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VIAGGIO PASTORALE NELLA REPUBBLICA
FEDERATIVA CECA E SLOVACCA
MESSA PER I FEDELI DELLA SLOVACCHIA
OMELIA DI GIOVANNI
PAOLO II
Aeroporto Vajnory di Bratislava
(Repubblica Federativa Ceca e Slovacca) Domenica, 22 aprile 1990
Carissimi signori responsabili della vita pubblica, Amatissimo
Arcivescovo Sokol, Cari fratelli nel servizio episcopale, Cari
sacerdoti e religiosi, Miei diletti fratelli e sorelle.
1. “Beati quelli che pur non avendo visto crederanno” (Gv 20, 29).
Queste parole di Cristo risorto risuonano dal Cenacolo di Gerusalemme verso
il lontano avvenire. Attraverso i secoli e le generazioni arriveranno fino
alla fine dei tempi.
Quello è stato davvero il “giorno che ha fatto il Signore” (cf. Sal
117/118, 24): il giorno in cui il Cristo, crocifisso e deposto nella tomba,
risuscitò. Lo stesso giorno apparve agli Apostoli riuniti nel Cenacolo. Lo
videro con i propri occhi. Lo stesso giorno alitò su di loro e disse:
“Ricevete lo Spirito Santo! A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a
chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 20, 22-23). Da
allora, quel giorno attraversa tutti i secoli e tutte le generazioni.
Uno dei Dodici, Tommaso, non era insieme agli Apostoli, quando Cristo venne
in mezzo a loro. E quando tutti gli altri gli parlarono dell’incontro col
Maestro, egli non volle credere. La testimonianza della parola degli Apostoli
non gli bastava. Chiedeva di poter vedere. “Se non vedo . . . se non metto il
dito . . . non crederò” (Gv 20, 25).
La fede però non è visione. “La fede dipende dalla predicazione e la
predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo” (Rm 10, 17).
2. Cristo, tuttavia, diede a Tommaso la possibilità di vedere, venendo nel
Cenacolo espressamente per lui otto giorni più tardi, nell’ottava della
risurrezione. Tommaso poté convincersi con i propri occhi, che colui che era
stato crocifisso, che era veramente morto ed era stato deposto nel sepolcro -
viveva. Davanti alla testimonianza dei propri occhi, davanti alla
testimonianza di tutti i sensi - la negazione cedette all’affermazione. Quanto
più si impuntava prima, quanto più dichiarava: “Non crederò”, tanto più adesso
confessava. In due parole disse tutto, espresse tutto ciò che la realtà della
risurrezione racchiude in se stessa: “Mio Signore e mio Dio!” (Gv 20,
28). Nessuno ha proclamato la verità su Cristo così apertamente, così senza
esitazione.
Si può anche dire che la fede di Tommaso ha di gran lunga superato la sua
incredulità. È diventata non solo certezza, ma una vera illuminazione. Da una
parte, Tommaso testimonia come è difficile per l’uomo accettare la verità
della risurrezione, dall’altra, egli attesta che la risurrezione è
un’importante e decisiva testimonianza dell’onnipotenza di Dio. È un
avvenimento-chiave dell’opera di Dio nella storia dell’uomo e di tutto il
creato.
3. Cristo non si arresta alla confessione di Tommaso: “Perché mi hai visto,
hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!” (Gv 20,
29).
La fede della Chiesa comincia dagli Apostoli, dai testimoni oculari, ma si
mantiene e si sviluppa attraverso le generazioni come frutto dell’ascolto:
ascolto della loro testimonianza, ascolto della Parola di Dio stesso,
annunciata dalla Chiesa che s’edifica sul fondamento degli Apostoli e dei
Profeti.
Così s’edifica anche la vostra fede, cari Fratelli e Sorelle, che oggi mi è
dato di incontrare nella vostra Patria slovacca. Per lungo tempo abbiamo
atteso questo incontro, per lungo tempo il Papa ha incontrato il confine
chiuso. Ma finalmente è arrivato il giorno del compimento dei nostri comuni
desideri, delle nostre intime attese. Iddio sia ringraziato!
