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VISITA PASTORALE A MANTOVA

CELEBRAZIONE DELLA PAROLA CON I SACERDOTI, I RELIGIOSI E I
RAPPRESENTANTI DI ASSOCIAZIONI E MOVIMENTI ECCLESIALI

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Basilica concattedrale di Mantova - Sabato, 22 giugno 1991

 

Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà” (Lc 9, 24).

1. Con queste parole, carissimi Sacerdoti, Religiosi e Laici impegnati, il Vangelo ci avverte che pretendere di realizzarsi, mettendo se stessi al centro di ogni prospettiva e progetto, significa perdersi; condividere, invece, con Cristo la volontà del dono di sé, fino al punto di perdere la propria vita per Lui, significa salvarla ed acquistarla in pienezza.

Non ci è chiesto un impegno qualunque, ma la consacrazione dell’intera esistenza, sull’esempio di Gesù, che ha consacrato se stesso nella donazione sacrificale.

Ci è domandato un dono non saltuario, ma quotidiano, nel quale si attua un cammino di progressivo avvicinamento al Redentore mediante la partecipazione al mistero della sua Croce; un cammino che fa sperimentare la gioia del Signore, l’amicizia nella fedeltà, nell’amore e nel dialogo interiore: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9,23).

La propria croce! Non si concretizza forse questa croce nella pena e nel travaglio delle perplessità e delle fatiche di ogni giorno, nell’umiliazione degli insuccessi, delle emarginazioni e delle difficoltà della vita quotidiana?

Stamane, noi desideriamo riaffermare davanti al Signore, con fedeltà ed impegno concreto, il nostro proposito di seguirlo. Al suo invito: “Se qualcuno vuole venire dietro a me . . .”, la nostra risposta è un rinnovato “sì”.

Carissimi fratelli e sorelle, quanto da vicino ci riguarda il testo di Luca, poc’anzi proclamato! Se, con spirito di fede, ci sforziamo di riviverlo, ci accorgiamo di essere noi, oggi, i discepoli che il Maestro raduna attorno a sé, per associarli alla sua missione. A noi Egli rivolge la domanda circa la verità della propria persona e attende un confronto chiarificatore tra ciò che la gente pensa e ciò che noi, suoi discepoli, crediamo di lui: “Ma voi chi dite che io sia?” (Lc 9, 20).

2. Oggi, radunati in questa assemblea di qualificati rappresentanti della Chiesa che è in Mantova, confessiamo con Pietro: “Tu sei il Cristo di Dio”. Attestiamo ancora una volta di volere, in questa “Chiesa di viatori” (Lumen gentium, 50), corrispondere all’impegno di imitare il Salvatore, che “ha dato se stesso per noi” (Tt 2, 14).

Di tale dono la basilica di Sant’Andrea, in cui siamo raccolti, è solenne memoria. Essa fu eretta, infatti, per conservare i “Sacri Vasi”, che, seguendo la pietà popolare, voi da secoli venerate quale reliquia e segno del Preziosissimo Sangue del Signore. Come non avvertire il peculiare impegno che alla vostra Chiesa deriva da così venerandi “segni” della Passione del Redentore?

A tale impegno non fu insensibile Luigi Gonzaga, la cui esistenza fu testimonianza eloquente di piena adesione alla parola di Cristo: “Chi perderà la propria vita per me, la salverà” (Lc 9, 22).

Noi stessi, peraltro, e non per nostro merito, ma per l’elezione dello Spirito, sappiamo di essere il segno vivente e sacramentale di Cristo Redentore, della sua perenne presenza nel mondo. A Lui ci configura il lavacro dello stesso battesimo, con Lui ci unisce la partecipazione all’unica Eucaristia. Il suo Spirito è il nostro Spirito, la sua passione è la nostra passione, la sua missione è la nostra missione: “Rimanete in me e io in voi” (Gv 15, 4); “Il Padre stesso vi ama, perché voi mi avete amato, e avete creduto che sono venuto da Dio” (Gv 16, 27). Insieme a Pietro, anche noi crediamo e proclamiamo che Gesù è il Cristo di Dio.

3. Nel nome di Gesù io vi saluto e vi esorto a rimanere saldi nella vocazione che avete ricevuto. “Grazia e pace sia concessa a voi in abbondanza” (2 Pt 1, 2).

