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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN NORVEGIA, ISLANDA,
FINLANDIA, DANIMARCA E SVEZIA

SANTA MESSA NEL PARCO DEL MONASTERO DI CLAUSURA
DELLE BENEDETTINE DI AASEBAKKEN

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Copenhagen (Danimarca) - Martedì, 6 giugno 1989

 

“Dio infatti ha tanto amato il mondo” (Gv 3, 16).  

Cari fratelli e sorelle.

1. Con queste parole del Vangelo, fissate nelle nostre menti e nei nostri cuori, siamo riuniti in questo posto così bello per celebrare la santa Eucaristia. Io vedo fra di voi rappresentati i molti gruppi di fedeli che compongono la Chiesa cattolica in Danimarca. È una gioia per me celebrare questa liturgia con il Vescovo Martensen, con i sacerdoti, i religiosi, le religiose e tutti voi presenti.

Stiamo qui insieme, ad Aasebakken, un luogo cattolico di pellegrinaggio in onore della Vergine Maria, “piena di grazia” (Lc 1, 28), che, credendo e obbedendo, ha dato alla luce il Figlio eterno del Padre “che amava il mondo”. Saluto le suore benedettine che pregano e lavorano qui, e le ringrazio per la ospitalità dimostrata a noi e a tutti coloro che giungono qui come pellegrini.

A tutta la comunità cattolica in Danimarca, composta da molti diversi elementi, esprimo il mio affetto nel Signore e la mia felicità per essere in grado di compiere questa visita pastorale. Quelli che sono Danesi di nascita e di famiglia possono essere orgogliosi del loro bel Paese e della sua storia, così profondamente radicata nel Vangelo cristiano. Sono anche felice di vedere tra di voi rappresentanti delle comunità cattoliche della Groenlandia e delle isole Faroe, che hanno compiuto un lungo viaggio per partecipare a questa santa Messa.

In lingua danese il Papa ha quindi detto:

Sebbene le comunità cattoliche della Danimarca siano piccole, non sono meno importanti all’interno della comunione gerarchica della Chiesa universale, alla quale sono legati dai vincoli dell’unità, della carità e della pace. La Chiesa intera trae forza e ispirazione, per la sua missione, dalla vostra preghiera, dalla vostra adorazione e dalla testimonianza fedele a Cristo.

Di recente a Roma, insieme a molti di voi, ho avuto la gioia di onorare uno dei grandi figli della Danimarca, Niels Steensen.

Possa, attraverso il suo esempio e le sue preghiere, la luce di Cristo risplendere sempre fra i cattolici della vostra Patria.

So che la Chiesa cattolica in Danimarca comprende anche un certo numero di Polacchi il cui arrivo in questo Paese, sia all’inizio del secolo, sia in tempi più recenti, ha portato all’istituzione di molte nuove parrocchie danesi.  

Parlando in polacco il Santo Padre ha pronunciato queste parole:

Cari figli e figlie d’origine polacca, la fede cattolica che voi e le vostre famiglie avete portato qui dalla Polonia nella vostra nuova Patria possa non solo essere conservata ma sia accresciuta. Conservando la fede e le sue tradizioni voi aiutate a edificare la Chiesa in Danimarca. In questo modo insieme con tutti i vostri fratelli cattolici di questo Paese date il vostro contributo sia spirituale che materiale al benessere della società danese. Gli antichi legami d’amicizia, che uniscono la Danimarca e la Polonia, si rafforzino in questo periodo, così critico ma pieno di speranze per il Paese dei nostri avi.

A tutti gli altri gruppi di cattolici rivolgo un cordiale saluto nel Signore: ai Croati e agli Ungheresi; a quelli provenienti dagli altri paesi europei; dal Nord, dal Sud America e dall’Africa; dalle Filippine e da qualunque altro luogo dell’Estremo Oriente, che hanno lasciato il loro segno nella Chiesa, in particolare nella zona di Copenhagen. Rivolgo anche un saluto a quelli provenienti dal Vietnam che sono giunti qui negli ultimi vent’anni per trovare rifugio dalle sofferenze della loro terra natale. Dal Vietnam avete portato una fede viva. Possa essa dare frutti e crescere qui, e arricchire la vostra nuova Patria.

