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BEATIFICAZIONE DI DON GIUSEPPE BALDO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Martedì, 31 ottobre 1989

 

“Voi vi siete accostati al monte Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli . . .” (Eb 12, 22 s.).

1. Le parole rivolte ai primi cristiani dall’autore della lettera agli Ebrei, carissimi fratelli e sorelle, si potrebbero dire una meravigliosa sintesi di ciò che fu l’aspirazione continua di don Giuseppe Baldo, che questa sera ho avuto la gioia di iscrivere nell’albo dei beati.

Egli infatti, durante tutta la sua vita di sacerdote e di parroco, non fece altro che accostarsi costantemente e fervidamente a Dio, mediante Gesù Cristo, il redentore e il maestro divino, all’“adunanza festosa” dei santi e degli angeli, alla “Gerusalemme celeste”, che ci attende e verso la quale anche noi ci protendiamo con tutto il desiderio del cuore.

E perciò ci rallegriamo nel Signore in questi primi vespri della solennità di Tutti i Santi per la beatificazione di questo sacerdote veronese, che con la parola e con la vita fu testimone instancabile di fede convinta e radiosa, di costante servizio alla Chiesa ed alle anime, di umana e cristiana carità.

2. Il nuovo beato, com’è noto, visse in tempi assai diversi dai nostri, durante un periodo segnato da violente tensioni ideologiche e politiche e nel contesto di profondi rivolgimenti culturali e sociali. Uomo intelligente e aperto, egli fu pienamente figlio della sua epoca, senza tuttavia diventarne mai succube. Ne apprezzò i fermenti di libertà e di democrazia, le aspirazioni verso l’unità nazionale, l’accresciuta sensibilità per i valori della giustizia sociale, ma reagì fermamente alle tendenze irreligiose e anticlericali, che non di rado vi si manifestarono, con iniziative, che furono per lui motivo di intensa pena. Egli, tuttavia, non si abbandonava a sterili recriminazioni sulla nequizia dei tempi: possedeva la luce e il coraggio della fede cristiana, che sa riconoscere la presenza della Provvidenza in ogni vicenda della storia, stimolando alla fiducia ed all’azione.

Con intrepida fortezza diceva: “Bisogna essere attivi, con franchezza, con sacrificio, con confidenza”. “Colleghiamoci per fare il bene, per difendere la più santa delle cause: stiamo uniti e saremo forti!”. Ed ancora, con evangelica chiarezza, soggiungeva: “Noi dobbiamo tener alta la nostra bandiera in faccia a tutti: ma ricordiamoci che non abbiamo dinanzi nemici da schiacciare, ma fratelli da convertire”.

I nostri tempi son certamente diversi da quelli del nuovo beato, e tuttavia, anche nella nostra epoca così complessa e difficile, rimane attuale il suo messaggio e luminoso il suo esempio.

3. “Cercate la pace con tutti e la santificazione . . . vigilando che nessuno venga meno alla grazia di Dio” (Eb 12, 14 s.), esorta la lettera agli Ebrei. Come sacerdote e parroco, don Baldo ebbe sempre questo assillo nell’animo: la pace, la santificazione, la vita di grazia dei suoi fedeli. Questa fu la caratteristica del suo impegno umile e nascosto.

Fin dal primo giorno della sua presenza in parrocchia nel presentarsi al popolo egli proponeva in questi termini il suo programma: “Sono il vostro parroco. Vostro: dunque tutto per voi. D’ora innanzi voi avete una nuova proprietà, un nuovo cuore, cui avete diritto di fare appello; una nuova anima, che per assoluto dovere dovrà soffrire per voi, per voi agonizzare. Giovani: voi cercate un amico? Eccovelo: ho sempre vissuto coi giovani e ho appreso a tenerne in pregio le doti di intelligenza e di cuore. Vecchi, poveri, ammalati: siete i primi che io porto nel cuore. Peccatori; credetemi e accettatemi tutto per voi. Per voi di giorno; per voi di notte. La giornata più bella sarà quella in cui potrò aver donato a Dio un’anima . . . Alzo le mani e in faccia al Tabernacolo, in faccia agli Angeli, ai Santi tutelari di questa chiesa, in faccia a voi, testimoni della mia parola, io giuro: giuro e prometto che non cercherò niente più che la salvezza delle anime”.

E, giorno dopo giorno, fu assolutamente fedele a questi propositi di intensa attività apostolica, andando incontro a tutte le categorie di persone per istruirle e formarle, secondo quella sua unica e ardente aspirazione. Compilò un apprezzato catechismo, scrisse il “Decalogo dell’emigrante”, fondò il ginnasio parrocchiale per le vocazioni sacerdotali e religiose.

Era profondamente convinto che il primo dovere del parroco è quello di predicare la verità per combattere l’errore, scuotere gli indifferenti, infervorare i buoni, consolare i sofferenti: “Non badate all’uomo che vi parla - così diceva - ma al ministero che esercita. In ogni parroco vi è Gesù Cristo pastore e guida”. E in altra occasione soggiungeva: “Non si rialza il morale senza la morale, né si ha la morale senza il catechismo. Il catechismo appreso e osservato rifà il mondo, bandisce il vizio, fa regnare la virtù”.