Saluto, anzitutto, il caro Monsignor Egidio Caporello, Vescovo di questa Diocesi al quale sono grato dell’invito rivoltomi a visitare la Chiesa che sta in Mantova. Con lui saluto il Presule emerito, qui presente, Monsignor Carlo Ferrari, il quale per molti anni è stato il vostro Pastore. Tutti gli auguriamo una pronta guarigione.

Saluto tutto il presbiterio mantovano: i Vescovi originari di questa terra, qui convenuti per la circostanza; i parroci, essenziali punti di riferimento per la Chiesa locale, da quelli che guidano le comunità contadine nei più remoti angoli del territorio, a quelli che pazientemente operano in zone difficili, tra gente che vive problemi sociali ancora irrisolti. Il mio pensiero va, inoltre, ai Sacerdoti mantovani che lavorano nei territori di missione del Brasile e dell’Etiopia. Vorrei soprattutto fare memoria di quelli che ivi hanno “perduto la propria vita” svolgendo il loro ministero. Saluto i Sacerdoti dediti a forme speciali di apostolato, tra i giovani, gli studenti, nel mondo della cultura e del lavoro, nel vasto campo della carità e del servizio agli ultimi.

Rivolgo, altresì, un pensiero ai Religiosi e alle Religiose. Con la vita consacrata essi manifestano tra la gente il volto di tutta la Comunità cristiana, che prega nella contemplazione e che si prodiga in espressioni particolari di apostolato.

A tutti coloro, dunque, che qui testimoniano Cristo e lo servono nei fratelli va il mio pensiero, in segno di vivo affetto e di stima, unitamente all’assicurazione di un ricordo nella preghiera.

Né posso dimenticare il grande lavoro per l’evangelizzazione svolto dai Laici impegnati. Vorrei far pervenire il mio incoraggiamento a tutte le organizzazioni di Laici, ai Movimenti ed in particolare all’Azione Cattolica, con l’auspicio che crescano le iniziative da loro promosse nell’ambito delle singole parrocchie e di tutta la Diocesi.

La sollecitudine pastorale di ognuno di voi tragga sempre alimento da profonda familiarità col Signore. È nella preghiera che Egli ci comunica il suo dono: “Gesù si trovava in un luogo appartato a pregare e i suoi discepoli erano con Lui”. Ci è così rivelato in che modo il Cristo è vicino a noi e presente nella nostra assemblea. Gesù ha costituito la Chiesa per vivere in essa, senza isolarla dalla gente, ma inserendola nel cuore del mondo, affinché non conservi gelosamente i beni della fede in un chiuso intimismo, ma li proclami, proprio partendo dall’esperienza dell’intimità col suo Capo e Maestro.

4. Essere con Lui, accettare la sfida della sua domanda, perdere la propria vita per Lui. Potremo noi fare tutto questo?

Con umiltà dobbiamo dire: Compi in noi, Signore, l’opera che hai iniziato scegliendoci per i ministeri che svolgiamo. Siamo deboli, ci hai mandati ad evangelizzare in un mondo che talora sembra più forte di noi, ma con umile dedizione rivolgiamo lo sguardo verso di te. La nostra vita si perda nell’adempimento della tua volontà.

Saper perdere la propria vita significa operare in comunione con tutta la Comunità (cf. Presbyterorum ordinis, 15) mediante l’obbedienza sincera e la mutua solidarietà. Significa aderire a Cristo con animo indiviso nell’offerta a Lui del proprio corpo e del proprio spirito, perché la vita sia esclusivamente consacrata al suo servizio nella purezza del cuore.

Saper perdere la propria vita per Gesù significa, poi, riporre maggior fiducia nella povertà che nella ricchezza, facendo del Signore e soltanto di Lui l’eredità desiderata ed amata. Testimoniamo, così, in modo vero e credibile, che la nostra eredità è nei cieli. Per questo ci teniamo lontani da ogni bramosia, di nulla preoccupati se non di servire, ad imitazione di Cristo, il quale, da ricco che era, s’è fatto povero per noi, affinché diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà (cf. 2 Cor 8, 9).

5. Nell’ultima Cena, l’invito a perdere la propria vita è diventato il testamento di Gesù: “Questo è il mio corpo dato . . . questo è il mio sangue versato per voi e per tutti . . . Fate questo in memoria di me” (cf. Lc 22, 19-20).

