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RITO DI BEATIFICAZIONE DI MONSIGNOR EDOARDO GIUSEPPE ROSAZ,
FONDATORE DELLE SUORE FRANCESCANE MISSIONARIE DI SUSA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Susa (Valle d'Aosta) - Domenica, 14 luglio 1991

 

1. “Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo . . .
ci ha scelti . . . per essere santi
” (Ef 1, 3-4).

Carissimi fratelli e sorelle, con queste parole dell’odierna liturgia, tratte dalla Lettera agli Efesini, saluto tutti voi, che siete oggi qui radunati per partecipare alla beatificazione di Monsignor Edoardo Giuseppe Rosaz, figlio della vostra terra e Vescovo della Diocesi di Susa.

Nella prima Lettera Pastorale salutava così la Comunità diocesana che la Provvidenza divina gli aveva affidato: “Nel Nome del Signore vengo a voi . . . abbraccio come Sposa la Chiesa segusina, che fin dagli anni della mia giovinezza ho seguito con venerazione e con amore”. Ed aggiungeva: “Sono qui, in mezzo a voi: ricevetemi - vi prego - con animo benevolo; farmi tutto a tutti, guadagnare tutti a Cristo, questo è il mio impegno, questo è il mio desiderio” (E. G. Rosaz, I Lettera Pastorale alla Diocesi, 1878).

2. Nel nome e nel ricordo di questo eminente servitore del Vangelo, che ha vissuto in profondità quanto Paolo annunciava agli Efesini, sono lieto di porgere il mio saluto a ciascuno di voi. In particolare a Monsignor Vittorio Bernardetto, Vescovo della vostra Diocesi, e a Monsignor Giuseppe Garneri, vostro Pastore emerito; al Cardinale Angelo Sodano, Segretario di Stato, al Cardinale Giovanni Saldarini, Arcivescovo di Torino, ai Presuli del Piemonte e all’Arcivescovo di Chambéry, Monsignor Claude Feidt, venuto qui con alcuni sacerdoti ed un gruppo di pellegrini da Termignon (Maurienne), paese di origine dei genitori di Monsignor Rosaz.

Saluto anche i Vescovi giunti per tale occasione dalla Svizzera, dalla Libia e dal Brasile, luoghi dove operano le Suore Francescane Missionarie di Susa, figlie spirituali del novello Beato.

Saluto cordialmente il Rappresentante del Governo italiano, Onorevole Guido Bodrato. Rivolgo un deferente pensiero alle Autorità amministrative, politiche e militari presenti e ai numerosi pellegrini qui convenuti. Penso con affetto agli ammalati e a quanti non hanno potuto prendere parte di persona all’odierna celebrazione, che vede spiritualmente riunita l’intera Diocesi, il clero, i religiosi e le religiose, i laici consacrati e i responsabili delle Associazioni e dei Movimenti apostolici e coloro che, in modi diversi, si prodigano per la causa del Vangelo. A tutti vorrei far giungere la mia ammirazione per l’impegno personale e comunitario profuso al servizio di Cristo e il vivo incoraggiamento a ben continuare l’opera intrapresa con pazienza ed ardore.

Percorrete tutti, carissimi fratelli e sorelle, lo stesso cammino segnato dal beato Rosaz, che oggi la Chiesa addita come modello da imitare e celeste protettore da invocare. La vostra Diocesi, situata ai piedi delle Alpi, vi permette di contemplare la maestosità delle montagne che nel loro secolare silenzio esprimono il mistero di Dio ed invitano a guardare in alto. “Sursum corda”, in alto i cuori! Esse ci aiutano ad elevare lo spirito verso i cieli di cui parla la Lettera agli Efesini (cf. Ef 1, 3).

Veramente “benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale . . . in Cristo” (Ef 1, 3).

3. “In Cristo” Dio “ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto” (Ef 1, 3-4). Siamo tutti chiamati alla santità. L’apostolo Paolo ci invita a vivere nella più diligente fedeltà al mandato che Dio ci ha affidato. Si tratta, certo, di una missione difficile, ma fondamentale per la nostra esistenza e per la vita della Chiesa, segno di salvezza per l’intera umanità.

Quanto opportunamente si addice alla testimonianza di Monsignor Edoardo Giuseppe Rosaz questa pagina biblica! Egli si sentì un chiamato, un evangelizzatore, un apostolo di Dio che è Amore. Avvertì come sua missione quella di cooperare al piano divino “di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra” (Ef 1, 10). E ciò attraverso l’obbedienza filiale alla divina volontà e l’amore al prossimo.

Rispose alle attese dei fratelli, soprattutto dei poveri, con la carità del cuore di Cristo, senza retorica, in modo concreto, pagando di persona. Per seguire il Signore si fece pellegrino, questuante con lo spirito del sacerdote e del Vescovo umile, gioioso e fiducioso nella Provvidenza. E a questo spirito, francescano nello stile e segusino nella semplicità montanara, volle improntare la Congregazione delle Suore Terziarie che egli fondò, perché nei Ritiri, nelle case di riposo ed ovunque fosse necessario, evangelizzassero col linguaggio della carità. Carità che non è solo elemosina o assistenza episodica, ma anche e soprattutto accoglienza e servizio; è vedere Gesù nel prossimo e sentirlo fratello; è proclamare in modo concreto il Vangelo della salvezza.

4. “Guai a me se non evangelizzassi” (1 Cor 9, 16).