4. Sia ringraziato il Signore per il dono della fede, che i vostri antenati
hanno accolto ascoltando la Parola di Dio, annunciata dai Santi Cirillo e
Metodio. Il principe Rostislav aveva chiesto all’imperatore di Bisanzio
Michele un maestro in grado di spiegare la vera fede cristiana nella lingua
del popolo (cf. Vita di Costantino, XIV, 3). Da questo invito nacque la
missione dei Santi Fratelli di Tessalonica, i quali composero l’alfabeto,
costruirono la grammatica, iniziarono la traduzione della Sacra Scrittura e
della Liturgia e posero i fondamenti della vostra cultura.
Da quell’epoca tutta la cultura e la vita degli Slovacchi, nelle loro
molteplici manifestazioni, appaiono segnate dalla fede cristiana, che ne
attraversa l’intera storia come un’acqua vivificante: a volte essa scorre
sotto terra, a volte affiora alla superficie, ma sempre costituisce la linfa
segreta che assicura lo sviluppo e la fioritura dell’albero, così da portare
frutti abbondanti di santità, di operosità e di fedeltà.
Ne sono espressione luminosa i Santi Gorazdo, Bystrizio, Andrea Zorardo,
Benedetto eremita. Ne sono testimoni qualificati i beati martiri di Cassovia.
Ne sono manifestazione visibile le generazioni che, da quei secoli fino ad
oggi, hanno conservato la fede ricevuta tutelandola gelosamente, per
tramandarla intatta, attraverso i secoli, di padre in figlio. Chi volesse
togliere la fede cristiana dalla cultura e dalla vita del popolo slovacco non
potrebbe più comprenderne la storia, da quella antica fino a quella recente.
5. Non sono mancate le prove. Molte volte gli slovacchi hanno dovuto
lottare per la semplice sopravvivenza: basti pensare alla incursione dei
Tartari, alla lunga occupazione turca, alle insidie tese alla stessa loro
identità etnica. Ma in ogni difficoltà il popolo ha trovato nella fede la
forza per resistere con incrollabile costanza. È restata traccia di ciò in
tanti canti, nei quali il popolo ha profuso i propri sentimenti.
Questa fede, carissimi Fratelli e Sorelle, s’è espressa in modo particolare
in due dimensioni che tanto caratterizzano la vostra testimonianza cristiana:
intendo riferirmi alla devozione all’Addolorata, Patrona della Slovacchia, e
alla vostra fedeltà alla Sede di Pietro.
Oggi ho sorvolato, da Velehrad verso Bratislava, la regione di Zahorie,
dove si trova Sastin, il Santuario nazionale dell’Addolorata, Sastin, Levoca,
Gaboltov, Starè Hory, Marianka, Lutina, e tanti altri Santuari dedicati alla
Vergine Santissima: quanti pellegrini li hanno visitati nel corso dei secoli,
quanti vi hanno ritrovato la fede, quanti vi hanno ricevuto conforto! Come non
ricordare il ruolo che hanno avuto i pellegrinaggi in questi ultimi anni? Gli
echi hanno valicato i confini: folle giovanili, decine di migliaia di fedeli,
nonostante i divieti e gli impedimenti di vario genere, hanno avuto il
coraggio di esprimere la propria devozione alla Madre di Dio. Anche per questo
ci troviamo oggi qui!
E che cosa dire dell’amore degli Slovacchi verso il Papa? Carissimi
fratelli e sorelle, cari Slovacchi, il Papa sa quanto gli volete bene. Ma
anche il Papa vi assicura di volervi tanto bene! So che questo doppio amore,
alla Madonna ed al Papa, costituisce la vostra eredità spirituale, ricevuta
dai vostri evangelizzatori Cirillo e Metodio e tramandata a voi attraverso i
secoli. Continuate, vi ripeto, continuate sempre così!
6. Gli ultimi tempi sono stati difficili. Leggiamo negli Atti degli
Apostoli che “andava aumentando il numero degli uomini e delle donne che
credevano nel Signore” (At 5, 14). E ciò avveniva, nonostante che la
fede incontrasse agli inizi grandi difficoltà e opposizioni. Fin dall’inizio
la Chiesa fu esposta a prove difficili.