Non posso mancare di dire qualche parola ai visitatori cattolici giunti dalla Germania.

In lingua tedesca il Papa ha quindi detto:

Cari fratelli e sorelle della Germania, da molti anni siete in stretto collegamento con la Chiesa di Danimarca. Le avete offerto il vostro aiuto e sostegno in vari modi. Possa questa celebrazione odierna rinforzare il vincolo spirituale della fede, che supera tutte le differenze umane tra popoli e nazioni. Possiamo noi tutti essere uniti nella compartecipazione e amore.

Infine, desidero assicurare ai membri delle altre Chiese e comunità ecclesiali, specialmente della Chiesa luterana, che sono grato per la loro presenza qui, oggi. Con l’aiuto di Dio possiamo camminare insieme nel pellegrinaggio della fede che comincia con il Battesimo, cosicché nel mondo che spesso manca di fede possiamo essere testimoni efficaci dell’amore divino proclamato nel Vangelo di oggi.

2. “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3, 16).

Cari fratelli e sorelle: queste parole furono dette da Cristo a Nicodemo. Sono riportate dall’evangelista Giovanni “l’amato discepolo” che per ultimo ha scritto il suo Vangelo, dopo quelli di Matteo, Marco e Luca. Si può dire che egli vede le cose da una prospettiva più ampia. Le parole dette a Nicodemo e stampate nella sua memoria sono udite da Giovanni nel contesto di tutto ciò che Cristo ha rivelato con la sua Parola e i suoi atti e in particolare con la sua Croce e la sua Risurrezione.

Nella liturgia di oggi abbiamo letto queste parole da tutta un’altra prospettiva. Il profeta Isaia, scrivendo secoli prima di Cristo, “guarda” e così parla, di ciò che si trova davanti a lui: del futuro. Ciò che descrive è destinato ad accadere “nella pienezza dei tempi”. Nondimeno noi siamo colpiti dalla veridicità di questa visione: guardate, “poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità” (Is 9, 6). Forse egli scrisse questo alla nascita di un sovrano terreno, ma le parole si riferiscono ad un Sovrano che il profeta chiama “Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace” (Is 9, 6). È il testo che leggiamo nella solennità della nascita del Signore, il Natale.

L’evangelista Giovanni è tradizionalmente simboleggiato da un’aquila. Si potrebbe dire che “l’occhio dell’aquila” del profeta e dell’Evangelista convergono sullo stesso mistero espresso da san Giovanni in queste parole: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito”. Questo “dare” va al di là della notte di Natale a Betlemme, oltre l’Incarnazione di Dio. Va verso il mistero pasquale: alla notte che cade dopo la morte di Cristo e all’alba che segna la sua Risurrezione. Attraverso gli eventi del mistero pasquale, che rimangono così vivi nella memoria dell’Evangelista e della prima comunità della Chiesa, la missione di Cristo si realizzò in pieno: la sua missione messianica.

“Dio non ha mandato il Figlio nel mondo / per giudicare il mondo, / ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (Gv 3, 17).

Questo rivela il vero significato delle parole: “Dio ha amato il mondo”.

3. Dio l’aveva già amato in questo modo al tempo della creazione. Il Creatore ha avuto gioia da ogni cosa che veniva dalla potenza creativa della sua Parola. Ha gioito e continuato a gioire soprattutto nell’uomo, creato a sua immagine e somiglianza. La gioia che c’era nella creazione, come il libro della Genesi ci rammenta, è l’espressione dell’amore creativo di Dio. Creava perché amava.

È stato per mezzo del cuore dell’uomo che il peccato è entrato nel mondo; cioè attraverso il rifiuto dell’uomo di accettare l’amore che è Dio. È un rifiuto che getta un’ombra di peccato e di morte sulla storia dell’uomo. Nei nostri giorni questo prende la forma di una diffusa indifferenza verso le cose di Dio, il materialismo che mette l’“avere” sopra l’“essere” e una tendenza a disgregare la vita umana o a manipolarla senza fare riferimento alla dignità inviolabile e ai diritti di ogni persona umana, dal concepimento fino alla morte naturale.