La Chiesa sente imperioso - come ho scritto nell’Enciclica Redemptoris missio (Ioannis Pauli PP. II, Redemptoris missio, n. 1) - il dovere di ripetere questo grido di Paolo, che nella vita di Monsignor Rosaz diviene esempio trascinante. È urgente, oggi, una nuova evangelizzazione, non riservata ad alcuni specialisti, ma all’intero Popolo di Dio. È impegno vostro, fratelli e sorelle carissimi della Comunità cristiana di Susa, rendere presente ed operante l’energia rinnovatrice del Vangelo in questa vostra Valle. Prendetene coscienza e fidatevi di Cristo. Non cedete alla tentazione del conformismo e dell’abbattimento; non ripiegatevi su voi stessi. Siate piuttosto aperti ed attenti ai “segni dei tempi” di questa nostra epoca.

Ravvivate, a tal fine, un’ardente coscienza del vostro “essere Chiesa”, che vi renda capaci di “incarnare “il messaggio della salvezza nel vostro territorio. La storia di Valsusa è impregnata di cristianesimo, dal monastero di Novalesa, alla Sacra di san Michele, alla Cattedrale di san Giusto. Il messaggio evangelico si è come intrecciato con le tradizioni, gli usi, le consuetudini della vostra gente e ha dato vita ad una ricca tradizione spirituale che va continuata, anzi rinnovata con ardore missionario. È a ciascuno di voi che è affidato tale compito, quasi si trattasse di una nuova “implantatio evangelica”, che richiede una catechesi degli adulti, approfondita e capillare; una genuina testimonianza in ogni ambito della società. La verità di Cristo va annunciata e vissuta come “verità congiunta all’amore”.

5. Gesù “Allora chiamò i Dodici, ed incominciò a mandarli” (Mc 6, 7). Ecco la missione affidata da Cristo ai discepoli, e che si perpetua nel tempo. Questo mandato apostolico continua oggi nella Chiesa, perché il messaggio della salvezza deve giungere ad ogni uomo; esso è per l’uomo.

Ma come può avvenire ciò se scarseggiano gli operatori del Vangelo? C’è bisogno di apostoli che vadano fra la gente senza bisaccia, “né denaro nella borsa, ma calzati solo di sandali” e con una tunica sola (cf. Mc 6, 8): poveri e umili, ma ricchi della grazia divina.

Racconta l’Evangelista che gli Apostoli “predicavano che la gente si convertisse, scacciavano molti demoni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano” (Mc 6, 12-13). Il loro pellegrinaggio apostolico era accompagnato da segni prodigiosi, perché la potenza di Dio li sorreggeva e spargeva in abbondanza sui loro passi i frutti della sua misericordia: i demoni fuggivano, gli ammalati guarivano, i morti risuscitavano.

6. Carissimi fratelli e sorelle, sono qui, fra voi, per confermarvi nell’universale compito missionario affidatoci dal “Padrone della messe”, additandovi come esempio a cui ispirarsi il novello Beato.

I Santi e i Beati mostrano alla Chiesa sulla terra il legame che la congiunge al mistero della Comunione dei santi, e nello stesso tempo indicano la via alla santità, alla quale tutti siamo chiamati. Il cristiano deve percorrere questa strada. Egli sa che non può appesantirsi di beni superflui, ma che deve andare all’essenziale, come Monsignor Rosaz, il quale si liberò di ogni terreno fardello non indispensabile al cammino della perfezione, imitando gli scalatori delle vostre montagne quando, ad esempio, salgono sul Rocciamelone, sul Tabor o sull’Orsiera. Le vette, voi lo sapete bene, vanno scalate, scarpinando prima sugli speroni rocciosi ed è su quelle balze che si misura lo sforzo e il fiato e la capacità di salire. Molti si arrestano e ritornano sui loro passi.

Per raggiungere le cime della santità occorre passare nei contrafforti della carità, rischiando, faticando, non arrendendosi dinanzi alle difficoltà. Ben sottolinea questo programma di vita spirituale lo stemma della vostra Città: “In flammis probatur amor”, e “Dio ricompensi”.

7. Per non cedere alla fatica c’è solo un segreto: restare totalmente aperti all’ordine di Dio, “Perché il Padre del Signore nostro Gesù Cristo . . . possa illuminare gli occhi della nostra mente, per farci comprendere a quale speranza ci ha chiamati” (cf. Ef 1, 17-18).

Dalla Lettera agli Efesini attingiamo anche questa chiamata.

Ecco, sta davanti a noi l’uomo, il nostro Beato, Edoardo Giuseppe Rosaz, il cui cuore il Padre del nostro Signore Gesù Cristo “ha illuminato con la sua luce”.

Egli a questa luce divina si è aperto pienamente. Ha fatto tutto perché questa luce salvifica lo penetrasse e trasformasse interiormente.

Grazie a ciò, camminò guidato dalla speranza di questa chiamata diventata “caparra della nostra eredità” in Gesù Cristo.

Monsignor Rosaz è stato l’uomo di questa speranza soprannaturale che non delude.

Guardando alla sua vita anche noi comprendiamo sempre di più che cosa è la speranza della nostra chiamata.

E la seguiamo come la luce, come la guida, che indica ai pellegrini la strada che porta alla meta e conduce alla “nostra eredità” in Dio (cf. Ef 1, 14).

Amen!

 

© Copyright 1991 - Libreria Editrice Vaticana

 

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