 |
VIAGGIO APOSTOLICO IN POLONIA
MESSA PER I FEDELI DELLA DIOCESI DI
WARMIA
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO
II
Stadio «Stomil»
di Olsztyn -
Giovedì, 6 giugno 1991
1. “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14, 6).
Cristo dice
queste parole nel cenacolo il giorno prima della sua passione e morte in croce.
Le rivolge agli apostoli che allora erano insieme a lui. Per mezzo degli
apostoli le dice a tutti; gli apostoli infatti e la Chiesa dovevano portarle a
tutti gli uomini e popoli . . . fino agli estremi confini della terra.
Cristo
dunque parla a noi qui riuniti e a tutti coloro, che in questa terra di Warmia e
di Mazuria vivevano un tempo prima di noi, e a coloro che verranno dopo di noi
nel prossimo millennio.
“Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al
Padre se non per mezzo di me” (Gv 14, 6).
Era giunto proprio il tempo perché
Cristo dicesse questa verità: il tempo maturò. L’indomani sarà abbracciato dalla
passione e dalla morte di croce, e dopo avverrà la risurrezione. Ed egli stesso,
il Figlio eterno, andrà al Padre. Bisogna che tutti vengano a sapere che andando
via, egli ci apre la via, affinché, seguendolo, arriviamo al Padre. Nessuno
viene al Padre, se non per mezzo di lui.
È lui la nostra via. Non vi è un’altra
via, non vi è un altro Mediatore tra Dio e gli uomini, soltanto lui: Gesù
Cristo.
2. È la via e la vita. Mentre lo dice agli apostoli sa,
che li attende una mortale angoscia. Essa li afferrerà tra non molto, quando
saranno testimoni del suo arresto, dei tormenti, dell’agonia sul Golgota e
infine della stessa morte ignominiosa. È per questo recede il loro timore: “Non sia turbato il
vostro cuore” (Gv 14, 1). Ecco infatti sta iniziando il definitivo passaggio: il
passaggio redentivo del Figlio al Padre. Questo passaggio - cioè Pasqua - va
dunque attraverso il sacrificio della croce, però: “Non sia turbato il vostro
cuore . . . quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò” (Gv 14, 3).
Questo passaggio - la Pasqua del Redentore del mondo - attraverso la morte va
verso una nuova rivelazione di vita nel giorno della risurrezione. “Ritornerò” -
ritornerò, dando la testimonianza della vita che è in me - della vita che supera
e vince la morte, della vita che infligge la morte alla morte umana.
Tale vita è
da Dio: solo Dio è la vita. Questa vita è in me. Io sono questa vita. Questa
vita in me è per voi . . . Per voi, i Dodici e per tutti coloro che per mezzo della
vostra parola crederanno in me. Questa vita è il definitivo dono del Dio
immortale per l’uomo mortale. “Ritornerò e vi prenderò con me, perché siate
anche voi dove sono io” (Gv 14, 3).
Dove? “Nella casa del Padre mio vi sono molti
posti” (Gv 14, 2).
Non sia dunque turbato il vostro cuore. Non siate angosciati
dalla necessità terrena della morte. “Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche
in me” (Gv 14, 1).
3. “Io sono la via, la verità e la vita”. Nel contesto di
queste parole impregnate di un profondissimo contenuto, parole in cui si esprime
l’assoluto di Dio, nel contesto di queste parole, acquista una piena eloquenza
l’istituzione dell’Eucaristia, il cui testo (il più antico) lo troviamo nella
Prima Lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi: “Il Signore Gesù, nella notte in
cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse:
“Questo è il mio corpo, che è (dato) per voi; fate questo in memoria di me”.
Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo
calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete,
in memoria di me”” (1 Cor 11, 23-25).
L’Apostolo presenta la verità sulla
istituzione dell’Eucaristia, così come essa era comunemente conosciuta e
celebrata nella prima generazione dei discepoli di Cristo. In seguito aggiunge:
“Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice; voi
annunziate la morte del Signore finché egli venga” (1 Cor 11, 26).
Il Sacramento
della morte e della risurrezione del Redentore. Il Sacramento del suo passaggio
attraverso la croce al Padre. Il Sacramento della via e della vita per tutti
coloro che vi partecipano. Questo Sacramento è l’apice e la pienezza della sacra
liturgia della Chiesa. Ne è il memoriale, l’attuazione e l’annunzio.
In esso
Cristo è la via, la verità e la vita per tutti coloro che vi partecipano . . . per
tutti.
