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CONFERIMENTO DEL SACRO PALLIO A 20
ARCIVESCOVI METROPOLITI
OMELIA DI GIOVANNI
PAOLO II
Solennità dei Santi Apostoli Pietro
e Paolo Basilica Vaticana - Venerdì, 29 giugno 1990
“Il Signore mi ha liberato da ogni timore” (Sal 34, 5).
La Chiesa riprende nella liturgia odierna queste parole del Salmo. Esse
racchiudono la peculiare testimonianza degli apostoli, che pur incamminati
verso il martirio, verso la crocifissione e la decollazione, non sentono nei
loro cuori alcuna paura. E non si tratta certo di una “indifferenza stoica”
che sarebbe illusoria: dinanzi alla morte l’uomo non può restare insensibile,
trattandosi sempre di una prova suprema.
Se però di fronte ad essa gli apostoli Pietro e Paolo mantengono la pace,
se vanno incontro al martirio, liberati da ogni timore, ciò significa che tale
atteggiamento manifesta una piena maturità della volontà e del cuore, sorretta
dalla grazia: sorretta dalla stessa potenza di Dio, dalla potenza di Cristo
crocifisso e risorto.
Gli apostoli ripetono: il Signore mi ha liberato, il Signore mi ha fatto
conoscere mediante la fede che la morte, la quale umanamente suscita spavento,
diventa, invece, in lui autentica liberazione. Vanno Pietro e Paolo verso la
morte, vanno al martirio nella città di Roma, capitale dell’impero, avendo
abbandonato dietro di loro ogni preoccupazione e timore. Hanno superato lo
spavento, spavento diverso da quello suscitato dalla morte e proprio per
questo ormai si sentono liberi anche dalla paura della morte.
2. Simon Pietro era un uomo coraggioso. Almeno credeva di esserlo. Era
disposto a gettarsi in mare per incontrare Cristo, era disposto, per
difenderlo, a colpire Malco nel Getsemani. Aveva detto al Maestro: “Anche se
tutti si scandalizzassero di te, io non mi scandalizzerò mai” (Mt 26,
33). Avvertiva certamente gli impulsi del coraggio, ma più di una volta è
rimasto deluso di se stesso perché tali impulsi, pur generosi, risultavano
insufficienti. Ciò è emerso in modo più chiaro proprio la notte in cui Gesù è
stato arrestato e tradotto davanti al tribunale. Là, nel cortile del sommo
sacerdote, Pietro ha dovuto purtroppo prendere atto con dolore di non essere
ancora libero dalla paura, e da una paura tanto meschina.
Eppure il Signore lo ha liberato. Gli Atti degli apostoli ci raccontano che
Pietro già quando si trovava nella prigione di Erode avrebbe potuto essere
condannato a morte, ma la potenza di Dio lo ha preservato “dalla bocca del
leone”, poiché davanti a lui era tracciata una lunga via di servizio
apostolico: a Gerusalemme, ad Antiochia, a Roma.
3. Tuttavia non è questa la più grande paura di Simon Pietro da cui fu
liberato, qui non tocchiamo ancora quella che è stata la sua più grande
“liberazione”. Rivelò di essere posseduto da una particolare forza dello
spirito, Simone figlio di Giona, quando unico tra i Dodici, nei pressi di
Cesarea di Filippo, rispose a Cristo: “Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio
vivente” (Mt 16, 16).
“Tu sei il Cristo” . . . Subito dopo, Cristo annunziò la sua passione e la
sua morte di croce, quasi a voler spiegare il significato del suo essere
“Messia” e della sua peculiare missione. Pietro si oppose: non lo voleva
accettare. Certamente non voleva perché amava il suo Maestro, ma innanzitutto
perché non poteva accettare un Messia crocifisso, tanto radicalmente opposto
all’immagine che di lui si era costruita dentro di sé. “Il Figlio del Dio
vivente”, condannato a morte, crocifisso, rappresentava una visione del Messia
che andava al di là del suo modo di pensare: al di là del coraggio della sua
fede. Come nel cortile del sommo sacerdote, questo coraggio gli è venuto meno
anche più tardi.
Ma dopo che Cristo risorto ha perdonato a Pietro il suo triplice
rinnegamento, lo vediamo e lo ascoltiamo il giorno di Pentecoste a Gerusalemme
liberato ormai dalla più grande paura della sua vita. Il Signore l’ha
liberato. Da allora in poi la paura umana della morte, sia a Gerusalemme al
tempo di Erode, sia a Roma al tempo di Nerone, non rappresenterà più un
pericolo per l’apostolo. Ha ormai ottenuto la grazia della fortezza che supera
ogni timore umano: “né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre
mio che sta nei cieli” (Mt 16, 17).