Siamo tutti nati nella forza di queste parole della nuova Alleanza. Siamo stati chiamati dal dono del Corpo e del Sangue del Redentore alla vocazione che ci ha costituiti ministri suoi. “Siamo nati nell’ultima Cena e, al tempo stesso, ai piedi della Croce sul Calvario: lì dove c’è la fonte della nuova vita e di tutti i Sacramenti della Chiesa, ivi è pure l’inizio del nostro sacerdozio” (Giovanni Paolo II, Precatio feria V in Cena Domini anno MCMLXXXII recurrente, universis Ecclesiae sacerdotibus destinata, I, 1, die 1° apr. 1982: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, V/1 [1982] 1061).

“Fate questo in memoria di me”. Da queste parole dell’ultima Cena scaturisce per noi la coscienza dell’autentica pastoralità.

Il nostro servizio, infatti, consiste nel proporre all’uomo, mediante il sacrificio di Cristo, le vie della conoscenza della verità su di sé e sul proprio destino; consiste nel guidarlo in tal modo alle fondamenta stesse della sua umanità, al midollo più profondo della sua dignità (Ivi, VII/1 [1984] 472); consiste nel ricondurre ogni essere umano all’unità del Corpo di Cristo che è la Chiesa.

Operate in questa linea con un’apertura ampia verso tale prospettiva ecclesiale. Cresca la cooperazione tra le Chiese e lavorate in stretta solidarietà tra voi, tenendo sempre ben vivo dinanzi al vostro spirito l’orizzonte universale della missione evangelica. Ricordate sempre che “il dono spirituale che i Presbiteri hanno ricevuto nell’ordinazione non li prepara ad una missione limitata e ristretta, bensì ad una vastissima e universale missione di salvezza, “fino agli ultimi confini della terra” (At 1, 8). dato che qualunque ministero sacerdotale partecipa della stessa ampiezza universale della missione affidata da Cristo agli Apostoli” (Presbyterorum ordinis, 10).

Vi illumini l’esempio di Luigi Gonzaga, che scelse di servire la Chiesa in un Istituto dagli orizzonti universali qual è la Compagnia di Gesù e che percorse poi le strade di Roma facendosi carico degli ammalati di peste di qualunque provenienza essi fossero. Egli non trovò certo la sua pace nella società “sazia” delle corti, ma nella beatitudine dei poveri secondo lo spirito e degli operatori di misericordia.

6. “Pietro, prendendo la parola, rispose: Il Cristo di Dio” (Lc 9, 26).

Il dono grande, che è stato affidato a ciascuno di noi, è proprio quello di affermare a riguardo del Signore: “Tu sei il Cristo di Dio”. Siamo chiamati a proclamare questa verità, seguendo l’esempio di Pietro, “servo e apostolo di Gesù Cristo” (1 Pt 1, 1), condividendo con lui “la stessa preziosa fede” (1 Pt 1, 1), la viva “conoscenza di colui che ci ha chiamati” (1 Pt 1, 3).

Che cosa ci può essere chiesto, se non di vivere nell’unità della fede, tenendo fisso lo sguardo su Cristo?

Ricordate sempre che gli uomini, anche quelli che vi sembrano più lontani e refrattari al messaggio evangelico, cercano tutti, anche se in modo confuso, di conoscere il senso, il valore, la verità della “buona Novella”. Abbiate, perciò, fiducia e proclamate con le parole e l’esempio l’annuncio del Vangelo. L’evangelizzazione, la testimonianza circa il “Cristo di Dio”, ci spinge con forza verso la duplice via dell’unità nell’annuncio e della responsabile proclamazione della Verità.

Vi assistano in questo cammino, non di rado irto di fatiche, la Vergine Incoronata, Regina e Madre delle Grazie, e i Santi patroni di questa cara Diocesi, Sant’Anselmo da Baggio, San Luigi Gonzaga, San Pio X, che di questa città fu Vescovo.

A tali protettori ed a tali esempi affido le vostre iniziative e il vostro servizio, mentre a tutti imparto la mia benedizione apostolica. Amen.

 

© Copyright 1991 - Libreria Editrice Vaticana

 

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