4. Quando nel cenacolo disse: “Io sono la verità”, lo disse come Dio da
Dio e Luce da Luce, perché solo Dio “è la verità”. Allo stesso tempo lo disse
come Uomo, che - uno solo - è “il testimone fedele” (cf. Ap 1, 5) di tutto il
mistero di Dio: di tutta la verità che è in Dio. Ogni verità, alla quale arriva
la mente creata, è soltanto una particella e la riflessione di quella verità che
è in Dio.
Tale verità supera l’uomo. Ricordiamo il primo annunzio
dell’Eucaristia, dopo la miracolosa moltiplicazione del pane nei pressi di Cafarnao. Ricordiamo, come quella volta i presenti erano disposti a proclamare
Gesù re terreno, però non potevano accettare questa verità. La verità
dell’Eucaristia superava così grandemente la loro immaginazione, l’ambito della
loro comprensione.
Ciò che avvenne all’indomani dell’istituzione dell’Eucaristia,
anche quello superava l’ambito della comprensione umana: la crocifissione di
Dio, la morte del Figlio di Dio sull’albero dell’ignominia.
E tuttavia dobbiamo annunziare proprio questa morte,
poiché per mezzo suo si è manifestata la vita invincibile. Suo tramite si è
anche compiuta la verità sacramentale dell’Eucaristia, così inconcepibile per
l’uomo.
Io sono la verità. Come verità sono via e sono vita. Noi
crediamo in questa vita.
Il giorno della risurrezione, Cristo confermò definitivamente la
veracità di tutta la missione messianica. Di tutto il messaggio evangelico.
Questa testimonianza definitiva divenne la misura della verità di ogni cosa.
E soltanto Dio può usare tale misura.
5. Il mio peregrinare attraverso la terra patria è
unito quest’anno alla catechesi dei dieci comandamenti. L’ottavo comandamento
del Decalogo in modo speciale si unisce alla verità, che obbliga l’uomo nei
rapporti con gli altri e in tutta la vita sociale: “Non dire falsa
testimonianza”.
Tramite questo comandamento il Dio dell’Alleanza fa conoscere in
modo speciale che l’uomo è creato a sua immagine e somiglianza. Proprio per
questo tutto il comportamento umano è soggetto alle esigenze della verità. La
verità è il bene, e la menzogna, la falsità, l’ipocrisia sono il male. Lo
sperimentiamo in varie dimensioni e in varie situazioni. Esaminiamo il
significato della verità nella nostra vita sociale.
Nella Polonia rinnovata non
c’è più l’ufficio della censura; diverse posizioni ed opinioni possono essere
presentate pubblicamente. È stata restituita - come avrebbe detto Cipriano
Norwid - “la libertà del parlare” (Rzecz o wolnosci slowa, 1. “Coznaczylaby
Ludzkosc”: Trattato della libertà della parola, I. “Che cosa significherebbe
l’umanità”, v. 53).
La libertà di esprimere pubblicamente le proprie opinioni è
un grande bene sociale, però non garantisce la libertà della parola.
A poco
serve la libertà di parlare, se la parola detta non è libera. Se è imbrigliata
dall’egocentrismo, dalla menzogna, dall’insidia, e forse anche dall’odio o dal
disprezzo per gli altri, per coloro ad esempio che sono diversi per nazionalità,
per religione o per opinioni. Non sarà grande il profitto del parlare e dello
scrivere, se la parola sarà usata non per cercare la verità e condividerla, ma
solo per vincere nelle discussioni e difendere la propria - magari errata -
opinione. Le parole, a volte, possono esprimere la verità in un modo per essa
umiliante. Può capitare che l’uomo dica qualche verità per motivare la propria
menzogna. L’uomo introduce nel nostro mondo umano un grande caos se cerca di
utilizzare la verità al servizio della menzogna. A tanta gente riesce allora
difficile riconoscere che questo mondo è di Dio.
La verità viene umiliata anche
allorquando non vi è in essa l’amore per se stessa e per l’uomo. In genere, non
è possibile osservare l’ottavo comandamento - almeno nella dimensione sociale -
se manca la benevolenza, la fiducia reciproca e il rispetto nei riguardi di
tutte quelle diversità che arricchiscono la nostra vita sociale.