4. Paolo di Tarso scrive così nella lettera a Timoteo: “Il Signore . . . mi
è stato vicino e mi ha dato forza” (2 Tm 4, 17). Tutti conosciamo la
storia della sua conversione; sappiamo quanto avvenne, come poi il Signore gli
sia stato vicino e gli abbia dato forza, perché mediante la sua opera si
portasse a compimento l’annuncio del Vangelo destinato a essere ascoltato da
tutti i Gentili.
Sappiamo come questo sia avvenuto. Conosciamo in ogni dettaglio, l’evento
che ebbe luogo alle porte di Damasco. Saulo era certamente un uomo coraggioso
e deciso. Andava fino in fondo, seguendo le sue convinzioni: ardimentoso e
sicuro di sé, in modo del tutto diverso da Pietro. Ma anche questa sua
sicurezza fu vinta, sia pure in modo differente, dal Signore, dal Cristo
crocifisso e risorto, che Saulo “perseguitava” nei suoi discepoli e seguaci.
Un timore diverso prese la sua anima, un timore salvifico.
Veramente “è terribile cadere nelle mani del Dio vivente!”. È “terribile” e
insieme sorgente di salvezza.
Nella sua vita di apostolo, in seguito, non sono mancate angosce, paure e
pericoli, ma da ogni timore Paolo è stato liberato. è stato liberato anche
dall’ultima paura di cui egli parla nella lettera a Timoteo: “Il mio sangue
sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le
vele” (2 Tm 4, 6).
Ormai è libero e va incontro a Cristo: “Ora mi resta solo la corona di
giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà . . . e non soltanto a
me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione”.
5. Sono particolarmente lieto di salutare la Delegazione guidata dal metropolita
Bartolomeo di Calcedonia, qui inviata dall’amato fratello, il patriarca
ecumenico Dimitrios I, in occasione della festa dei santi apostoli Pietro e
Paolo. La vostra presenza, amatissimi fratelli, dimostra ancora una volta
quanto sia grande il comune anelito delle nostre due Chiese per la
ricomposizione della piena unità. Auspico di cuore che tale impegno ecumenico
si approfondisca sempre più e possa condurci al giorno tanto atteso, nel quale
potremo finalmente lodare il Signore con una sola voce e celebrare insieme
l’Eucaristia.
Altro motivo di gioia è la presenza dei nuovi metropoliti, venuti da varie
parti del mondo, per ricevere il pallio, proprio qui, presso la tomba
dell’apostolo Pietro. Il pallio, com’è noto, è simbolo di una speciale
comunione con la Sede Apostolica. È titolo di onore ma anche richiamo a
un’autentica fedeltà al successore di Pietro, a una generosa dedizione
pastorale per la crescita della Chiesa e la salvezza delle anime.
Che il vostro amore a Cristo e alla sua Chiesa non venga mai meno e
possiate così essere sempre pronti ad affrontare ogni prova, seguendo
l’esempio luminoso dei principi degli apostoli.
6. La Chiesa che è in Roma, insieme ai cristiani disseminati in tanti
luoghi della terra, si reca oggi in spirituale pellegrinaggio ai luoghi del
martirio e della morte degli apostoli Pietro e Paolo, definitiva testimonianza
da essi resa a Cristo crocifisso e risorto. Testimonianza resa al cospetto
dell’Urbe e dell’Orbe.
La Chiesa è in pellegrinaggio, è in cammino verso la definitiva liberazione
dal timore, da ogni timore, verso l’intrepida potenza che agli uomini deboli è
comunicata dall’Amore. “L’amore perfetto scaccia il timore” (1 Gv 4,
18).
La Chiesa accorre oggi presso le tombe degli apostoli, accorre presso i
santi Pietro e Paolo per ottenere la potenza che scaturisce dall’Amore, per
ricevere la fortezza in tutta la sua esistenza terrena: la fortezza del
nascere e del morire.
La potenza che sostiene tutta la debolezza umana della Chiesa! La potenza
della Pietra, la potenza di Cristo crocifisso e risorto contro cui le porte
degli inferi non prevarranno. Amen.
© Copyright 1990 - Libreria Editrice Vaticana
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