Dio ha chiamato l’uomo all’esistenza attraverso l’amore; l’ha chiamato nello stesso tempo per amore. Il peccato, comunque, ferisce perfino i principali rapporti d’amore, quello del matrimonio, facendoci pensare che sia troppo complicato, se non impossibile, essere legati ad una persona fedelmente per tutta la vita. In un mondo in cui i frutti amari del peccato sono la disperazione e la solitudine - una esistenza senza significato, senza amore e senza Dio - la Chiesa dice “sì” ai misteri dell’amore e della vita (cf. Familiaris Consortio, 11. 20. 30).

4. Non possiamo forse dire che attraverso il peccato dell’uomo la creazione “provi” l’amore del Creatore? Da un punto di vista umano possiamo inclinarci a dirlo. Ma Dio è più grande. L’amore è più grande del peccato. Dinanzi al rifiuto dell’uomo, Dio non risponde rifiutando l’uomo. Dio risponde con un dono.

“Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito . . . / non per giudicare il mondo, / ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui”.

Isaia ha parlato della “sovranità” propria del Messia.

Sì, sulle sue spalle fu messa la sovranità dell’amore che salva - proprio sulle spalle dell’unico Figlio generato - che era destinato a morire in Croce sul Golgota. In quel momento Dio ha amato il mondo attraverso suo Figlio crocifisso e il Figlio - il Cristo - ci ha amato “fino alla fine” (cf. Gv 13, 1).

L’amore è una forza salvifica. Solo esso può salvare. Dio ci salva perché è amore. Cristo salva perché ama “fino alla fine”: fino alla morte in Croce. Egli aveva ogni ragione e ogni diritto di “giudicare il mondo” - di condannare l’uomo a causa del peccato. Egli scelse l’amore che salva, che fa rivivere, che purifica, che santifica. Di questo amore san Giovanni dice: “La luce è venuta nel mondo” (Gv 3, 19). L’amore è la luce del mondo. Cristo è quella luce.

5. La luce si oppone all’oscurità. Di per sé stesso “il mondo” non è la luce, anche se all’occhio attento può rivelare Dio, il creatore che è amore. La luce che è presente nelle creature non è sufficiente. Questo è particolarmente vero se attraverso il peccato lo sguardo spirituale dell’uomo si allontana dalla luce di Dio. Allora il mondo diventa oscurità piuttosto che luce: diventa un luogo di morte per l’essere umano immortale.

Perciò un’altra luce è necessaria: non la luce che il mondo può dare. Era necessario che Dio ci desse suo Figlio che è la Parola, un essere della stessa sostanza del Padre. Era necessario che il Figlio sacrificasse se stesso sulla Croce, che egli stesso accettasse la morte che lo aspettava nel mondo. Era necessario che attraverso questa morte egli sconfiggesse la morte, che nella Risurrezione rivelasse il potere della vita.

“Dio infatti ha tanto amato il mondo”. Attraverso la morte di Cristo, la sua Croce e la sua Risurrezione, il contrasto fra luce ed oscurità, tra bene e male può essere visto ancora più chiaramente. San Giovanni era consapevole di questo quando ha scritto:

“. . . chiunque infatti fa il male, / odia la luce e non viene alla luce / perché non siano svelate le sue opere; / ma chi opera la verità / viene alla luce / perché appaia chiaramente che le sue opere / sono state fatte da Dio” (Gv 3, 20-21).

Queste parole racchiudono la sfida principale del Vangelo: è la sfida perenne ad andare verso la luce. Chi “agisce nel modo sbagliato” non sarà forse incapace di venire alla luce? Di sicuro è in grado di superare il timore che le sue azioni vengano condannate. Perché, come la luce del mondo, non è forse Cristo, crocifisso e risorto, giunto per salvare, piuttosto che per giudicare? Qui si trova la sfida del Vangelo per ognuno di noi. La sfida a riconoscere nella fede che
- l’amore “geloso” del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, rivelato nel mistero pasquale di Cristo, rimane nel mondo;
- rimane in noi. Amen.

 

© Copyright 1989 - Libreria Editrice Vaticana

 

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