Ogni insidia
verso un altro uomo, ogni tendenza ad usare come strumento la persona umana,
ogni uso di parole per influenzare gli altri con il proprio smarrimento morale e
disordine interiore, introduce un’atmosfera di menzogna nella vita sociale. Per
molti anni abbiamo sperimentato, nella dimensione sociale che non si diceva la
verità pubblicamente, e non era ammesso dirla. Esiste dunque un grande bisogno
di eliminare la menzogna dalla nostra vita nei diversi ambiti. Occorre
restituire alla virtù di veridicità il posto che non può essere da nulla
sostituito. Bisogna che essa formi la vita delle famiglie, degli ambienti
sociali, dei mezzi di trasmissione, della cultura, della politica e
dell’economia. Torniamo di nuovo a questo comandamento nella sua versione del
Sinai, nella sua versione evangelica. “Non dire falsa testimonianza contro il
tuo prossimo”. Sembra che qui abbiamo a che fare con una situazione ben
definita. E per esempio la situazione in cui si è trovato Cristo posto davanti
al tribunale, quando ha detto: “Se ho parlato male dimostrami dov’è il male; ma
se ho parlato bene perché mi percuoti?”. L’uomo, il testimone, giudica. “Non
dire falsa testimonianza contro il tuo prossimo”.
Non dire falsa testimonianza
contro il tuo prossimo che è Gesù di Nazaret. Non dire falsa testimonianza
contro nessuno dei tuoi prossimi, contro nessun uomo. Nello stesso tempo questo
comandamento afferma che la verità è per l’uomo un bene; è per lui un bene nei
rapporti interpersonali; è per lui un bene nei contesti più ampi. È un bene.
L’altro ha il diritto alla verità. L’uomo ha il diritto alla verità. Ma qualche
volta l’uomo non ha il diritto a certe verità ed è per questo che noi guardiamo
con ammirazione quelli che di fronte alla violenza, per esempio durante la
guerra, hanno saputo non parlare, non dire la verità alla quale non aveva
diritto chi la voleva estorcere usando violenza. Questo comandamento, inteso in
questo modo, ha un’estensione maggiore. Non si riferisce soltanto al caso di un
accusato di fronte al tribunale, né di un testimone che testimonia il falso. Si
riferisce a svariate situazioni in cui la parola dell’uomo dà la cattiva
testimonianza. “Non dire falsa testimonianza contro il tuo prossimo”. Sempre, in
diverse dimensioni viene giudicata la parola dell’uomo, la parola pronunciata
dall’uomo.
Se questa parola non dice la verità, se dà falsa testimonianza,
allora si compie il giudizio. Perché la gente ascolta non solo al tribunale.
Tutta l’esistenza umana è, in un certo senso, un grande tribunale. La gente
ascolta, sente, ma la verità qualche volta li raggiunge e qualche volta no .
Soprattutto nella nostra società moderna in cui si sono sviluppati così tanto i
modi del parlare, i metodi del parlare, tutti i cosiddetti mezzi per comunicare
il pensiero. La parola dell’uomo è diventata molto più potente; e questa parola
più potente o testimonia la verità o al contrario. Noi del resto lo sappiamo per
esperienza e per molti anni ci siamo abbastanza protetti in questo senso.
Esiste, quindi, una responsabilità particolare per le parole che si pronunciano
poiché esse hanno il potere della testimonianza: o testimoniano la verità e sono
un bene per l’uomo, o non la testimoniano, anzi, la negano, e allora sono per
l’uomo un male, anche se possono essere presentate ed elaborate in modo tale da
sembrare che siano un bene. Questo si chiama manipolazione.
È quindi anche
questo breve comandamento del Decalogo apre l’uomo, apre la società umana a una
serie di diverse dimensioni esistenziali. Perché il mondo in cui l’uomo esiste è
in certo qual modo legato alla testimonianza che riceve e accoglie. Cristo è
stato molto sensibile su questo punto. Cristo ci ha messo in guardia dicendo:
“non giudicate, se non volete essere giudicati”. Sono parole eloquenti che
indicano quant’è delicato, quanta responsabilità richiede questo ambito della
verità e del falso nella vita umana, e che prezzo può avere. Prendiamo per
esempio un semplice e comune fatto del pettegolezzo. Anche se dice il vero può
nuocere all’altra persona. Vediamo, quindi, che il comandamento dà indicazioni
precise quando parla della testimonianza contro il prossimo. Esistono varie
forme di disonorare un uomo che spaziano dalle notizie dette all’orecchio alla
palese propaganda.