È possibile affermare che, anche in Slovacchia, durante il periodo della
prova, “andava aumentando il numero degli uomini e delle donne che credevano
nel Signore”?
È difficile rispondere con certezza ad una simile domanda, perché è cosa
che sfugge a misurazioni puramente umane. Ritorniamo piuttosto col pensiero
all’immagine di Tommaso, il quale, nonostante fosse apostolo, fu “incredulo”;
dopo l’incontro col Risorto, però, divenne un suo ardente confessore: “Mio
Signore e mio Dio”. Confessore e Apostolo, fino all’effusione del sangue.
7. Il pensiero qui corre alle schiere di persone che anche in Slovacchia
hanno confessato, in questi anni, la loro fede, nonostante i pericoli a cui
ciò le esponeva.
Vescovi finiti in carcere, umiliati, impediti, maltrattati. Sacerdoti
minacciati, aggrediti, limitati nell’esercizio del loro ministero. Religiosi
espulsi dai conventi e imprigionati, religiose allontanate dalle loro mansioni
di servizio ai poveri. Genitori costretti a limitare l’educazione cristiana
della prole. Figli formati alla doppiezza, la cui prima manifestazione era la
negazione di Dio. Tanti, tanti che hanno sofferto per la loro fede!
Molti di loro sono già saliti in Cielo a ricevere il premio ed ora
gioiscono nella luce di Dio. Voi, che siete qui ad ascoltarmi, sappiate che
Cristo vi ama, sappiate che il Papa vi stringe tutti al proprio cuore, e vi
ringrazia! Per questo ha voluto incontrarvi, ha voluto vedervi, vi vuole
benedire.
Il sangue dei martiri è sempre stato seme di nuovi cristiani. Il principio
vale oggi come ieri, e Cristo risorto ce lo ricorda. Lo Spirito di Dio non vi
ha mai abbandonato. È sempre stato con questo popolo di Dio che vive in
Slovacchia, ha assistito i giovani, ha guidato i Religiosi nella formazione
dei novizi, i seminaristi nella loro preparazione al Sacerdozio, ha animato
tanti apostoli, vari movimenti operanti in silenzio. È l’enumerazione potrebbe
continuare.
Ne sia lodato il Signore!
8. La liturgia della domenica odierna ci riconduce nel Cenacolo, dove
Cristo risorto sta in mezzo agli Apostoli, per trasmettere loro la missione
ricevuta dal Padre: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv
20, 21).
Bisogna che la Chiesa nella vostra terra ascolti di nuovo queste parole e
con nuova forza assuma la missione di annunciare la Croce e la Risurrezione di
Cristo. Con il Collegio di tutti i vostri Vescovi in testa.
La liturgia di oggi ci porta all’isola di Patmos, luogo di esilio
dell’Apostolo ed Evangelista Giovanni. Le parole della sua Apocalisse mostrano
le dimensioni dell’ultima verità su Cristo - del suo mistero pasquale.
L’Apostolo ascolta:
“Non temete! lo sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora
vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi” (Ap 1,
17-18).
Parla il Cristo. Il primogenito di ogni creatura. Cristo, il primogenito
dei morti, il principe dei re della terra (cf. Ap 1, 5).
Parla Cristo, col potere della sua morte redentrice: “Ero morto”. Parla col
potere della sua risurrezione: “Ora vivo per sempre”.
Parla Cristo: “Il mio regno non è di questo mondo” (Gv 18, 36).
Perciò, egli soltanto ha le chiavi della morte e degli inferi. Egli soltanto -
crocifisso e risorto - attinge l’ultimo significato dell’uomo. Egli soltanto
ne ha il potere. Il pieno potere. Perciò, dice: “Non temere!”.
“Non temete!”.
Dopo tutte le esperienze di persecuzione, di ostilità, di tentazione, egli
vi dice: “Non temete!”.
“Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno” (Gv 20, 29).
© Copyright 1990 - Libreria Editrice Vaticana
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