. Esorto tutti costoro, quali espressioni dell’unica Chiesa, a sostenere con carità vicendevole e a studiare insieme come risolvere le difficoltà ed i problemi del mondo universitario.

Desidero rivolgere un particolare appello a tutti i docenti: a voi spetta il compito di formare con la scienza e con la vita, i futuri operai della cultura. A voi la società chiede di essere aiutata a capire il proprio passato, a gestire il presente e a progettare il proprio futuro.

Ma soprattutto a voi giovani desidero annunciare il messaggio di speranza per questo vostro tempo. È questa, per voi studenti, l’età delle grandi scelte. È oggi che voi dovete collocare la vostra vocazione in un progetto che passa attraverso tutta la vostra esistenza terrena: il matrimonio, la famiglia, la professione, oppure la chiamata al dono totale di sé per il servizio di Dio e dei fratelli.

8. Dio ha amato il mondo . . .

Sarebbe difficile costruire anche il futuro temporale senza un riferimento a questa verità. Grazie ad essa ogni cosa, e prima di tutto l’uomo e la vita umana, hanno, in definitiva, un senso.
Tuttavia le parole dette da Cristo nel colloquio con Nicodemo conducono oltre. Perché Dio ha mandato il suo Figlio nel mondo? Dice Cristo: non “per giudicare il mondo ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (Gv 3, 17).

La vita umana nella dimensione della temporalità ha il suo termine più o meno lontano. A volte tranquillo, a volte tragico. Mediante tutto questo - mediante il bene e il male, anche quello che viene commesso dall’uomo e del quale egli rimane responsabile - mediante tutto questo, è vero che Dio è il futuro dell’uomo, e attraverso l’uomo, anche del mondo. L’uomo o trova il suo futuro definitivo in Dio, oppure non lo possiede per niente. Ed è condannato dalla potenza della natura alla “morte cosmica”.

“Dio ha mandato il Figlio nel mondo, perché il mondo si salvi per mezzo di lui”.
L’Avvento . . . la venuta del Verbo nella carne umana . . . la notte di Betlemme . . . nega, ogni anno, la “morte cosmica” dell’uomo. Ogni anno rende testimonianza ad una escatologia diversa da quella materialistica: rende testimonianza al futuro “assoluto” dell’uomo in Dio.

Proprio questo significa la “salvezza”.

9. Oggi, giorno in cui la Chiesa ricorda il martirio di santa Lucia a Siracusa, durante le persecuzioni ai tempi dell’impero romano, rinnoviamo in noi la fede nella vocazione di ciascuno di noi alla salvezza in Gesù Cristo.

Quanto breve è stata la vita di Lucia! Quanto breve fu per lei il futuro temporale nel mondo! E quanto decisamente, quanto eroicamente è passata in Cristo verso il suo futuro definitivo!

Le vie umane sono diverse. Cambiano pure i tempi e con essi il contesto di civiltà della vita umana. Siamo “cittadini” della nostra civiltà, del mondo odierno con tutti i suoi successi e le sue crisi, con tutte le caratteristiche contraddizioni e tensioni.
La parola di Dio è semplice: Le parole di Cristo “non passeranno” (cf. Mc 13, 31): Dio ha amato il mondo.

Seguiamo questa parola, aprendo i nostri pensieri, parole e opere a questo “giudizio”, del quale Cristo parla a Nicodemo: “E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce” (Gv 3, 19).

Apriamo le nostre coscienze a questo “giudizio”, di cui parla Cristo. E si compiano su ciascuno le ultime parole del colloquio notturno, indirizzate a Nicodemo: “Chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio” (Gv 3, 21).

 

© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana

 

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