Esiste infine la calunnia che significa parlare male dell’altro
e dire cose non vere. È una forma particolare della distruzione della verità, un
modo particolare di violare quel comandamento che ci impegna a dare la
testimonianza. Cristo ha lasciato ai discepoli il compito di testimoniare: “Mi
sarete testimoni”. Sarete testimoni della verità. Questa testimonianza vi
costerà molto, così com’è costata a me.
Ricordiamo, infatti, che davanti a quel
tribunale, ultimo e drammatico anche nel senso umano, Cristo chiesto da Pilato
se era Re ha risposto: “Io sono nato e sono venuto nel mondo per rendere
testimonianza alla verità”. Se leggiamo il Vangelo, se lo rileggiamo e ci
riflettiamo continuamente, ci rendiamo conto che la questione della verità e
della menzogna, della testimonianza della verità, è una questione in un certo
senso originale e fondamentale. L’uomo è libero, anche di dire cose non vere. Ma
non è veramente libero se non dice la verità. Cristo dà a questo punto una
risposta molto chiara: “La verità vi renderà liberi”. Così la vita umana è anche
l’aspirazione alla libertà attraverso la verità. È una cosa molto importante
nell’epoca in cui viviamo. Perché noi ci inebriamo della libertà, della libertà
della parola e di altre libertà che sono ad essa legate. Ci inebriamo di questa
libertà che prima ci veniva negata, così del resto come la libertà religiosa.
Quattro anni fa ho detto che ci aspettava il lavoro sul lavoro. Ci aspetta ora
un grande lavoro sulla parola di cui ci serviamo. Un enorme lavoro. La nostra
parola deve essere libera, deve esprimere la nostra libertà interiore.
Non si
possono usare violenze per imporre all’uomo delle tesi. Questa violenza può
assumere anche oggi forme che conosciamo dal passato, ma nel mondo odierno anche
i mezzi di comunicazione possono diventare mezzi di violenza se dietro
nascondono qualche altra violenza, non necessariamente fisica. Un’altra
violenza, un’altra potenza. La parola dell’uomo è e deve essere strumento della
verità. Ci attende un grande lavoro sulla parola di cui ci serviamo. La nostra
parola deve essere libera, deve esprimere la nostra libertà interiore. Solo
allora la parola umana è veramente uno strumento della verità. “La verità vi
farà liberi”, disse Cristo (Gv 8, 32).
Sì. Cerchiamo di ritrovare il vero significato e il valore della
verità: la verità che libera, la libertà attraverso la verità. Mai al di fuori
della verità. La libertà fuori della verità non è libertà. È apparenza. È
addirittura schiavitù.
6. E da questa
verità, fatta dall’uomo, con la quale egli cerca di formare la propria vita e la
convivenza con gli altri, passa la via alla Verità che è Cristo. Passa la via
alla libertà, per la quale Cristo ci ha liberati. È questa la prospettiva dei
nostri tempi.
Tra la libertà alla quale Cristo ci ha liberati e continua a
liberarci, e l’allontanamento da Cristo nel nome della libertà così spesso
proclamata ad alta voce. La libertà alla quale Cristo ci ha liberati è una via.
La seconda via è liberarsi di Cristo. Anche se spesso si usano termini
apparenti, “clericalismo”, “anticlericalismo”, in fondo si tratta di una cosa
sola: la libertà alla quale Cristo ci ha liberati o la libertà fuori di Cristo.
Sono due vie che sta seguendo e sicuramente seguirà l’Europa. L’Europa ha con
Cristo dei legami particolari, qui è nata l’evangelizzazione, ma anche qui sono
nate e continuano a nascere diversi modi di allontanarsi da Cristo, i programmi
di allontanamento da Cristo. E anche davanti a noi si apre questa alternativa,
questo bivio. La libertà alla quale Cristo ci libera, la libertà attraverso la
verità. La verità ci rende liberi. Oppure liberarsi di Cristo.
Allo stesso tempo
questa è la via del Vangelo e dell’Eucaristia.
Non manchi mai l’una e l’altra
nella vita del Popolo di Dio, il quale attraverso questa bella terra piena di
boschi e di laghi, compie il pellegrinaggio verso gli eterni destini.
Non manchi
mai . . . “Questa infatti è la volontà del Padre . . . / che chiunque vede il Figlio /
e crede in lui / abbia la vita eterna / io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv
6, 40).
Il saluto conclusivo prima della benedizione:
Cari fratelli e sorelle,
Prima della benedizione finale desidero
ancora salutare tutti i presenti della Diocesi di Warmia, e anche i pellegrini
giunti in gran numero da fuori dei suoi confini.
