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VISITA PASTORALE AD ORTE E A TREVIGNANO ROMANO

CELEBRAZIONE EUCARISTICA NELLA PIAZZA DI TREVIGNANO ROMANO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 17 settembre 1989

 

1. “Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore che si converte . . .” (Lc 15, 7).

Con queste parole del Vangelo, che sono annuncio di sicura speranza ed invito alla gioia per la salvezza ritrovata in Cristo, saluto tutti voi, cari fratelli e sorelle di Trevignano Romano, come anche voi, membri dell’Ente Nazionale Sordomuti, qui raccolti per celebrare l’Eucaristia nel “giorno del Signore” e per ricordare, al tempo stesso, il secondo centenario della morte di un illustre figlio di questa terra, il sacerdote Tommaso Silvestri, che fu apostolo benemerito dei sordomuti.

“Ci sarà più gioia . . .”! Questo è lo scopo a cui mira l’azione di Dio nel mondo: la gioia per la liberazione dell’uomo dalla miseria morale della colpa, ma anche la gioia per il suo affrancamento da ogni infermità o malanno, che in qualche modo ostacola la sua piena realizzazione. Nel male fisico. infatti, si rivela in ultima analisi l’efficienza negativa di quel peccato delle origini che ha condizionato tanto pesantemente la storia della umanità.

La lotta contro l’una forma di male s’affianca alla lotta contro l’altra e la meta tanto dell’una quanto dell’altra è la gioia della liberazione.

2. La Parola di Dio in questa domenica invita, in particolare, ad impegnarsi nella forma di lotta più radicale, quella contro il peccato. Il tema centrale delle letture, che abbiamo poc’anzi ascoltato, è costituito dall’annuncio dell’urgenza della conversione.

Che cosa essa significhi, quali mutamenti supponga, quali effetti produca è indicato nei vari elementi di tali letture ed è espresso con singolare vivezza nelle parole del padre della parabola evangelica: “Facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Lc 15, 24).

3. Siamo così introdotti a riflettere sulla complessa dinamica di ogni conversione. Che cosa avviene quando un uomo “si converte”?

Avviene, innanzitutto, che Dio “si converte”. cioè si volge verso di lui, torna a cercarlo. Dio si commuove e va incontro per primo all’umanità oppressa dal peccato. Anzi, se per la preghiera di Mosé - è detto nella prima lettura - Dio “abbandonò il proposito di nuocere al suo popolo” (Es 32, 14), nel nuovo testamento, nella parabola di Gesù che è immagine della misericordia del Padre, ci è detto che questi non vuole “nuocere”: tace quando il figlio lo abbandona, ma lo aspetta ogni giorno, si direbbe con ansia, perché scruta l’orizzonte lontano in attesa di rivederlo.

Questa è la realtà più stupenda di tutto il processo della conversione, la sua ragione più profonda, a voler vedere le cose in senso teologico: Dio “volge” il suo cuore verso il peccatore perché è fedele a se stesso, alla sua promessa, al suo progetto di salvezza, all’alleanza. Egli non si lascia vincere dal peccato dell’uomo. anche se grande. Dio rimane fedele nell’amore, “fedele alla sua paternità, fedele a quell’amore che da sempre elargiva al proprio figlio” (Dives in Misericordia, 6). Egli è, così, il vero protagonista della riconciliazione: l’iniziativa è sua, sua la volontà di “correre incontro” agli uomini che egli vuole amare, affinché ritrovino la pienezza del bene perduto.

Proprio a tale gratuità dell’amore di Dio fa appello Mosé, nella sua preghiera: “Ricordati di Abramo, di Isacco, di Israele tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso” (Es 32, 13). “Per te stesso”, cioè in forza del tuo essere divino, della tua infinita grandezza, dell’inimmaginabile generosità del tuo cuore misericordioso, dell’affetto che scaturisce dall’essenza eterna della tua paternità divina.