Mosso da questi convincimenti, don Baldo insegnava, sorvegliava, custodiva con fortezza e bontà. Il suo zelo apostolico e il suo impegno di perfezione si radicavano principalmente nell’alta stima che egli aveva del sacerdozio: “Il cuore del sacerdote - scriveva - deve essere somigliante al Cuore sacerdotale di Gesù; deve diffondere la luce di quanto è veramente bello, amabile, virtuoso. Deve diffondere il chiarore della dottrina di Gesù Cristo”.

4. “Voi vi siete accostati . . . al Mediatore della Nuova Alleanza e al sangue dell’aspersione dalla voce più eloquente di quello di Abele” (Eb 12, 22. 24). Sono ancora le parole della lettera agli Ebrei. Nella quotidiana celebrazione della Messa don Baldo sapeva di “accostarsi al sangue dell’aspersione”, che “il Mediatore della Nuova Alleanza” ha versato per noi; lo sapeva e lo viveva con un trasporto ogni giorno rinnovato, che cercava di trasfondere anche nei fedeli.

A tal fine, egli curò con varie iniziative lo splendore del tempio e il decoro delle sacre celebrazioni, promovendo un’intensa pietà liturgica, specialmente mediante l’associazione dell’adorazione eucaristica e la pratica delle sante Quarantore. Era infatti convinto che solo per mezzo di un serio impegno nella preghiera è possibile praticare tutta la legge morale cristiana, a volte esigente fino all’eroismo, ed accettare con piena fiducia tutta la volontà di Dio.

Rivolgendosi ai giovani, insidiati da tante forme di tentazione, così diceva: “Il giovane, che ben disposto si accosta alla Sacra Mensa, diviene più fervido nell’amore di Dio, più forte nella fatica, più pronto nell’opera, più prudente quando è tentato e più sollecito nella pratica della virtù. L’Eucaristia è luce che rischiara, è cibo che ristora e rinforza”. Sono parole valide tuttora per i nostri giovani, chiamati a testimoniare Cristo in un mondo che spesso lo respinge e a volte neppur lo conosce.

5. “Poiché noi riceviamo in eredità un regno incrollabile, conserviamo questa grazia” (Eb 12, 28). Le parole della lettera agli Ebrei rispecchiano appieno l’attesa escatologica del nuovo beato, che orientò tutta la propria vita verso quel “regno incrollabile”, che la solennità di Tutti i Santi ci invita oggi a contemplare con gli occhi del cuore. Don Baldo volle che ci fosse chi “conservasse la grazia” di questa sua fermissima speranza in mezzo al popolo che gli era stato affidato, mantenendo vivo nell’animo dei fedeli il patrimonio di valori spirituali, a cui aveva attinto ogni giorno nello svolgimento del suo apostolato.

Fondò così la congregazione delle “Piccole Figlie di San Giuseppe”, nella quale cercò di trasfondere lo zelo che ardeva nel suo cuore sacerdotale, totalmente consacrato al bene delle anime e dei corpi sofferenti. Visitando le famiglie della parrocchia, don Baldo si era reso conto di tante impellenti necessità morali e materiali e di quanto fossero trascurati i vecchi e i malati, spesso abbandonati a se stessi nel momento in cui era più necessario alimentare in loro la speranza fiduciosa del “regno incrollabile”. Bisognava trovare un rimedio adeguato a tale urgente necessità. Ed egli vi provvide dapprima con le “Ancelle di Santa Maria del Soccorso”, poi con la fondazione di un ospedale-ricovero, ed infine con l’istituzione di una famiglia religiosa, dedita all’educazione dei bambini e dei giovani ed alla cura dei malati e degli anziani, che riuscì a realizzare e sostenere anche con il conforto del Cardinale Giuseppe Sarto, allora Patriarca di Venezia, e che venne poi approvata dalla Santa Sede il 10 febbraio 1913, vivente ancora il fondatore. Fu l’ultima sua grande consolazione e da allora le “Piccole Figlie di San Giuseppe”, in Italia e all’estero, si dedicano al servizio dei più bisognosi, ricordando le direttive del fondatore che le voleva alacri nel lavoro e generose nel sacrificio, secondo gli esempi di san Giuseppe, del quale diceva: “Fu chiamato alla vita attiva, ma questa vita attiva alimentava e fortificava ogni giorno con la vita contemplativa”. È quanto io stesso ho rilevato nell’esortazione apostolica “Redemptoris Custos”, sottolineando come l’apparente tensione fra la vita attiva e quella contemplativa trova in lui (Giuseppe) un ideale superamento, possibile a chi possiede la perfezione della carità (Redemptoris Custos, 27).

6. Cari fratelli e sorelle! Il nuovo beato ripete anche a noi: “Poiché noi riceviamo in eredità un regno incrollabile, conserviamo questa grazia e per suo mezzo rendiamo a Dio un culto gradito a lui, con riverenza e timore, perché il nostro Dio è un fuoco divoratore” (Eb 12, 28-29). Possediamo infatti il Regno della verità e della grazia! Invochiamo dunque con fiducia il beato Giuseppe Baldo, che risplende nella gloria degli eletti, per poterlo imitare nei suoi esempi di fede, di carità, di santità; Mettiamoci - come lui diceva - sotto il manto di Maria e di Giuseppe, affinché il Signore con il suo amore bruci i nostri difetti e ci infiammi di fervore per una vita cristiana sempre più convinta, coerente, credibile. Amen!

 

© Copyright 1989 - Libreria Editrice Vaticana

 

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