Quanto è ricca di tradizioni la
vostra terra: quest’eredità dei santi martiri Adalberto e Bruno di Querfurt;
l’eredità della beata Dorota da Matowy e del Servo di Dio il Cardinale Stanislaw
Hoziusz. I vostri padri sono giunti nella terra di Warmia, della Masuria e del
Powisle da diverse parti e da “ogni popolo”: dagli antichi confini della II
Repubblica, dalle lontane steppe di Casachistan, dalle vicine Kurpie, Masovia e
da altre regioni della Polonia. Testimonianza di questa vita errabonda e di
questo peregrinare è l’immagine miracolosa di Cristo Misericordioso di Tarnoruda,
che ha accompagnato i fedeli della lontana Podolia e ora è venerata nel
Santuario a Zielonka Paslecka. Nelle chiese e nelle vostre case spesso vi fa
compagnia l’immagine della Madre della Misericordia, “che splende nella Porta
dell’Aurora”. Per molti questa terra fu un luogo di un destino e di un domani
incerto. È diventata la nuova patria dei nostri fratelli dell’Ucraina e dei
Lemki, i quali l’hanno arricchita con la loro cultura, la lingua e in
particolare con il modo, proprio del loro rito, di onorare Dio Uno nella
Santissima Trinità e la Madre di Dio Vergine Maria.
Warmia è stata sempre fedele
a Dio e alla Chiesa cattolica, meritando il glorioso nome di santa Warmia. Lo
testimoniano le numerose chiese, cappelle e crocifissi lungo le vie; il culto
della Passione del Signore; e prima di tutto la venerazione verso la Madre
Santissima a Gietrzwald, a Santa Lipka, a Krosno e a Stoczek Warminski.
Oggi
ringrazio Dio per la Chiesa di Warmia, ringrazio perché la Chiesa di Warmia è
viva; e il segno visibile di questo è la crescita delle vocazioni sacerdotali,
il sorgere di nuovi Istituti che preparano i catechisti laici e religiosi. Il
lavoro dei Vescovi, dei sacerdoti e dei laici rende questa Chiesa forte e
matura. Penso ai fedeli di rito latino e di quello bizantino. Qui desidero
ricordare i predecessori dell’attuale Vescovo ordinario: il Vescovo Tomasz
Wilczynski, i Vescovi Jozef Drzazga e Jan Oblak che per anni furono a capo della
Chiesa di Warmia, ed inoltre il Vescovo Jozef Glemp, che da qui è passato alla
Sede primaziale. Infine anche l’attuale Nunzio apostolico a Varsavia è un
Sacerdote della vostra Diocesi. Questa vostra terra è stata anche testimone
della lotta per la liberazione della nazione dai ceppi del sistema totalitario.
Infatti la protesta operaia della Costa Baltica nel 1970 era stata appoggiata
anche dagli operai di Elblag. Che questo grande retaggio dei vostri padri, quali
sono la fede e l’amore per la Chiesa, sia per voi forza e, allo stesso tempo,
incoraggiamento a perseverare nella fedeltà a Dio e alla Patria.
Ringrazio voi tutti qui riuniti, questa grande assemblea di Warmia, questa
grande assemblea eucaristica di tutta la Warmia, di ogni suo angolo. Anche nella
conformazione di quest’assemblea c’è qualcosa che parla di Warmia, perché
l’assemblea si è disposta sulle collinette, così come sulle colline è situata la
vostra terra di Warmia, tra tanti, tanti laghi. Vi ringrazio veramente molto per
questo intuito organizzativo, per tanta sollecitudine, tanto amore e tanto senso
artistico impegnato nella preparazione del nostro incontro.
Che Dio preservi
questo grande tesoro della bellissima natura di Warmia, la regione dei laghi, le
foreste. Dio preservi questo grande tesoro. Non lasciatelo distruggere in nessun
modo, e nemmeno danneggiarlo, perché è una grande benedizione. E che Dio
preservi gli uomini che vivono tra questa natura, i loro cuori e le loro
coscienze, che permetta loro di vivere nella verità, perché è questa la
vocazione dell’uomo: Vivere nella verità! Ora, conferendo la benedizione alla
fine della nostra celebrazione eucaristica, con questa benedizione desidero
ringraziare per tutto il bene che ho ricevuto dalla vostra regione, dalla vostra
Chiesa e dalla vostra gente in tutti gli anni della mia vita.
© Copyright 1991 - Libreria
Editrice Vaticana
|