4. All’iniziativa di Dio corrisponde il ritorno, la “conversione” dell’uomo. Essa comporta tutto un interiore processo di chiarificazione: la faticosa riscoperta dell’importanza dei beni perduti; riscoperta stimolata dal sofferto sentimento di una profonda e mortale indigenza: “Io qui muoio di fame” (Lc 15, 17).

Il peccato, così puntualmente descritto nell’atteggiamento del figlio prodigo, consiste nella ribellione a Dio, o almeno nella dimenticanza o indifferenza di fronte a lui ed al suo amore. Tale atto violento e disordinato interrompe il rapporto con Dio e culmina nell’allontanamento da lui, cioè che egli in realtà è per l’uomo: “Partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze” (Lc 15, 3).

Ma questa “fuga da Dio” ha come conseguenza per l’uomo una situazione di confusione profonda circa la propria identità, insieme con un’amara esperienza di impoverimento e di disperazione: il figlio prodigo, è detto nella parabola, dopo tutto, cominciò a trovarsi nel bisogno e fu costretto a mettersi al servizio - egli che era nato nella libertà - di uno degli abitanti di quella regione.

L’allontanamento da quel Dio che è principio fondamentale della vita, si rivela così come una scelta nociva: come una morte che si annuncia già, nelle profondità dell’anima, quale profonda inquietudine e tristezza, quale disperata insoddisfazione del modo di essere a cui ci si è ridotti.

È qui che l’uomo riscopre la nostalgia della casa paterna e torna a coltivare la speranza di poter essere riaccolto in essa: “Mi alzerò, e andrò da mio padre” (Lc 15, 18).

La fiducia nella potenza del rapporto d’amore tra padre e figlio consente a quest’ultimo di riprendere il cammino faticoso del ritorno, sorretto non tanto dal timore, quanto dall’amore.

5. Meditiamo questa verità fondamentale della misericordia paterna di Dio nella parrocchia di Trevignano Romano, in questa comunità, che oggi è invitata ad esprimere la sua fede, accogliendo l’annuncio che “c’è più gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte” (Lc 15, 10).

Saluto il vostro Vescovo, monsignor Divo Zadi, primo testimone tra di voi della misericordia annunciata dal Vangelo. Saluto il signor sindaco e il presidente dell’Ente Nazionale Sordomuti, e li ringrazio per le nobili parole che mi hanno rivolto. Saluto anche il vostro parroco, al quale va l’augurio fervido di copiosi doni celesti, a conforto del suo ministero. Saluto, infine, la folta rappresentanza di sordomuti e tutte le associazioni di apostolato, di carità, di catechesi, che prendono parte alla celebrazione.

Il mio pensiero va poi alle famiglie, alle persone anziane, agli ammalati, e, in particolare, ai giovani.

Essere giovani significa appartenere a quella fascia di popolazione che si proietta con l’immaginazione e con i propositi verso il futuro. Le scelte, che si maturano negli anni giovanili, comportano una responsabilità seria ed impegnativa, proprio perché da esse dipende il domani dei singoli e delle comunità.

Spetta a voi, giovani, raccogliere la parte migliore del secolo che si conclude - cioè quell’ansia di giustizia, di solidarietà, di libertà, di pace, che anima la presente generazione - per trarne i frutti attesi a vantaggio vostro e delle generazioni che verranno.

A questo fine, sappiate guardarvi da proposte e suggestioni che mettono da parte i valori della fede e della religione, o che irridono all’onestà, al rispetto dell’altro, al senso di responsabilità nell’adempimento del proprio dovere.

Tocca a voi, giovani, trasformare in realtà le speranze e le attese di promozione umana, di progresso, di sviluppo, così acutamente sentite da tutti coloro che, con voi, vivono ai margini della metropoli. Tocca proprio a voi cercare soluzioni adeguate ai problemi emergenti, realizzare forme di partecipazione responsabile ed onesta alla vita politica e sociale, col fermo proposito di servire e non di profittare, quando è in gioco il bene di tutti. È compito vostro dimostrare che siete capaci di realizzare atteggiamenti coerenti e generosi verso le esigenze del bene comune e del progresso civile, a vantaggio soprattutto dei più deboli.

6. Oggi noi ricordiamo con ammirazione e riconoscenza una esemplare figura di sacerdote, totalmente dedito al servizio di una categoria di giovani particolarmente bisognosa: l’abate Tommaso Silvestri. Questo sacerdote non si chiuse nella difesa egoistica del proprio quieto vivere, ma - in ciò incoraggiato dal Papa Pio VI - volle rendersi utile proprio ai sordomuti, aiutandoli ad esprimersi “con la parola viva”. Per questo divenne inventore di un intelligente ed efficace metodo di istruzione, grazie al quale anch’essi potessero parlare e lodare Dio nella ritrovata possibilità di comunicare con gli altri.

Le migliaia di persone appartenenti all’Ente Nazionale Sordomuti, che oggi hanno voluto essere qui presenti per celebrare questa ricorrenza, sono la testimonianza più bella a favore del valore umanitario e cristiano del ministero dell’abate Silvestri e di quanti ne hanno continuato l’opera preziosa.

I sordomuti devono lottare con una forma di menomazione, che ne ostacola pesantemente le possibilità di contatto e di comunicazione con l’ambiente circostante. Desidero esprimere loro il mio apprezzamento per la costanza con cui si sforzano di superare questo limite, ottenendo risultati spesso sorprendenti. Vi esorto, carissimi fratelli e sorelle, a perseverare senza lasciarvi scoraggiare dalle difficoltà, ma proseguendo nel vostro cammino con l’aiuto di quanti, sull’esempio di quel grande figlio di Trevignano che fu l’abate Silvestri, si prodigano con ammirevole dedizione al vostro fianco.

“Signore, apri le mie labbra - abbiamo cantato nel Salmo - e la mia bocca proclami la tua lode” (Sal 50, 17). Che il Signore, carissimi, apra sempre meglio le vostre labbra, e vi conceda di trovare comprensione e sostegno da parte dell’ambiente sociale che vi circonda.

7. “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori . . . Ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me . . . tutta la sua magnificenza” (1 Tm 1, 15-16).

In Gesù si manifesta la magnanimità di Dio verso ogni uomo bisognoso, che è e resta sempre figlio amato e desiderato.

L’amore di Dio, che non conosce confini, traspare da tutti i testi della Parola divina, oggi proclamata qui, a Trevignano.

Così è Dio, buono, ricco di comprensione, trabocchevole di amore, desideroso di essere compreso e ricambiato nel suo immenso affetto.

Così dobbiamo essere anche noi verso i nostri fratelli. Sia nostro impegno condividere i sentimenti di Dio, che è Padre, e far conoscere agli uomini che nel mondo è presente l’amore, più potente del peccato e di ogni sua manifestazione: un amore che sa far germinare la gioia già quaggiù nel tempo, per poi renderla eterna nella beatitudine del cielo.


Al termine della Santa Messa, prima di concludere la sua visita a Trevignano Romano, il Papa nella “Casa del Fanciullo”, l’Istituto per l’accoglienza e l’educazione della gioventù fondato da Don Carmelo Benedetti, che ne è l’attuale direttore. Nel corso dell’incontro, al quale prende parte anche una delegazione di benefattori provenienti dalla Repubblica Federale di Germania, il Santo Padre rivolge queste brevi parole di saluto ai presenti.  

Carissimi,

Oggi la liturgia ci parlava di quella gioia che è in cielo. Per concludere la mia omelia, vorrei esprimere qui, in questa “Casa del Fanciullo” un augurio cordiale e fervente: questa gioia sia qui, tra voi, nella “Casa del Fanciullo”. Che questa gioia sia anche nei cuori dei vostri benefattori, come ha sottolineato il rappresentante della nobile nazione tedesca.

Vorrei offrire a tutti una benedizione nel nome della Santissima Trinità. Dalla Trinità ci aspettiamo la gioia definitiva ed eterna nella casa del nostro Padre che è nei cieli.

 

© Copyright 1989 - Libreria Editrice Vaticana

 

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